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Pasolini

Cinema e antropologia

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Donatella Maraschin

Questo è il primo libro che esplora sistematicamente le strategie discorsive e le metodologie antropologiche adottate da Pier Paolo Pasolini nei suoi film. L’analisi delle intersezioni tra discorso antropologico, documentario e finzione rivela i modi attraverso cui il cinema di Pasolini sia profondamente correlato all’antropologia visuale, nei modi concettualizzati negli anni Ottanta dalla New Ethnography, sia in termini di pratica che di ricerca teorica. Una delle tesi del libro è che i film di Pasolini contengano ricorsi antropologici che emergono da una discorsività percettiva che li avvicina a uno dei più interessanti indirizzi dell’antropologia visuale anglosassone, quello dell’antropologia dei sensi, rendendo manifesto il loro valore pionieristico e visionario. L’analisi delle categorie corporali, topografiche, ritualistiche e identitarie presenti nei film di Pasolini svela inoltre istanze discorsive che si spingono oltre le ideologie coloniali e moderne spesso attribuitegli dalla critica tradizionale.
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Capitolo 3: Etnograficità e strategie testuali

← 64 | 65 →CAPITOLO 3

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Negli anni Ottanta l’epistemologia antropologica fu scossa da una delle più audaci e rivoluzionarie teorie: il volume Writing Culture1 curato da Clifford e Marcus, rappresenta infatti per l’antropologia, e con essa l’antropologia visuale, un punto di non ritorno. Il volume di Clifford e Marcus costituisce uno dei testi fondanti dell’antropologia post-moderna, poiché sfida i limiti dell’oggettivismo positivista intendendo la scrittura etnografica come rappresentazione. Clifford affermava che i resoconti etnografici, poiché testi, sono costrutti narrativi e pertanto implicano un certo livello di soggettività. In altre parole, secondo l’autore l’antropologia doveva rivisitare il proprio status di scienza, poiché capace di produrre solo verità parziali, basate su una sistematica selettività. Su questa scia, i resoconti etnografici sono stati da allora intesi come interpretazione d’interpretazioni, poiché, come spiega Robert Wagner, “un antropologo ‘inventa’ la cultura che egli crede di stare studiando”.2 In tal senso l’antropologia post-moderna ha pertanto mutato le condizioni di ricezione dei resoconti etnografici, che da descrizioni si fanno racconti, valutando la scrittura antropologica alla stregua di testi autoriali, in cui la soggettività e gli schemi culturali del ricercatore sono messi in scena nelle strategie discorsive utilizzate e nelle ideologie da esse prodotte. La complessità dei rapporti tra etnografie e discorso letterario è ← 65 | 66 → diventata così oggetto di continue riflessioni, spesso intese a porre l’accento sui reciproci prestiti.3 Scrivono al riguardo Parussa e Riva:

Ora è significativo che, nello stesso giro di anni in cui il discorso letterario (almeno nel contesto italiano) sembra andare così alla ricerca di nuovi fondamenti...

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