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La «funzione Morgante»

Persistenze e variazioni nel genere comico in ottave tra Cinque e Settecento

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Stefano Nicosia

Il libro percorre e analizza la produzione comica italiana in ottave, e la legge attraverso il Morgante, ridiscutendo i territori marcati dall’eroicomico e dalle opere di Teofilo Folengo, Pietro Aretino, Piero de’ Bardi e Niccolò Forteguerri. Il poema pulciano funziona così come una lente attraverso cui interpretare la tradizione, sulla quale l’opera stampa una vasta orma, e al contempo come un esempio della formazione della tradizione stessa. La presenza del Morgante nella letteratura italiana può, dunque, essere letta come una funzione di lungo periodo, esprimibile attraverso i diversi modi con cui il poema influenza le scritture nel tempo.

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Con il Ricciardetto si conclude la ricognizione all’interno del sistema in ottave che ha legato il proprio nome al poema di Luigi Pulci. Carlo Gozzi, che avevamo lasciato e limitato nell’introduzione, rappresenta l’estrema propaggine settecentesca di un riutilizzo della tradizione cavalleresca, ma significa al tempo stesso una netta cesura rispetto a quella contaminazione di stili e intenzioni che era stata l’ottava prima di allora. L’intera costruzione dei dodici canti della sua Marfisa bizzarra si iscrive in un progetto di satira del contemporaneo, che il drammaturgo veneziano persegue in maniera insistente e quasi feroce attraverso il poema. Il sistema dei personaggi (paladini degradati e ricontestualizzati nella borghese Parigi-Venezia settecentesca) e la sua semantica servono a mostrare e suffragare la tesi di un secolo ormai corrotto dai costumi moderni, e in particolare dalla nuova letteratura, stigmatizzata in Chiari e Goldoni, oggetto di ripetuti attacchi polemici. Tra la dedica e la prefazione al poema, Gozzi reitera con insistenza la propria posizione di poeta satirico1, cercando di accreditarsi come discepolo di Giuseppe Parini, di cui si dice fervente ammiratore. Quella vena satirica che pervade sin dalle origini l’ottava e le opere considerate in questo lavoro sfocia in Gozzi in una marca predominante, e porta al parossismo tendenze che pure avevano informato la poesia dell’ultimo Forteguerri. Possiamo dunque considerare la Marfisa un limes entro il quale non solo contenere la nostra indagine, ma anche iscrivere un procedimento di riutilizzo di elementi pulciani2. La poesia di Gozzi a mio avviso inaridisce la vena dissacratoria che poteva...

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