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«Mutazione delle cose» e «pensieri nuovi»

Saggi su Francesco Guicciardini

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Matteo Palumbo

I saggi qui raccolti riguardano, nel loro insieme, un solo argomento: l’opera di Francesco Guicciardini, osservata da prospettive volta per volta diverse e, insieme, convergenti. Il senso del libro è racchiuso nel titolo: «mutazione delle cose» e «pensieri nuovi». Guicciardini usa, non a caso, per sé e per i suoi contemporanei, l’immagine delle «tenebre», in cui tutti si muovono. Il giudizio degli uomini si fonda unicamente sulla capacità di osservare mille dettagli, prevedere il loro possibile sviluppo, scegliere tra le soluzioni immanenti e incerte la più adeguata, congetturando i molteplici effetti che accompagnano qualunque decisione. Questa smisurata tensione conoscitiva e, insieme, pratica prende in Guicciardini il nome vecchio e nuovo di «discrezione». Il mondo che Guicciardini ha davanti, da qualunque lato lo si osservi, deve essere scrutato fino ai minimi motivi. E per raccontarlo occorrono procedimenti, pensieri e «nomi nuovi».

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7. Francesco Guicciardini e il sillogismo stoico

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1. È una cosa del tutto ovvia riconoscere che durante il XVI secolo la cultura italiana ha mantenuto un ruolo da protagonista nel panorama europeo. Uno storico autorevole come Ferdinand Braudel ha perfino identificato, in un aureo volumetto pubblicato per la prima volta nel 1989, un «modello italiano»1. Con una tale formula egli ha riassunto un’egemonia di lunga durata, esercitata, tra il XIV e il XVII secolo, dai mercanti e dagli uomini colti delle città italiane su un’Europa tutt’altro che sprovveduta e arretrata. Questo modello italiano poggia su due elementi. Il primo è costituito da una capacità imprenditoriale straordinaria, che consente di raggiungere, sia pure nel mutare di scenari e di vicende storico-politiche, luoghi e fiere lontane, perfino nei posti più remoti, e che garantisce un ininterrotto dominio commerciale sui mari e sui mercati mondiali. Il secondo fattore, che legittima questo modello, consiste, appunto, in un prestigio culturale indiscusso. Grazie a questo prestigio, per esempio, poteva accadere, come ricorda Braudel, che, in un giorno della primavera del 1536, Francesco I s’intrattenesse in italiano con gli ambasciatori di Venezia, ai quali non solo annunciava il piacere d’incontrarli, ma anche affidava pensieri più delicati, rivelando le sue inquietudini e i suoi rinnovati rancori contro Carlo V. L’autorità della lingua e della cultura italiana e la loro circolazione internazionale erano indiscutibili. A Vienna, a Londra o a Parigi era necessario, infatti, che il pubblico capisse qualcosa della commedia dell’arte che gli attori italiani recitavano e improvvisavano innanzi a lui. Solo a partire dal 1668...

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