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Nessuna città d’Italia è più crepuscolare di Roma

Le relazioni fra il cenacolo romano di Sergio Corazzini e i simbolisti belgi

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Daniele Comberiati

Nessuna città d’Italia è più crepuscolare di Roma. Le relazioni fra il cenacolo romano di Sergio Corazzini e i simbolisti belgi propone un’analisi comparata (dal punto di vista semantico, lessicale, tematico e stilistico) fra i quattro principali animatori del cenacolo corazziniano (Corazzini, Martini, Marrone e Tarchiani) e i simbolisti belgi, in particolare Maeterlinck e Rodenbach, senza dimenticare Verhaeren, Gilkin, Elskamp e Van Lerberghe. Risulta esplicito, nella riflessione culturale dei principali esponenti della cerchia corazziniana, come sia necessario diventare «allievi» di una tradizione europea e come, nella ricerca di «maestri» che fornissero dignità e statuto letterario al gruppo, i simbolisti belgi, per affi nità di pensiero, atmosfere e linguaggio poetico, fossero stati individuati quali riferimenti principali. È attraverso la lettura delle loro opere che i membri del gruppo corazziniano maturano una visione «alternativa» di Roma, che se in parte risente anche delle descrizioni di altri scrittori italiani coevi, di fondo evidenzia una distanza dalle immagini classiche della capitale. Roma diviene così una città dell’anima, irreale ma al tempo stesso concreta, con le sue chiese di campagna, le sue vie che ne mostrano i lati non urbani, le visioni notturne di conventi che la fanno assomigliare alle città nordiche cantate dai simbolisti.
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CAPITOLO I. Il rapporto con i maestri: Maeterlinck e Rodenbach

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Esperienze coeve alle produzioni crepuscolari mostrano con evidenza la crisi della figura del poeta nella lirica italiana di inizio Novecento1. Autori diversi fra loro come Palazzeschi e Gozzano pongono al lettore la domanda, esplicita o indiretta: ha ancora senso essere poeti? Può continuare ad esistere la poesia? E, in caso di risposta affermativa, quale utilità e quale ruolo le si potrebbero attribuire?

Palazzeschi utilizza il suo “poeta burlone” come emblema del paradosso: accanto ad esperienze certo differenti, ma che ne avvalorano il senso ultimo come quelle di Moretti, di Gozzano o dello stesso Corazzini, l’autore mette in scena il suo cantore che vive e comunica esibendo la propria “assenza”, la propria “morte” in vita, riflesso dell’impossibilità, in epoca moderna, di “fare” poesia. Anche l’energica presa di posizione di Marinetti nei confronti dei critici che non consideravano Palazzeschi un futurista si spiega con l’intento “palingenetico” dell’intellettuale futurista, che certo provava interesse verso la completa assenza di nostalgia, la mancanza di qualunque forma di rimpianto angoscioso del passato, che Palazzeschi esibiva nei suoi versi2. Il noto componimento Chi sono?, a partire dall’interrogativa retorica che funge da titolo e da incipit mascherato, evidenzia la fase di riflessione attraversata dalla poesia proto-novecentesca3. L’anti-prosopopea comporta una dichiarazione di smarrita identità, cui si sostituisce la maschera auto-ironica (“il saltimbanco dell’anima mia”) che, se destituisce l’io lirico di qualsiasi valore assertivo – in questo lontano dalle intenzioni crepuscolari – ne attesta ugualmente la crisi, mettendolo dunque al centro, proprio a partire dalla sua assenza o destrutturazione, del...

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