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La Rivoluzione in una parola

« Bienfaisance » 1789-1800

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Patrizia Oppici

A differenza di altri concetti su cui il ruolo svolto dall’Illuminismo è universalmente noto, beneficenza è un termine che appare indissolubilmente legato all’Ottocento, ed a una visione paternalista ed ipocrita dei rapporti sociali. Pochi conoscono le avventure settecentesche dell’idea di « bienfaisance » che, al pari di termini quali tolleranza ed « égalité », è un frutto maturo dell’Illuminismo, ed una delle parole-chiave dei philosophes. Di questo concetto, essenziale nel dibattito morale settecentesco, il libro esplora le potenzialità concentrandosi sul decennio cruciale della Rivoluzione, da cui la beneficenza uscirà profondamente trasformata. Dallo studio delle più diverse fonti letterarie, tra cui saggistica politico-morale, romanzi ed opere teatrali, emergono le contraddizioni di un pensiero filantropico che la Rivoluzione fece proprio fin dall’inizio, e che dovette perciò subire i contraccolpi dell’azione politica, anche violenta, dispiegata in quegli anni. Facendo interagire l’asse diacronico degli eventi storici con una esemplificazione sincronica dei vari aspetti del pensiero del dono, il libro mostra il trapasso dall’immaginario felice della « bienfaisance » illuminista a quello malinconico o dolente della consolazione del malessere esistenziale; mentre sul piano politico l’ideale riformatore degli illuministi si trasforma progressivamente in un piano ragionato di conservazione sociale.

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1800…

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Eguali Alle soglie dell’Ottocento l’orizzonte da cui si guarda alla morale bene- fica è profondamente cambiato. Il ritorno alle certezze della fede sgre- tola i contenuti laici e polemici della parola: ormai beneficenza è un sinonimo di carità, e quest’ultima ha riguadagnato l’antico monopolio sull’altruismo. Per dirla col Génie du christianisme: «la charité, vertu absolument chrétienne et inconnue des anciens, a pris naissance dans Jésus-Christ»1. Da questa carità di istituzione divina deriva un intocca- bile ordine sociale, in cui la diseguaglianza è necessaria alla pratica della virtù. La deriva conservatrice della bienfaisance, già visibile nello scritto di Delille, per esempio, andava così a sovvertire una delle parole chiave della rivoluzione, l’égalité. In origine non era ovviamente così e molti illuministi si erano appoggiati, per dimostrare la necessità dell’etica sociale della bene- ficenza, sull’immagine della società come scambio di benefici, basti pensare al celebre apologo montesquiviano dei cattivi e dei buoni Tro- gloditi. Queste visioni, che spesso confondevano virtù e utilità socia- le, come avevano dimostrato Bayle e Mandeville, servivano però a ra- dicare la morale nella vita sociale, svincolandola dagli obblighi astrat- ti derivanti da un credo religioso: «Le principe et la base de la société, et des devoirs de l’homme envers l’homme, est donc le besoin d’as- sistance que la nature a sagement voulu que nous eussions les uns des autres»2 scriveva ad esempio Marmontel. In questa necessità di reciproca collaborazione, si poteva anche scorgere l’affermazione di una fondamentale eguaglianza che la rivoluzione non aveva...

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