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«Mutazione delle cose» e «pensieri nuovi»

Saggi su Francesco Guicciardini

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Matteo Palumbo

I saggi qui raccolti riguardano, nel loro insieme, un solo argomento: l’opera di Francesco Guicciardini, osservata da prospettive volta per volta diverse e, insieme, convergenti. Il senso del libro è racchiuso nel titolo: «mutazione delle cose» e «pensieri nuovi». Guicciardini usa, non a caso, per sé e per i suoi contemporanei, l’immagine delle «tenebre», in cui tutti si muovono. Il giudizio degli uomini si fonda unicamente sulla capacità di osservare mille dettagli, prevedere il loro possibile sviluppo, scegliere tra le soluzioni immanenti e incerte la più adeguata, congetturando i molteplici effetti che accompagnano qualunque decisione. Questa smisurata tensione conoscitiva e, insieme, pratica prende in Guicciardini il nome vecchio e nuovo di «discrezione». Il mondo che Guicciardini ha davanti, da qualunque lato lo si osservi, deve essere scrutato fino ai minimi motivi. E per raccontarlo occorrono procedimenti, pensieri e «nomi nuovi».

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6. Detti, proverbi e allusioni: sul riuso delle fonti nei Ricordi di Francesco Guicciardini

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1. Il problema delle fonti è senza dubbio uno degli enigmi più intricati e inafferrabili lasciati in eredità alla bibliografia critica su Francesco Guicciardini. L’autore dei Ricordi sembra aver scelto di cancellare ogni testimonianza, di occultare tutti gli indizi che possano guidare nel suo mondo culturale, consegnando ai suoi lettori l’ardua impresa di procedere per induzioni, per collegamenti testuali ipotetici, tutti da scoprire e da definire per mezzo di un gioco di ricerca e di attribuzione che può lasciare, nell’assenza di qualsiasi direzione, il dubbio dell’arbitrio, della forzatura più o meno azzardata. Scarsi indizi vengono dalle lettere, scandite lungo il corso degli anni, o dalle Ricordanze, programmata autobiografia delle vicende e della storia personali, tanto pubbliche quanto private. Qualche nome illustre (Marsilio Ficino, ricordato come colui che lo aveva tenuto a battesimo e celebrato come «el primo filosofo platonico che fussi a quegli tempi nel mondo»1), la menzione dei suoi maestri di diritto, alcuni corrispondenti celebri (il fratello Luigi, naturalmente Niccolò Machiavelli), e poco altro. Gli scritti di Guicciardini non consentono di ricostruire un contesto chiaro di relazioni intellettuali, non permettono di fissare ascendenze indiscusse, o di isolare esperienze inoppugnabili di letture. Prodigo di memorie sui propri comportamenti o generoso di notizie sulla storia della propria famiglia, Guicciardini sembra, invece, voler annullare ogni elemento che riguardi la sua formazione e che consenta di gettar luce sulle presenze che più direttamente lo hanno segnato. Proprio su questo terreno massimo di incertezze le citazioni possono fungere come un primo oggettivo riscontro: reperimento...

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