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«Mutazione delle cose» e «pensieri nuovi»

Saggi su Francesco Guicciardini

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Matteo Palumbo

I saggi qui raccolti riguardano, nel loro insieme, un solo argomento: l’opera di Francesco Guicciardini, osservata da prospettive volta per volta diverse e, insieme, convergenti. Il senso del libro è racchiuso nel titolo: «mutazione delle cose» e «pensieri nuovi». Guicciardini usa, non a caso, per sé e per i suoi contemporanei, l’immagine delle «tenebre», in cui tutti si muovono. Il giudizio degli uomini si fonda unicamente sulla capacità di osservare mille dettagli, prevedere il loro possibile sviluppo, scegliere tra le soluzioni immanenti e incerte la più adeguata, congetturando i molteplici effetti che accompagnano qualunque decisione. Questa smisurata tensione conoscitiva e, insieme, pratica prende in Guicciardini il nome vecchio e nuovo di «discrezione». Il mondo che Guicciardini ha davanti, da qualunque lato lo si osservi, deve essere scrutato fino ai minimi motivi. E per raccontarlo occorrono procedimenti, pensieri e «nomi nuovi».

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9. Le passioni nella Storia d’Italia: a proposito di un giudizio di Montaigne

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1. Michel de Montaigne, in un passo ben noto degli Essais, rimprovera alla Storia d’Italia di Guicciardini un giudizio troppo unilaterale sugli avvenimenti narrati. A suo parere, infatti, l’autore, benché valutato «storiografo diligente e dal quale [...] si può apprendere la verità sugli affari del tempo»1, conserva un limite che pregiudica la prospettiva da cui osserva le cose. Guicciardini si sarebbe impegnato maniacalmente a rappresentare una sola faccia della realtà, identificando il motore degli atti dei singoli protagonisti nelle passioni più rigorosamente soggettive e, perciò, dannose. Queste passioni, con la loro ineliminabile pressione, caratterizzano ossessivamente, nell’intero corpo dell’opera, i comportamenti di tutti i personaggi che entrano in scena e costituiscono la radice di tutte le loro azioni: Ho notato anche questo, che di tanti animi e di tanti fatti che giudica, di tanti impulsi e disegni, non ne attribuisce mai neppure uno alla virtù, alla religione, alla coscienza, come se tali qualità fossero completamente estinte nel mondo; e, di tutte le azioni, per quanto belle appaiano in se stesse, ne rimanda la causa a qualche movente vizioso o a qualche mira d’interesse. È impossibile immaginare che, nell’infinito numero di azioni che egli giudica, non ve ne sia stata qualcuna compiuta per un giusto motivo. Nessuna corruzione può aver soggiogato gli uomini tanto universalmente che qualcuno non sfugga al contagio; questo mi fa temere che ci sia qui un po’ del vizio del suo temperamento; e può essere accaduto che egli abbia giudicato gli altri secondo se stesso2. Il quadro che se...

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