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La Rivoluzione in una parola

« Bienfaisance » 1789-1800

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Patrizia Oppici

A differenza di altri concetti su cui il ruolo svolto dall’Illuminismo è universalmente noto, beneficenza è un termine che appare indissolubilmente legato all’Ottocento, ed a una visione paternalista ed ipocrita dei rapporti sociali. Pochi conoscono le avventure settecentesche dell’idea di « bienfaisance » che, al pari di termini quali tolleranza ed « égalité », è un frutto maturo dell’Illuminismo, ed una delle parole-chiave dei philosophes. Di questo concetto, essenziale nel dibattito morale settecentesco, il libro esplora le potenzialità concentrandosi sul decennio cruciale della Rivoluzione, da cui la beneficenza uscirà profondamente trasformata. Dallo studio delle più diverse fonti letterarie, tra cui saggistica politico-morale, romanzi ed opere teatrali, emergono le contraddizioni di un pensiero filantropico che la Rivoluzione fece proprio fin dall’inizio, e che dovette perciò subire i contraccolpi dell’azione politica, anche violenta, dispiegata in quegli anni. Facendo interagire l’asse diacronico degli eventi storici con una esemplificazione sincronica dei vari aspetti del pensiero del dono, il libro mostra il trapasso dall’immaginario felice della « bienfaisance » illuminista a quello malinconico o dolente della consolazione del malessere esistenziale; mentre sul piano politico l’ideale riformatore degli illuministi si trasforma progressivamente in un piano ragionato di conservazione sociale.

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1793

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Affamati «Tout est optique ou jeu d’optique» scrive Mercier in uno dei più celebri capitoli del Nouveau Paris. Alla sua stregua, potremmo chiederci se è davvero possibile per noi avere un quadro veritiero della Parigi rivolu- zionaria, e disfarci delle letture che inevitabilmente influenzano la no- stra visione del passato. Da vicino, spiega lo scrittore, le cose sono ben diverse da come le si immagina da lontano: «Tout a ses apparences trompeuses. On se peint Paris bouleversé à chaque commotion politique, et les enfants mis à la broche par les cannibales qui ont pris la Bastille et le château des Tuileries»1. La seduta di votazione finale che chiuse il processo al re, che ci si rappresenta come un rito grave e solenne, in cui la Rivoluzione osò l’inosabile fino a quel momento, la messa a morte del sovrano, durò settantadue ore. Per ingannare l’attesa, il numeroso pub- blico presente nella sala mangiava gelati ed arance, che innaffiava gene- rosamente di vino e liquori, ed intanto chiacchierava e scommetteva sull’esito della faccenda. C’è una dimensione quotidiana anche negli eventi più terribili, che solo la letteratura può restituirci. Mercier è ap- punto maestro nel rendere questi quadri di vita spicciola, in cui possia- mo leggere la concretezza dei problemi affrontati dalla Rivoluzione, attraverso il punto di vista di un testimone dei cambiamenti, anche i più umili. L’urgenza della questione sociale, evocata nei lavori degli storici attraverso l’operato legislativo dell’Assemblea, che cercava di rispon- dere a problemi definiti come «crisi dello zucchero», «crisi del pane...

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