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Dalla tragedia al giallo

Comico fuori posto e comico volontario

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Edited By Costantino C.M. Maeder, Gian Paolo Giudicetti and Amandine Mélan

I saggi riuniti in questo libro sono dedicati alla comicità nella letteratura, nella saggistica e nell’opera italiane, in particolare alla comicità fuori posto in opere di Campanile, Guicciardini, Dumas, Ariosto, Gadda, Flaiano, Wolf-Ferrari, Camilleri, Lakhous, Wolf-Ferrari, Verdi, Eco, Svevo e altri. Il comico è in un certo senso sempre fuori posto, un contrasto tra un evento, una frase, una scena inappropriata e un contesto che di per sé non si presta a quell’evento, quella frase, quella scena. Proprio per riflettere su questo contrasto, il libro si sofferma su quei contesti che ancor meno di altri son predisposti ad accogliere il comico e a suscitare una risata: la tragedia del Cinquecento, il genere epistolare, l’opera seria, la saggistica seriosa, il tutto attraverso l’accostamento di approcci diversi: dalla filologia alla semiotica, all’analisi testuale, agli studi culturali. Sorgerà forse al lettore la domanda: sono questi approcci troppo seri per affrontare il tema della comicità, tanto da essere a loro volta fuori posto?

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La comicità (infantile) nell’Orlando Furioso - Gian Paolo Giudicetti

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137 La comicità (infantile) nell’Orlando Furioso Gian Paolo GIUDICETTI Université catholique de Louvain Il rapporto tra letteratura e comicità può esser affrontato da due angoli diversi. Il primo pertiene alla comicità dell’opera letteraria, il secondo alla comicità nell’opera letteraria. Il primo è cioè relativo al rapporto tra opera e lettore, il secondo a quello tra istanze testuali interne all’opera. In uno studio sull’Orlando Furioso il primo metodo investigativo si condenserebbe nella domanda: che cosa dell’Orlando Furioso ci fa ridere? E in seguito: e perché? Si tratterebbe di domande generali che incorrerebbero nel peccato di presunzione di volere scrivere un capitolo della smisurata storia del comico o dell’umorismo nella letteratura o in quello di cercare di definir concetti – probabilmente indefinibili – come i due citati, e più difficilmente aiuterebbero a comprendere il poema ariostesco. Infatti Pirandello in L’umorismo o Kundera in Les testaments trahis, che cita Octavio Paz, secondo cui “né Omero né Virgilio conoscevano lo humour”, mentre “l’Ariosto sembra averne un presentimento, ma esso prende forma solo con Cervantes”1, menzionano Ariosto nel contesto di un’abbozzata e abbreviata storia dell’umorismo. Seguire questa strada sarebbe pericoloso, tanto perché tali storie richiedono di andare oltre i soliti classici della letteratura e dovrebbero puntare a una conoscenza vastissima della letteratura universale, quanto perché si rischia di rimanere invischiati in un pantano a mezza strada tra critica letteraria e filosofia, senza possibilità di approdare né all’una né all’altra riva. Si tratterebbero come concetti filosofici pseudoconcetti o concetti psicologici, di cui, come ha spiegato Croce, non sono...

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