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From the Protohistory to the History of the Text

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Javier Velaza

This volume contains the papers of the colloquium Protohistory of the Text, which took place on 28 and 29 November 2013 at the Universitat de Barcelona. Each paper is devoted to the transmission of a major classical Latin text. The contributors are distinguished scholars from around the world such as Paolo Fedeli, Peter Kruschwitz, Marc Mayer, Stephen Oakley, Oronzo Pecere, Antonio Ramírez de Verger and Richard Tarrant. They discuss texts ranging from the comedies of Plautus and Terence through the writings of Cicero, Livy and Virgil to the Historia Augusta. Their papers review existing scholarship and offer new insights into the transmission of these texts and especially into their protohistory, the phase of their history that precedes the earliest surviving manuscripts.
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Paolo Fedeli - Protostoria del testo di Properzio

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Paolo Fedeli

Protostoria del testo di Properzio

1. Tutto lascia pensare che consuetudine del poeta elegiaco, nella fase iniziale di redazione dei suoi carmi, non sia stata quella della dettatura (che la Vita Donati attesta per il Virgilio delle Georgiche), ma quella dell’autografia1, su un materiale provvisorio quale erano le tavolette cerate, sulle quali correzioni, rasure, sostituzioni di parole non presentavano difficoltà di esecuzione. È Properzio stesso ad attestarci il ricorso a una tale pratica, abituale nei poeti neoterici e ancor prima nei poeti alessandrini (si pensi solo a Callimaco, che nel prologo degli Aitia scrive, ispirato da Apollo, sulla tavoletta appoggiata sulle ginocchia)2: non costituisce, infatti, un puro e semplice esempio di omaggio allusivo a Catullo la XXIII elegia del III libro, l’ultima prima dell’annuncio del clamoroso divorzio da Cinzia e dalla poesia d’amore, in cui il motivo delle tavolette (tabellae) perdute ricorda molto da vicino la vicenda dei catulliani pugillaria, la cui restituzione è richiesta a gran voce nel carme 42 dagli hendecasyllabi a una putida moecha3. Le tavolette, che Properzio dispera di poter recuperare, saranno pure di legno di nessun pregio e vile sarà la loro cera (vv. 7–8. 22), consunta dalle mani del poeta (v. 3): ciò che, tuttavia, emerge dal lamento del poeta elegiaco è la consapevolezza che la loro perdita equivale alla definitiva scomparsa di un testo, per quanto ancora incompiuto e privo del necessario labor limae, al quale, almeno in questa prima fase, l’autografia evitava gli errori...

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