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La Rivoluzione in una parola

« Bienfaisance » 1789-1800

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Patrizia Oppici

A differenza di altri concetti su cui il ruolo svolto dall’Illuminismo è universalmente noto, beneficenza è un termine che appare indissolubilmente legato all’Ottocento, ed a una visione paternalista ed ipocrita dei rapporti sociali. Pochi conoscono le avventure settecentesche dell’idea di « bienfaisance » che, al pari di termini quali tolleranza ed « égalité », è un frutto maturo dell’Illuminismo, ed una delle parole-chiave dei philosophes. Di questo concetto, essenziale nel dibattito morale settecentesco, il libro esplora le potenzialità concentrandosi sul decennio cruciale della Rivoluzione, da cui la beneficenza uscirà profondamente trasformata. Dallo studio delle più diverse fonti letterarie, tra cui saggistica politico-morale, romanzi ed opere teatrali, emergono le contraddizioni di un pensiero filantropico che la Rivoluzione fece proprio fin dall’inizio, e che dovette perciò subire i contraccolpi dell’azione politica, anche violenta, dispiegata in quegli anni. Facendo interagire l’asse diacronico degli eventi storici con una esemplificazione sincronica dei vari aspetti del pensiero del dono, il libro mostra il trapasso dall’immaginario felice della « bienfaisance » illuminista a quello malinconico o dolente della consolazione del malessere esistenziale; mentre sul piano politico l’ideale riformatore degli illuministi si trasforma progressivamente in un piano ragionato di conservazione sociale.

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1796-1799

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Appassionate Esiste una terza voce femminile che ha lucidamente analizzato l’entità del disastro morale provocato dal Terrore rivoluzionario. La donna che soppiantò Madame de Charrière nel cuore di Benjamin Constant riflet- teva ancora, qualche anno più tardi, sulle medesime assurdità matema- tiche che avevano giustificato il Terrore. Si l’on voyait en balance le bonheur de plusieurs million d’hommes, et, de l’autre, la vie d’un seul innocent, qui pourrait hésiter, dira-t-on, à sacrifier un pour mille? rien n’est plus dépravateur de la morale que cette manière de supposer des circons- tances qui n’arrivent jamais1. Denunciando nuovamente la perniciosa astrazione di questi ragiona- menti, Mme de Staël sviluppava la stessa progressione omicida ipotizzata nel brano censurato della sua rivale: se si immola un innocente all’inte- resse di una piccola nazione, ecco che in un paese più popoloso si potrebbero massacrare ventimila o trentamila individui; perché non re- digere delle tabelle proporzionali, e magari prendere anche in conside- razione il sesso o l’età delle persone da sacrificare? «Mais j’ai honte de pousser plus loin un argument dont l’absurdité est déjà si révoltante»2, conclude la scrittrice, che sottolinea anche il ruolo degli stereotipi lin- guistici che si erano fatti trionfare sulla base di tali sedicenti geometrici ragionamenti: «Personne ne dit que le triangle est carré, mais on se permet sans cesse des contresens aussi forts, en politique comme en morale: la vertu morale, le crime honorable, l’injustice utile»3. Anche questo passaggio di Mme de Staël,...

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