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Nel nome del gran Torquato

"Gerusalemme Liberata</I> e Drammaturgia secentesca

Thomas Stein

Questo lavoro dà uno sguardo minuzioso sulla ricezione teatrale dei maggiori episodi della Gerusalemme Liberata, studiata qui di riflesso attraverso il successo delle sue riscritture per il palco in Italia ed Europa. Frutto di un’indagine paziente sulla miriade di forme drammatiche musical-teatrali del secolo XVII, ripercorre la storia in gran parte inedita dei trascorsi barocchi di Rinaldo ed Armida, di Sofronia ed Olindo e di Tancredi, Clorinda ed Erminia. Ne risulta un’affascinante panoramica dei tentativi di drammatizzare il grande poema del Tasso che costituiscono un capitolo minore ma non certo trascurabile della storia del teatro e dello spettacolo barocchi. Tale storia è infatti ricca di sviluppi imprevedibili, di volgarizzamenti popolareggianti ma anche di riscritture originali da parte di autori noti (Chiabrera, Sempronio e Rospigliosi) come anche di epigoni oscuri. Il lavoro è corredato da un catalogo ragionato che include più di 80 opere drammatiche del XVII secolo realmente derivate dalla Liberata o falsamente attribuite ad essa. Il catalogo costituisce uno strumento prezioso per qualsiasi indagine futura intorno alla ricezione teatrale del capolavoro epico di Torquato Tasso.

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Epilogo 739

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739 Epilogo Finiamo con un aneddoto. In un ricordo dello scrittore Francesco Jovine1 leg- giamo che sulle soglie della Prima Guerra Mondiale, in un villaggio sulle ultime colline dell’Appenino fra Puglia e Molise, ogni anno alla fine di Febbraio si doveva offrire allo spettatore il seguente, strano spettacolo: nel ciclo di recite carnevalesche, tra pulcinelli, zingare, maghe, apparivano d’improvviso gli eroi di Tasso. Sul palco locale Goffredo e Tancredi si scontravano con i loro avver- sari, dei brutti ceffi armati di scimitarre di legno in camiciotto e con turbanti formati da asciugamani attorcigliati intorno al capo (in quei villaggi dovevano essere avvenuti scontri sanguinosi per la difesa dei valichi che portavano ai boschi retrostanti, dove le donne si rifugiavano per sfuggire al ratto da parte dei corsari). Queste rappresentazioni non avevano carattere sacro e avvenivano al di fuori del calendario dell’anno liturgico, ma non restavano esenti dal colorito locale. La rievocazione dell’illustre poema non poteva sottrarsi alle contamina- zioni di sedimenti licenziosi e burleschi che ancora, inconsapevolmente, fermen- tavano nelle menti, e nel testo elaborato per le scene dalla mano di un ignoto poeta locale di poche letture si mescolavano frammenti di ottave, segno di una lontana conoscenza del poema in un’esperienza diretta. Ma per la verità la gente si allegrava più che dolersi. Quando andava in scena l’apparizione dell’arc- angelo a Goffredo, le donne del paese mandavano sulla punta delle dita affet- tuosi baci al divino messaggero e non raramente Tancredi, dimenticando i suoi veri nemici, calava un fendente...

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