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«Mutazione delle cose» e «pensieri nuovi»

Saggi su Francesco Guicciardini

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Matteo Palumbo

I saggi qui raccolti riguardano, nel loro insieme, un solo argomento: l’opera di Francesco Guicciardini, osservata da prospettive volta per volta diverse e, insieme, convergenti. Il senso del libro è racchiuso nel titolo: «mutazione delle cose» e «pensieri nuovi». Guicciardini usa, non a caso, per sé e per i suoi contemporanei, l’immagine delle «tenebre», in cui tutti si muovono. Il giudizio degli uomini si fonda unicamente sulla capacità di osservare mille dettagli, prevedere il loro possibile sviluppo, scegliere tra le soluzioni immanenti e incerte la più adeguata, congetturando i molteplici effetti che accompagnano qualunque decisione. Questa smisurata tensione conoscitiva e, insieme, pratica prende in Guicciardini il nome vecchio e nuovo di «discrezione». Il mondo che Guicciardini ha davanti, da qualunque lato lo si osservi, deve essere scrutato fino ai minimi motivi. E per raccontarlo occorrono procedimenti, pensieri e «nomi nuovi».

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13. La prudenza nella Storia d’Italia

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1. Il mio intervento riflette sul modo con cui la parola «prudenza» agisce nelle pagine della Storia d’Italia. Si tratta – è fin troppo ovvio – di un lemma strategico, che, nel ventaglio delle occorrenze e nella copia verborum del lessico guicciardiniano, ha un’importanza massima. Caratterizza, nella maniera più netta, la qualità dei personaggi in azione. Evoca la responsabilità che essi hanno, in quanto sovrani o condottieri o uomini di governo, per cercare la soluzione conveniente ai casi in cui si trovano. Legittima, in positivo o in negativo, i comportamenti che essi seguono. La prudenza consente di scegliere la decisione più adatta alle circostanze. Perciò è, per antonomasia, la prerogativa su cui si fonda la prassi. In mezzo a circostanze mai prevedibili i singoli protagonisti sono obbligati a optare per una cosa o per un’altra, sfruttando il loro sapere e la loro intelligenza. Il percorso da una dimensione all’altra, dall’intelligenza all’attuazione, è tutt’altro che semplice e, aveva già avvertito Guicciardini nel ricordo 35, «quanta è diversa la praticha dalla theorica! Quanti sono che intendono le cose bene, che o non si ricordono o non sanno mecterle in acto! Et a chi fa così, questa intelligentia è inutile, perché è come havere uno thesoro in una arca con obligo di non potere mai trarlo fuora»1. «Prudenza» è la parola che congiunge questi due poli. Richiama l’esercizio della ragione e, insieme, giustifica il ricorso agli atti, ai gesti che traducano a effetto, in maniera coerente, i risultati dell’analisi e della conoscenza. La sua natura esige che «pratica» e «teorica» siano...

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