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Dalla prosa ai versi

Forme, usi, contesti della poesia didascalica grammaticale tra XII e XIII sec. Con l'«editio princeps» del «De voce» (Einsiedeln, Stiftsbibliothek Cod. 300)

by Carla Piccone (Author)
Thesis 304 Pages

Table Of Content


Introduzione

Alteratio est permutatio prose in carmen vel rythmum, vel carminis et rythmi in prosam.

Con queste parole Boncompagno da Signa (1170–1250 ca.) definisce nella sua Rhetorica novissima il fenomeno dell’alteratio, che consiste nella trasposizione in versi di un testo preesistente in prosa o viceversa1.

Alterationes carminis et rythmi in prosam sono da ritenere la versione in prosa del Carmen in laudem Sanctae Mariae di Venanzio Fortunato approntata intorno al 980 da Gundacro di Reims, un Virgilius in prosa tradito in due manoscritti di area francese del XIII sec., varie rielaborazioni in prosa delle Metamorfosi ovidiane, tra cui meritano una menzione quella di Giovanni del Virgilio, databile intorno al 1320, e quella elaborata alla fine del Quattrocento da Tommaso Walsingham, storico dell’abbazia benedettina di St. Alban2. L’elemento comune ravvisabile in queste alterationes di varia epoca e provenienza è il fatto che ad essere messe in prosa sono opere di alcuni auctores, il cui contenuto viene interpretato in maniera letterale, abbreviato e reso strutturalmente più ordinato3. Di conseguenza, sembra che l’alteratio in prosa fornisca una versione semplificata del contenuto di alcuni scritti di autori di epoca classica o tardoantica, al fine di facilitare in contesto scolastico la comprensione di testo ritenuto difficile4.

Il procedimento inverso, l’alteratio prose in carmen vel rythmum, è identificabile con la prassi normalmente definita “versificazione”. Essa è osservabile già tra IX e X sec., periodo in cui testi grammaticali e com ← 11 | 12 → putistici vengono trasposti in brevi composizioni in versi5 dedicate all’esposizione di temi specifici inerenti alle due discipline o alla presentazione dei loro principi generali6. All’XI sec. si fa risalire la stesura di testi in versi a tema botanico-medico e musicale contenenti la presentazione di tutti gli aspetti relativi a questi campi del sapere e destinati ad assurgere a modello per quanti in seguito tratteranno le stesse tematiche7. Nel

XII sec. si osserva un’abbondante produzione di poesia a tema biblico, lessicografico, grammaticale, medico, giuridico, scientifico, geografico; in questo periodo la prassi versificatoria investe, dunque, ogni campo del sapere e conosce, di conseguenza, il suo periodo di massima fortuna.

Le opere derivate da alteratio prose in carmen contengono, quindi, una trattazione sistematica di un certo campo del sapere all’interno di una situazione fittizia priva di qualunque indicazione spaziale e temporale, in cui un maestro parla ad un allievo che passivamente ascolta i suoi insegnamenti8. Proprio per queste caratteristiche gli scritti in versi derivati da uno o più precedenti in prosa possono essere ascritti al genere didascalico, che trova notoriamente fruizione in contesto scolastico e, pertanto, l’aumento della produzione di questa tipologia di testi nel XII sec. è da riconnettere al contemporaneo sviluppo di scuole ed università9.

I diversi tipi di testi derivati da alteratio, oltre alla destinazione scolastica, condividono il fatto di essere opera di autori diversi rispetto ai propri precedenti, caratteristica che distingue nettamente questo fenomeno letterario dall’opus geminum, il quale “besteht […] aus zwei Teilen, einem metrischen und einem prosodischen, deren Reihenfolge ohne besondere Bedeutung ist. Beide Teile müssen von selbem Autor verfasst sein und denselben Gegenstand behandeln”10. ← 12 | 13 →

Come si può facilmente comprendere, alla base di qualunque tipo di alteratio si colloca una modifica del mezzo espressivo scelto per presentare un determinato contenuto. Quale percezione della prosa e della poesia ha portato a questo mutamento formale? È possibile ricostruire le strategie messe in atto dal singolo versificatore per creare da uno o più precedenti in prosa una nuova opera in versi? Perché e in quali contesti i nuovi prodotti letterari in versi sembrano aver goduto di una certa fortuna?

Per rispondere a queste questioni, è nostra intenzione limitarci all’analisi delle alterationes prose in carmen, quindi al fenomeno della versificazione, che sarà esaminato nella prima parte del presente lavoro. In questo contesto tenteremo innanzitutto di chiarire se nelle fonti letterarie mediolatine siano ravvisabili eventuali riflessioni di carattere metapoetico su prosa e versi. A questo aspetto sarà dedicato il primo capitolo, in cui l’esame di vari testi di diversa datazione e afferenti ai generi letterari più disparati dovrebbe offrire una panoramica sulle riflessioni relative alla natura di questi mezzi espressivi.

Data l’ampiezza del fenomeno della versificazione, è necessario limitare il nostro ambito di interesse ad uno specifico campo del sapere ed enucleare un corpus di testi, che saranno al centro della nostra ricerca. A chiarire questi aspetti sarà il secondo capitolo, in cui verrà tracciata una panoramica sugli sviluppi della grammatica nei secoli del Basso Medioevo e in cui fisseremo il catalogo di testi su cui ci concentreremo. Esso risulta costituito da una versificazione inedita dei primi due libri delle Institutiones di Prisciano (inc.: De voce primus liber est et partibus eius, Walther, Initia 4183), databile all’inizio del XII sec.; dal Doctrinale di Alessandro di Villadei, scritto nel 1199; dal Grecismus di Eberardo di Béthune, databile al 1212; dal Novus Grecismus di Corrado di Mure, la cui composizione risale alla metà del XIII sec. Le opere prese in esame sono certamente accomunate dal tema trattato, sono state scritte dell’arco di un secolo, tra XII e XIII sec., risultando così sostanzialmente coeve; tuttavia, mentre il Doctrinale ed il Grecismus hanno goduto di una ← 13 | 14 → straordinaria fortuna, il De voce e il Novus Grecismus hanno avuto una diffusione estremamente limitata o regionale.

Chiariti questi aspetti, nel terzo capitolo si passerà ad una dettagliata analisi delle grammatiche in versi sopra menzionate. Il confronto tra la sezione dei testi mediolatini dedicati alla commutatio litterarum con quella relativa allo stesso tema delle Institutiones priscianee avrà il fine di mostrare se esse derivino da uno o più ipotesti. Successivamente, la nostra attenzione si concentrerà unicamente sul De voce, che, data la vicinanza strutturale e contenutistica con la grammatica priscianea, ci permetterà di individuare le eventuali modifiche contenustiche e formali a cui il testo tardoantico è stato sottoposto nella sua trasposizione in versi.

Perché versificare testi grammaticali? La scelta della forma in versi è forse da mettere in relazione con i destinatari di queste opere, con il loro contesto di ricezione e con la loro modalità di fruizione? Su questi interrogativi può gettare luce l’analisi del paratesto, a cui è dedicato il quarto capitolo. In esso saranno esaminati i prologhi delle nostre grammatiche, che, sebbene presentino tematiche topiche, menzionano i loro destinatari e presentano riferimenti, che permettono di ricostruire il loro contesto di ricezione e le loro modalità di fruizione.

La seconda parte del presente lavoro contiene l’editio princeps corredata di traduzione del De voce, preceduta dalla descrizione dell’unico testimone che ne riporta il testo, dall’esame del suo contesto di tradizione e dalla sua analisi metrica. ← 14 | 15 →

1Il testo di Boncompagno è riportato e discusso in Schmidt 1987, p. 38 e in Monique Goullet, Écriture et réécriture hagiographique. Essai sur les réécritures de Vies de saints dans l’Occident latin médiéval. (Hagiologia 4). Turnhout: Brepols, 2005, p. 151.

2Su quest’aspetto, Schmidt 1987, pp. 39–40. Per ulteriori menzioni di alterationes in prosam, Schmidt 1987, pp. 42–43.

3Su questo argomento, Schmidt 1987, pp. 40–41.

4A riguardo, Schmidt 1987, p. 42.

5Tra le trasposizioni in versi di questo periodo, meritano una menzione il De laude metrice artis di Alcuno, il De cultura ortorum di Vandalberto di Prüm, forse autore anche di un testo sul calendario. Ulteriori menzioni di trasposizioni in versi databili al IX e al XI sec. in Haye 1997, p. 361.

6Su quest’aspetto, Haye 1997, pp. 361–362.

7Tra i testi didascascalici di questo periodo basterà ricordare il Macer floridus di Odone di Meung e le Regulae rhytmicae di Guido d’Arezzo. Sulle caratteristiche delle alterationes databili all’XI sec., Haye 1997, p. 363.

8Per una definizione delle caratteristiche del genere didascalico, Haye 1997, p. 38 e pp. 359–360.

9Su quest’aspetto, Haye 1997, p. 363.

10Walter Ernst, Opus geminum. Untersuchung zu einem Formtyp in der mittellateinischen Literatur. Diss. Erlangen, 1973, p. 2. Su questo argomento, Klopsch 1966, p. 18. Per un esame relativo alla concezione dell’opus geminum in Sedulio, Prospero di Aquitania e Adelmo di Malmesbury, Michele C. Ferrari, Opus geminum. In “Dichten als Stoff-Vermittlung. Formen, Ziele, Wirkungen. Beiträge zur Praxis der Versifikation lateinischer Texte im Mittelalter”, herausgegeben von Peter Stotz. (Medienwandel – Medienwechsel – Medienwissen 5). Zürich: Chronos, 2008, pp. 247–264, spec. pp. 252–259. Alcune osservazioni in merito alle differenze ravvisabili tra opus geminum e alterationes in Schmidt 1987, p. 39.

PRIMA PARTE

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I.Ficta, ars, memoria: le diverse concezioni della forma poetica nella letteratura mediolatina

1.Prosa e versi: la poesia biblica

È possibile individuare nella letteratura mediolatina affermazioni metapoetiche che permettono di ricostruire quelle che all’epoca erano le idee correnti relative alla prosa e ai versi? Al fine di gettare luce su questa questione è nostra intenzione passare in rassegna alcuni testi di varia datazione e provenienza al fine di verificare se sia possibile ricostruire tramite la loro analisi una qualche riflessione di carattere metapoetico1.

Inizieremo il nostro esame concentrandoci sulla poesia a tema biblico più antica e in modo particolare sugli Evangeliorum libri di Giovenco, opera che ripropone il racconto evangelico in versi, e sul Carmen paschale di Sedulio, testo dedicato alla narrazione dei miracoli di Cristo2. Oggetto di interesse saranno le dichiarazioni metapoetiche contenute in questi scritti, al fine di verificare se essi presentino delle tematiche comuni ← 17 | 18 → che possano in qualche modo gettare luce sulla percezione della forma poetica nei due autori in questione.

Giovenco premette alla sua esposizione in quattro libri dei Vangeli un proemio di una trentina di versi, in cui, dopo aver ricordato la caducità di ogni cosa terrena (vv. 1–5), dichiara (vv. 6–12)3:

Sed tamen innumeros homines sublimia facta
et virtutis honos in tempora longa frequentant,
adcumulant quorum famam laudesque poetae.
Hos celsi cantus, Smyrnae de fonte fluentes,
illos Minciadae celebrat dulcedo Maronis.
Nec minor ipsorum discurrit gloria vatum,
quae manet aeternae similis, dum saecla volabunt.

In questi versi il nostro poeta sostiene che la poesia sia in grado di garantire fama immortale a quanti sono celebrati da essa, riproponendo così un’idea abbondantemente diffusa nella poesia antica, sia greca che latina, e poi passata al mondo medievale occidentale4. Inoltre, ai vv. 9–10, che sembrano contenere un’allusione ad Orazio (Carm. IV, 9, 5), Omero, indicato attraverso l’antonomasia Smyrnae fons, e Virgilio, associato alla dulcedo propria della poesia, vengono ritenuti “dispensatori di fama”5. Questa idea si chiarisce ulteriormente, quando Giovenco sottolinea che gli eroi celebrati nei testi poetici ottengono per questa via una fama longa, ← 18 | 19 → acquisita, per converso, anche dai poeti attraverso le loro composizioni dedicate alle gesta eroiche di grandi personaggi. In questo modo l’autore cristiano sostiene che la poesia sia in grado di fornire una gloria imperitura sia al poeta che canta le gesta degli eroi, sia agli eroi oggetto del canto poetico. L’idea topica della poesia eternatrice viene, dunque, sfruttata in due diverse direzioni dal nostro poeta cristiano6.

Il prologo degli Evangeliorum libri di Giovenco continua in questi termini (vv. 15–20):

Quod si tam longam meruerunt carmina famam,
quae veterum gestis hominum mendacia nectunt,
nobis certa fides aeternae in saecula laudis
inmortale decus tribuet meritumque rependet.
Nam mihi carmen erit Christi vitalia gesta,
divinum populis falsi sine crimine donum.

Inoltre, Sedulio nella sezione iniziale del suo Carmen Paschale scrive (I, 16–25, CSEL X, pp. 16–17)7:

Cum sua gentiles studeant figmenta poetae
grandisonis pompare modis, tragicoque boatu
ridiculoque Geta seu qualibet arte canendi
saeva nefandarum renovent contagia rerum
et scelerum monumenta canant, rituque magistro
plurima Niliacis tradant mendacia biblis:
cur ego, Daviticis adsuetus cantibus odas
cordarum resonare decem sanctoque verenter
stare choro et placidis caelestia psallere verbis,
clara salutiferi taceam miracula Christi?

I due brani degli Evangeliorum libri e del Carmen Pascale citati sono accomunati dal fatto di ritenere i testi classici latori di una fama longa, ma non eterna, e dalla constatazione che essi contengono mendacia e fig ← 19 | 20 → menta8. È proprio partendo da questo presupposto che i due autori rivendicano a se stessi la possibilità di opporre alla falsità della poesia pagana la veridicità dei contenuti cristiani delle loro opere falsi sine crimine9.

In merito ai passi menzionati tratti dagli Evangeliorum libri e dal Carmen Paschale va tuttavia rilevato che, mentre Giovenco fa uso nelle sue formulazioni del topos della poesia eternatrice, utilizzato però con chiaro intento polemico e piegato alle proprie esigenze, Sedulio infarcisce i versi menzionati di allusioni ai generi epico, comico, mostrando così che, nonostante la cultura classica sia oggetto di critica nei nostri autori, essa risulta essere imprescindibile per entrambi10.

Indicazioni metapoetiche sono ravvisabili, inoltre, nella sezione finale del quarto libro degli Evangeliorum libri, in cui Giovenco afferma (IV, 802–805): ← 20 | 21 →

Has mea mens fidei vires sanctique timoris
cepit et in tantum lucet mihi gratia Christi,
versibus ut nostris divinae gloria legis
ornamenta libens caperet terrestria linguae.

Da parte sua, Sedulio fa precedere il Carmen Paschale da una Epistula ad Macedonium, in cui, dopo aver presentato la sua opera ricorrendo al topos della falsa modestia11, aver associato la sua attività poetica ad un viaggio in mare12, aver ricordato la sua conversione13, arriva a chiedersi se sia lecito per il poeta cristiano usare le forme proprie della poesia pagana. Su questa questione il nostro autore scrive (CSEL X, pp. 4–5):

Cur autem metrica voluerim haec ratione conponere, non differam breviter expedire […]. Multi sunt quos studiorum saecularium disciplina per poeticas magis delicias et carminum voluptates oblectat. Hi quicquid rhetoricae facundiae perlegunt, negligentius adsequuntur, quoniam illud haud diligunt: quod autem versuum viderint blandimento mellitum, tanta cordis aviditate suscipiunt, ut in alta memoria saepius hoc iterando constituant et reponant […]. Nec differt qua quis occasione inbuatur ad fidem […].

I passi menzionati evidenziano che sia Giovenco sia Sedulio sono consapevoli di fare uso degli ornamenta linguae propri della poesia pagana, fatto che apparentemente sembrerebbe andare a cozzare con il rifiuto della stessa espresso da entrambi i nostri autori. Tuttavia, Sedulio si sofferma nel passo citato sulla questione, evidenziando come il verso rispetto alla prosa sia un mezzo espressivo che tramite le sue deliciae poeticae generi delectatio e come esso, proprio per questo motivo, possa essere facilmente ← 21 | 22 → memorizzato. Con questa argomentazione l’autore mostra di accettare le modalità espressive proprie della poesia pagana, utilizzate per esprimere contenuti cristiani, i vera, che si oppongono ai mendacia propri della Classicità. Nasce così con gli autori esaminati una poesia a tema cristiano, basata su un rapporto dialettico tra la tradizione poetica classica e il contenuto biblico, in cui il verso diventa arma veritatis, in grado di dar voce alla nuova propaganda fides in forme classicheggianti14. Pertanto, questo nuovo genere di poesia, nato dalla necessità di far conoscere i contenuti della nuova religione ad un pubblico formatosi sui classici, mostra di possedere, accanto ad una funzione etica dovuta ai suoi contenuti, anche un valore estetico, derivante dall’uso dagli strumenti propri della poesia pagana, che genera delectatio nel lettore abituato a queste modalità espressive15.

2.Poesia e verità

In un’ampia sezione dell’ottavo libro delle Etymologiae (VIII, 7) Isidoro di Siviglia ripercorre le circostanze che hanno portato alla nascita della poesia, ricorda che i pagani si sono serviti dei versi per celebrare le proprie divinità (Etym. VIII, 7, 1–2) ed afferma (VIII, 11, 29):

Quaedam autem nomina deorum suorum gentiles per vanas fabulas ad rationes physicas conantur traducere, eaque in causis elementorum conposita esse interpretantur. Sed hoc a poetis totum fictum est, ut deos suos ornarent aliquibus figuris, quos perditos ac dedecoris infamia plenos fuisse historiae confitentur.

Questo concetto viene progressivamente a chiarirsi nel pensiero del vescovo spagnolo, che continua (Etym. VIII, 7, 9): ← 22 | 23 →

Officium autem poetae in eo est ut ea, quae vere gesta sunt, in alias species obliquis figurationibus cum decore aliquo conversa transducant16.

I passi menzionati, in cui la forma poetica è associata alla menzogna, sono inseriti nel libro delle Etymologiae dedicato alla presentazione di quei fenomeni, quali scismi, eresie, maghi, sibyllae, divinità pagane, che presentano una falsificazione della verità cristiana; pertanto, sembrerebbe che la poesia sia percepita in questo contesto come un mezzo espressivo in grado di manipolare la verità17.

Prendiamo ora in esame la celebre miniatura risalente al XII sec. dedicata alle Artes liberales contenuta nell’Hortus deliciarum, capolavoro di Errada di Landsberg, badessa del monastero di Hohenburg in Alsazia. Come è noto, in essa è rappresentato un cerchio, al cui interno sono collocate le personificazioni delle arti liberali, mentre al di fuori di esso sono posizionati quattro personaggi intenti a scrivere, a cui un uccello nero suggerisce il contenuto di quanto stanno riportando nel libro che ognuno di essi ha davanti a sé. La scritta posta al di sopra delle quattro figure le individua come poete vel magi, spiritu immundo instincti, mentre quella leggibile sotto di esse spiega che isti, immundis spiritibus inspirati, scribunt artem magicam et poetriam id est fabulosa commenta18. Pertanto, la poesia, ispirata da immundi spiriti, potrà essere unicamente portatrice di menzogne e collocata, di conseguenza, insieme alla magia fuori dal sistema del sapere, rappresentato dalle artes, che sono, invece, portatrici diverità19.

Grosso modo contemporanea a questa miniatura è l’anonima Historia Troyana Daretis Frigii, in cui vengono narrate in circa 900 esametri le vicende relative alla città di Troia dal rapimento di Elena alla sua caduta. Nel prologo della sua opera l’anonimo autore scrive (vv. 1 e 12):

Historiam Troye figmenta poetica turbant
[…]
Non ego sum, quoniam nil fingo, poeta vocandus. ← 23 | 24 →

Dietro l’affermazione contenuta nel primo verso menzionato il lettore medievale era in grado di decodificare una critica rivolta a quei poeti, tra cui Virgilio e Ovidio, colpevoli di avere raccontato figmenta relativamente alle vicende oggetto di interesse dell’autore dell’Historia Troyana. Conseguentemente, egli percepisce la poesia come portatrice di menzogne e rifiuta per sé, che aspira a raccontare solo cose vere, l’appellativo di poeta20.

Ancora nel XII sec. Roberto di Saint Remi, autore di una Historia Hierosolymitana, scrive nel prologo della sua opera:

Et causas referam nec iura poetica queram,
quis aliquam spingam mendaci crimine fingam,
[…] sed vera notabo relator,
prodita diffuse stringens moderamina Muse.

Dal momento che l’autore dichiara di voler riferire le cause delle vicende da egli narrate, rifiuta programmaticamente l’appellativo di poeta, in quanto associato normalmente al crimen mendax, e per la sua aspirazione alla verità si autodefinisce relator, “colui che riferisce” vicende reali21.

Ripercorrendo le vicende che hanno portato alla nascita della poesia, Isidoro per primo la ritiene portatrice di ficta. Questa idea risulta poi diffondersi e radicarsi a tal punto che a distanza di diversi secoli due autori di opere storiche, che dichiarano programmaticamente di voler raccontare solo la verità, rifiutano per se stessi la definizione di poeta, dal momento che agli occhi dei loro lettori essa non sarebbe garanzia di veridicità dei contenuti delle loro opere.

A questo punto, concentriamo nuovamente la nostra attenzione sul primo libro delle Etymologiae, in cui Isidoro si sofferma sul concetto di fabula (I, 40), nozione che in questo contesto comprende tanto la favolistica quanto la poesia didascalica di epoca classica (I, 40, 4–7). Essa è caratterizzata da ficta quidem narratione, sed veraci significatione (I, 40, 6), argomentazione con cui l’autore non sembra condannare la poesia tout court, ma in realtà pare ammettere che dietro contenuti fittivi essa ← 24 | 25 → nasconda alcune verità, la cui ricerca è in grado di giustificare la lettura dei poeti pagani22.

In epoca carolingia è Teodulfo di Orléans a discutere nuovamente sulla questione della veridicità della poesia e a sostenere relativamente ai testi classici che plurima sub falso tegmine vera latent (MGH, Poetae latini, 1, 543, Carm. 45, v. 20)23.

Nel XII sec. Bernardo Silvestre, autore di un commento all’Eneide, relativamente al suo scritto sostiene (3, 14–15)24:

Integumentum vero est genus demonstrationis sub fabulosa narratione veritatis, involvens intellectum, unde et involucrum dicitur.

Il commentatore di Virgilio, quindi, giustifica il suo operato, facendo ricorso non solo ad argomentazioni già sviluppate in autori a lui precedenti, ma anche alla fortunata metafora del coprire e dello scoprire in riferimento a verità nascoste nei testi poetici che aspettano di essere svelate con uno sforzo ermeneutico25.

Isidoro è tra le fonti esaminate il primo a sostenere che la fabula di epoca classica nasconda delle verità, mentre alcuni autori di età successiva tentano di giustificare la lettura dei classici, ritenuti menzogneri, servendosi della stessa argomentazione leggibile nelle Etymologiae e della celebre metafora del coprire e dello scoprire.

L’opposizione menzogna – verità, già presente nella riflessione metapoetica ravvisabile nella prima poesia a tema biblico, risulta essere, dunque, un nucleo tematico attorno a cui si costruisce in varie tipologie di testi la riflessione sulla poesia pagana e su cui si basa la sua giustificazione per la sua lettura. ← 25 | 26 →

3.Poesia e prosa in contesto scolastico

Eccherardo IV, attivo a San Gallo nella prima metà dell’XI sec., compone una storia di questo monastero di notevole valore documentario e un Liber benedictionum, costituito da una sezione dedicata alle Benedictiones super lectores per circulum anni. È proprio in questa parte dell’opera che il nostro autore inserisce un’ottantina di composizioni poetiche di breve estensione, che prendono spunto dalle formule di benedizione e che sono definite nel manoscritto in cui esse sono tradite26 “lavoro poetico per il maestro”, identificabile in Notkero Labeone, presso cui Eccherardo si è formato27. Inoltre, il fatto che tra questi componimenti sono da annoverare una lode all’acqua o una Confutatio grammatica, costruita sull’opposizione topica simplicitas propria delle Sacre Scritture – elaborazione formale dei testi pagani, lascia supporre che il contenuto delle Benedictiones abbia messo in condizione il loro autore di dare prova del suo virtuosismo28. È, dunque, ipotizzabile che questa tipologia di testi, sebbene non particolarmente ispirati, ma tecnicamente di buon livello, siano nati come esercizio scolastico e risultino conseguentemente correlati all’insegnamento della grammatica latina29.

Partendo da questo assunto, passiamo ad esaminare alcuni passi di carattere autobiografico rintracciabili nelle opere di Otlone di Sankt Emmeram, autore formatosi a Tegernsee e attivo come insegnante a Sankt Emmeram, presso Ratisbona.

Nel prologo della sua prima opera, il De doctrina spirituali, di carattere spiccatamente teologico, il nostro autore si esprime in questi termini (PL 146, 263 B, vv. 24–26): ← 26 | 27 →

Haec est summa tamen, quoniam metricam hactenus artem
plus quam prosaicam dictandi more colebam,
nec mutare stylum properantem quivi aliorsum.

Inoltre, dopo essersi scusato con il lettore per aver fatto uso di esametri leonini (vv. 27–29), Otlone aggiunge (PL 146, 263 B, vv. 30–31):

Insuper antiqua de consuetudine feci,
cum me decrevi certare scholaribus orsis.

Queste affermazioni evidenziano come l’abitudine di scrivere versi fosse talmente radicata in contesto scolastico al punto da diventare per il nostro autore una consuetudo, che gli permette di comporre versi senza troppe difficoltà30.

Ciononostante, a pochi versi di distanza Otlone sostiene (PL 146, 263 C, vv. 37–38):

[…] Utinam prosae studium tantummodo scirem,
ne quis me metris extollere velle putaret.

In questi versi l’autore sembrebbe ribadire ulteriormente la sua familiarità con la composizione in versi, ritenuta forma espressiva più stimata della prosa.

I passi sopra discussi tratti dalle composizioni di Eccherardo IV e Otlone di Sankt Emmeram mostrano in maniera evidente che tanto nella scuola abbaziale di San Gallo che in quella di Tegernsee, in cui Otlone si è formato, l’attività versificatoria era concepita come parte dell’insegnamento del latino. La sintassi non particolarmente complessa del verso, le formule e gli epiteti connessi alle esigenze metriche in esso contenuti rendono la sua composizione un’attività, in cui la perfezione si acquisisce unicamente con l’esercizio; conseguentemente, il comporre versi diventa a lun ← 27 | 28 → go andare una consuetudo e proprio per questo gli autori esaminati ritengono la stesura di componimenti in versi, tendenzialmente più stimati, meno complessa di quella in prosa31.

4.Metaforica della prosa e dei versi

Al fine di avere una panoramica più completa sulla percezione di prosa e versi, è nostra intenzione ampliare il nostro campo di interesse, concentrandoci su affermazioni metapoetiche contenute in testi di genere e datazione diversi rispetto a quelli finora esaminati.

Consideriamo, dunque, quanto Dicuil, autore attivo alla corte di Carlo Magno, scrive in alcuni versi inseriti nel suo De astronomia (MGH, Poet. IV, 659, II, 7–12):

Gaudeo transiisselatos in campos prosae

viam perlustrans pleneloquelae spaciosae,

ut vitulus solutusvinculis obligatus

metro relicto sanusvagus sum liberatus.

Introibo sed rursumliberum post excessum

metri quidem conclusumquamvis angustum gressum.

Questi versi sono costruiti attorno all’opposizione tra i vincula, individuabili nelle regole prosodiche che regolano la composizione in versi, e i lati campi prosae, espressione che allude chiaramente ad una presunta assenza di regole nella composizione di testi in prosa32. Il fatto che già Isidoro di Siviglia ritenga che la prosa […] spatiosius proruat et excurrat nullo sibi termino praefinito (Etym. I, 38, 1), dimostra non solo che questa idea è precedente al nostro autore, ma anche che essa ha goduto di una certa fortuna attraverso i secoli. ← 28 | 29 →

Nella prima metà del XIII sec. Enrico di Avranches, dopo aver sostenuto l’origine divina della poesia, scrive (inc.: Principis ut summi, vv. 15–21)33:

Qui prosam conferre metro contendit, et antra
deserti poterit domibus componere regni:
fit quasi desertum, cum sermo deserit artem,
fitque quasi regnum, cum voces arte reguntur.
Huius ego regni ius et moderamen adeptus,
hispida prosarum reliquis deserta reliqui
iamque poetarum teneo fastigia solus.

In questi versi, caratterizzati da un tono fortemente autocelebrativo, la poesia è associata all’immagine di un palazzo reale, mentre la prosa a quella di una grotta nel deserto. Partendo da questo presupposto, il nostro autore dichiara di lasciare la prosa agli altri, dal momento che la sua composizione non richiede alcuna ars, alcuna “capacità tecnica”, a differenza, invece, di quanto avviene per la stesura della poesia. Proprio per questo presunto possesso di capacità tecniche il poeta rivendica per sé un posto di eccellenza, presentandosi così come poeta doctus34.

Isidoro di Siviglia, Dicuil ed Enrico di Avranches sembrano unanimemente sostenere, ricorrendo a metafore di vario genere, che l’apparente assenza di regole che presiede alla stesura della prosa rende la sua composizione decisamente meno complessa di quella in versi. Tuttavia, mentre Dicuil percepisce il verso come una sorta di limitazione alla sua libertà di espressione, Enrico di Avranches non esita a servirsene, rivendicando così per se stesso lo status di poeta doctus ed attribuendosi, di conseguenza, quelle capacità tecniche che gli permettono di innalzarsi al di sopra di quanti, sprovvisti, sono costretti a scrivere in prosa. ← 29 | 30 →

5.Prosa e versi nella poesia didascalica

In contesto didascalico riflessioni metapoetiche relative alla forma in versi sono ravvisabili nei commenti approntati ad opere afferenti a questo genere letterario; conseguentemente, oggetto di analisi saranno sezioni di questa tipologia di testi databili tra XII e XIV sec.

Il Liber pauperum è uno scritto di Giovanni di Beauvais dell’estensione di circa cinquecento versi, probabilmente composto in pieno XII sec. e dedicato alle partes orationis, al regimen e alla lessicografia35. Esso è stato oggetto di un commento, nel cui accessus si discute, come è d’abitudine, sul suo titolo: a riguardo l’anonimo glossatore dell’opera ricorda che essa Nodus in scirpo vel Liber pauperum intitulatur, per poi chiarire:

Liber pauperum dicitur quare quilibet pauper debet habere istum librum vel dicitur Liber pauperum quia de facili precio potest haberi respectu Prisciani. Nodus in scirpo quia nodus ex scirpo, quia ubi est nodus ibi est difficultas, et scirpo scirpi est quidam iuncus oblongus in quo est planicies. De simili in Prisciano est planicies et prolixitas, et ex illa planicie fit nodus ex scirpo, id est nodus ex planicie36. ← 30 | 31 →

Del passo in questione risulta essere dal nostro punto di vista interessante il secondo titolo menzionato, Nodus in scirpo, che ripropone l’espressione proverbiale nodum in scirpo quaerere37. Riguardo ad essa Festo scrive (p. 444, 17):

Scirpus est id, quod in palustribus locis nascitur leve et procerum, unde tegetes fiunt. Inde proverbium est in eas natum res, quae nullius inpedimenti sunt, in scirpo nodum quaerere. Ennius: quaerunt in scirpo, soliti quod dicere, nodum.

In sostanza, nodum in scirpo quaerere indicherebbe secondo Festo l’atteggiamento di chi cerca difetti anche lì dove non ce ne sono38. Pertanto, il glossatore del nostro testo attribuisce all’opera di Giovanni di Beauvais un titolo derivato da un’espressione proverbiale nota alla sua epoca, associando, come da tradizione, il nodus alla difficultas e lo scirpus alla planifies. Dunque, come il giunco si caratterizza per la sua planities, così le opere di Prisciano si distinguono per la loro prolixitas, che genera il nodus e, dunque, la difficultas. L’accessus alla grammatica in versi di Giovanni di Beauvais propone, dunque, per questa opera un titolo che riecheggia un’espressione proverbiale ben nota alla sua epoca, al fine di alludere in maniera velatamente polemica e servendosi di metafore, a caratteristiche proprie della grammatica priscianea39.

Anche nell’accessus della Glosa Admirantes al Doctrinale di Alessandro di Villadei, commento anonimo databile tra la fine del XIII e l’inizio del XIV sec., in cui i contenuti della grammatica del maestro francese ven ← 31 | 32 → gono interpretati secondo le categorie aristoteliche40, viene istituito un paragone tra l’opera commentata, in versi, e gli scritti grammaticali di Prisciano, in prosa41:

Non est igitur mirum, si legitur liber iste, in quo compendiose tradita quod erat primitus dispendiosum et confusum, in quo ordinate tradita quod erat primitus inordinatum, in quo sub luce traditur quod erat primitus nubilosum, in quo potest capi de facili quod nonnulli capere desperabant.

Mentre la glossa al Liber pauperum sopra discussa si limita, ricorrendo all’immagine proverbiale del giunco col nodo, ad alludere metaforicamente alla lunghezza delle opere priscianee, il glossatore dell’Admirantes sostiene expressis verbis che le Institutiones sono per via della loro prolissità difficilmente fruibili. Il Doctrinale, invece, offre un’esposizione chiara e sintetica dei contenuti, fatto che rende questo testo più facilmente recepibile rispetto alla grammatica tardoantica.

Al fine di comprendere su cosa si basi questo giudizio, continuiamo con la lettura della Glosa Admirantes, in cui l’anonimo glossatore scrive:

Sermo metricus, quem sequitur actor iste [Alexander de Villa Dei], ad plura se habet quam prosaycus, quem sequitur Priscianus; et hoc ita probatur: sermo metricus utilis factus est ad faciliorem acceptionem, ad venustam et lucidam brevitatem, et ad memoriam firmiorem.

In questo passo si sostiene che il sermo metricus sia utilis, in quanto permette una chiara sintesi dei contenuti (lucida brevitas), semplifica la memorizzazione della materia in esso trattata e fa sì che quest’ultima possa essere conservata più saldamente nella memoria (memoria firmior). Queste caratteristiche permettono, di conseguenza, una facilior acceptio del contenuto del testo in versi.

Mentre i passi finora esaminati si limitano a ritenere Prisciano prolisso e confuso e Alessandro di Villadei sintetico e ordinato, il brano dell’Admirantes sopraccitato, tessendo le virtù del sermo metricus, lascia in ← 32 | 33 → tendere che la superiorità della grammatica del maestro francese derivi non tanto dal suo contenuto, ma unicamente dalla sua forma42. Di conseguenza, da queste riflessioni relative a testi grammaticali scritti in versi o in prosa si sviluppano osservazioni di tipo metapoetico relative alla natura della poesia.

Considerazioni relative alla forma in versi sono ravvisabili in un’altra sezione dell’Admirantes, precisamente nella glossa dedicata al v. 1550 del Doctrinale, in cui Alessandro sostiene di essersi proposto di trattare della quantità della syllaba per versus. Forse è proprio questa formulazione a spingere l’anonimo glossatore ad alcune riflessioni su questo argomento43:

Causa finalis trimembris est, quia ista scientia tendit finaliter ad delectationem, ad memoriam firmiorem, ad lucidam et venustam brevitatem.

Rispetto a quanto affermato nell’accessus, nella rassegna dei tratti propri della forma poetica in questo passo la facilior acceptio viene sostituita con la delectatio e a riguardo si chiarisce44:

Ad delectationem dico, quia in bene ornatis delectamur. Ad memoriam firmiorem dico; nam ordo in sermone metrico observatur, et, ut ait Aristoteles, reminiscibilia sunt que ordinem habent.

L’argomentazione nell’Admirantes continua in questi termini:

Et ad lucidam et venustam brevitatem dico; nam sermo metricus nichil diminutum, nichil in se continet superfluum. Iste cause finales ex descriptione versus sic possunt elici: versus est metrica oratio succinte et clausulatim progrediens, venusto verborum matrimonio et sententiarum flosculis picturata, nichil in se superfluum nichilque continens diminutum (cfr. Matth. Vind., Ars I, 1)45. ← 33 | 34 →

Questo brano si sofferma sull’ultimo tratto attribuito in questo commento alla forma in versi, la brevitas, definita, come già nell’accessus, lucida et venusta. Appoggiandosi alla menzione dell’incipit dell’Ars versificatoria di Matteo di Vendôme, contenente una definizione di sermo metricus, il glossatore chiarisce che esso è caratterizzato da lucida brevitas, qualora esprima i propri contenuti né in maniera prolissa né in modo eccessivamente conciso.

Nel prologo del suo De pulsibus, testo didascalico a tema medico, Egidio di Corbeil, attivo a cavallo tra XII e XIII sec., trattando di Filareto, medico bizantino vissuto probabilmente nel IX sec., scrive46:

Philaretus autem sub tanto brevitatis volumine praedictorum [medicinae auctorum] confusionem studuit coarctare, qui Charybdim confusionis volens effugere, lapsus est in Scyllam obscurae brevitatis, quae obscuritas est inimica doctrinae.

I brani discussi tratti dalla Glosa Admirantes e dal De pulsibus di Egidio di Corbeil evidenziano il fatto che la brevitas possa essere valutata come vitium o come virtus del discorso poetico e il fatto che i nostri autori qualifichino questa caratteristica con un aggettivo è spia della possibile bivalenza del concetto. Essa è, quindi, connaturata al discorso poetico; spetta poi al singolo poeta renderla lucida piuttosto che obscura.

Oltre che lucida, l’autore dell’Admirantes definisce la brevitas anche venusta, idea presente anche nella definizione di metrica oratio offerta da Matteo di Vendóme, il quale ricorda che essa è venusto verborum matrimonio et sententiarum flosculis picturata (Ars versificatoria I, 1)47.

La brevitas sembra, dunque, essere soggetta ad una valutazione di tipo estetico, concordemente con l’idea abbondantemente diffusa in contesto mediolatino secondo la quale la poesia, proprio per le sue modalità espressive, nobiliti il tema trattato48. In contesto didascalico questo innalzamento della materia si realizza attraverso l’uso di un armamentario poe ← 34 | 35 → tico proprio di questo genere letterario, ravvisabile nelle tematiche topiche dei prologhi o nell’impostazione dialogica di questo genere di testi49. Nella glossa al Grecismus di Eberardo di Béthune redatta da un certo Iupiter assai probabilmente intorno al 130050, nella sezione dedicata alla definizione della carminis qualitas, leggiamo51:

Sermo metricus ad plura valet quam sermo prosaicus. Valet enim ad leviorem acceptionem, ad memoriam firmiorem et ad lucidam brevitatem, quod patet per descriptionem versus que talis est: Versus est metrica oratio succinte clausulatimque progrediens venusto verborum matrimonio flosculis picturata nichil in se continens superfluum nichilque continens diminutum.

Per hoc quod dicit SUCCINTE CLAUSULATIMQUE tangitur memoria, quia secundum Aristotilem libro De anima, “reminisciora sunt que inter se habent ordinem”. Et cum dicitur VENUSTO VERBORUM MATRIMONIO, tangitur quod facit ad delectationem quoniam in bene dispositis delectamur. Et cum dicitur NICHIL IN SE SUPERFLUUM ETC., tangitur quod ad leviorem facit acceptionem. Unde quidam:

Metra iuvant animos, comprendunt plurima paucis pristina commemorant et sunt ea grata legenti.

La definizione di sermo metricus offerta in questo passo è basata in larga parte sulle formulazioni contenute nell ’accessus dell’Admirantes sopra esaminato; inoltre, la successiva menzione del primo paragrafo dell’Ars versificatoria di Matteo di Vendôme con la relativa interpretazione deriva chiaramente dal commento al v. 1550 del Doctrinale approntato dall’anonimo autore dell’Admirantes. Infine, a conclusione della sua argomentazione, Iupiter colloca due versi di carattere proverbiale (Walther, Proverbia 14823)52. È, pertanto, possibile rilevare il carattere fortemente compilativo di questa sezione dell’accessus al Grecismus, che non brilla certo di originalità53. ← 35 | 36 →

Sia l’anonimo glossatore del Liber pauperum sia quello dell’Admirantes si soffermano nei loro accessus a confrontare le opere oggetto del loro commento con i testi grammaticali di Prisciano, toccando così l’annosa questione della superiorità degli auctores del passato rispetto ai contemporanei. Nel caso dell’Admirantes questo confronto tra le Institutiones e il Doctrinale porta ad una riflessione incentrata sull’analisi non del loro contenuto, ma della loro forma. Di conseguenza, l’attenzione del glossatore si concentra sulla prosa e sui versi, ritenuti rispettivamente mezzi che generano da un lato prolissità e confusione, dall’altro sintesi e chiarezza.

L’interesse dell’autore dell’Admirantes per la definizione dei tratti mediali propri della forma poetica si evidenzia ancora nel commento al v. 1550 del Doctrinale, in cui si ricorda che il sermo metricus genera delectatio, dà luogo ad una lucida et venusta brevitas e permette una memoria firmior dei suoi contenuti. A questo punto, il commentatore non si accontenta di enumerare le caratteristiche proprie della forma poetica, ma spiega che è l’ordo insito in essa a dare luogo a delectatio e memoria firmior, e, basandosi sull’autorità di Matteo di Vendóme, tesse le lodi dei vantaggi derivanti dalla lucida brevitas.

Queste riflessioni relative alla natura del verso, che nell’Admirantes non sono oggetto di una trattazione sistematica, ma sono ricostruibili tenendo conto di più passi, viene riproposto senza modifica alcuna da Iupiter nel suo accessus al Grecismus54.

Il verso, garante di brevitas, facilior acceptio e memoria firmior, si configura nei testi esaminati come un mezzo che faciliterebbe l’acquisizione dei suoi contenuti. Conseguentemente esso è ritenuto un veicolo, uno strumento pedagogico che permette una trasmissione sistematica di un certo campo del sapere, che la forma in versi rende più accessibile, fruibile e memorabile.

È, quindi, questa particolare percezione della forma poetica che ha portato nei secoli del Basso Medioevo alla versificazione di opere precedenti in prosa, comportando un adattamento dei contenuti relativi ad uno specifico campo del sapere alla forma in versi, fatto che rende il testo didascalico valutabile, quindi, anche secondo criteri estetici. Pertanto, se volessimo collocare la poesia didascalica mediolatina in genere su una scala, le cui estremità sono costituite da “prodotto letterario valutabile se ← 36 | 37 → condo criteri estetici” e “tecnica di trasmissione del sapere”, essa occuperebbe la posizione intermedia.

6.Prosa e versi: osservazioni conclusive

Alla luce delle asserzioni metapoetiche da noi passate in rassegna, le opinioni relative alla prosa e ai versi si organizzano nei testi esaminati attorno a tre poli:

1.falsità / verità: partendo dal presupposto che la poesia pagana non solo non sia in grado di garantire una fama eterna, ma contenga mendacia e figmenta, i poeti cristiani sviluppano forme poetiche caratterizzate da contenuto cristiano, l’unico in grado di garantire loro una fama eterna, espresso in forme pagane. Accanto alla posizione ben attestata di quanti associano la poesia alla menzogna, va segnalata quella di quanti ritengono che essa esprima delle verità nascoste. Si può, quindi, constatare come in questo caso la riflessione metapoetica si costruisca intorno ai concetti di falsità / verità dei suoi contenuti, che sono oggetto di discussione all’interno di un genere letterario, quello della poesia biblica, che cerca una sua giustificazione teorica, e in contesti in cui tendenzialmente si mira a screditare o a valorizzare il patrimonio letterario classico;

2.poesia più facile / più difficile della prosa: mentre Otlone di Sankt Emmeram sostiene che scrivere versi è per lui una consuetudo acquisita negli anni di scuola con l’esercizio, che gli ha permesso di familiarizzare con le regole prosodiche e metriche, Dicuil sottolinea, invece, facendo ricorso a metafore, come siano proprio queste regole a limitare nei versi l’espressione dei propri pensieri, che non troverebbe ostacoli nella prosa. Dal canto suo, Enrico di Avranches evidenzia il fatto che lo scrivere versi presupponga il possesso da parte di chi si accosta a questa attività di ars, di “capacità tecniche”, che l’autore attribuisce a se stesso e nega a quanti scelgono di scrivere in prosa. Ciò che accomuna i passi discussi è il fatto che le riflessioni su prosa e versi sono inserite all’interno di passi biografici, da cui si evince che comporre versi fosse un’attività scolastica connessa con ← 37 | 38 → l’insegnamento del latino; di conseguenza, esse si sviluppano attorno ai concetti di difficoltà / facilità. In questo modo nei passi presi in esame l’accento viene posto sulla modalità di produzione dei versi, mentre non si riscontra alcun interesse per il loro contenuto;

3.poesia ordinata, quindi facilmente memorabile / prosa disordinata, quindi difficilmente memorabile: negli accessus ad opere di carattere didascalico emerge che la forma in versi sia quella che per i suoi tratti intrinseci si presta meglio della prosa ad essere memorizzata, presentandosi, così, come un veicolo adatto alla trasmissione sistematica di un certo sapere. In questo caso, in contesto didascalico prosa e poesia vengono definite sulla base della loro più facile o più complessa fruizione, indipendentemente dal loro contenuto. ← 38 | 39 →

1Ringrazio il Prof. Peter Stotz per avermi segnalato buona parte dei passi successivamente discussi e per avermi messo a disposizione materiale inedito a riguardo.

2Per una trattazione relativa alla nascita e allo sviluppo della poesia a tema biblico, Curtius 1995, pp. 509–518. Una panoramica sullo sviluppo del genere dalle origini ad Otfrido di WeiBenburg è presentata in Kartschoke 1975. Un quadro relativo alla diffusione della poesia biblica è offerta in Francesco Stella, Ad supplementum sensus. Pluralità ermeneutica e incremento di senso nella poetica biblica dal Medioevo a Derrida. Le ragioni di un convegno. In “La scrittura infinita. Bibbia e poesia in Età medievale ed umanistica. Atti del Convegno di Firenze, 26–28 giugno 1997”, a cura di Francesco Stella. (Millennio Medievale. Atti di Convegni 28). Firenze: Edizioni del Galluzzo, 2001, pp. 31–46, spec. pp. 31–36. Alla poesia a tema biblico di epoca carolingia è dedicata l’ampia presentazione offerta in Id., La poesia carolingia latina a tema biblico. (Biblioteca di Medio Evo Latino 9). Spoleto: Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, 1993.

3I primi cinque versi degli Evangeliorum libri sembrano riecheggiare da vicino la seconda lettera di Pietro (3, 10), in cui leggiamo: in quo caeli magno impetu transient, elementa vero calore solventur, terra autem et quae in ipsa sunt opera exurentur. A questa reminescenza biblica si associa nella chiusa del v. 2, la iunctura aurea Roma, con cui l’autore vuole forse alludere a Ov., Ars III, 113. I primi versi del testo di Giovenco risultano, pertanto, costituiti da una fusione di passi biblici e classici. Per un’analisi di questi versi, Kartoschke 1975, p. 57 e Quadlbauer 1974, p. 189.

4Questo concetto trova espressione, tra gli altri, in Properzio (III, 2, 17), nel celeberrimo exegi monumentum aere perennius oraziano (Carm. III, 30, 1), in Ovidio (Am. I, 10, 62) e in Lucano (IX, 980–986). In contesto medio latino il tema è ripreso ripetutamente in epoca carolingia e successivamente da Gualtiero di Chatillon nella chiusa della sua Alexandreis. Per un quadro relativo alla diffusione di questa idea nella letteratura classica e mediolatina, Curtius 1995, pp. 529–531; Klopsch 1980, pp. 88–91; Quadlbauer 1974, p. 191; Costanza 1985, pp. 254–255, spec. n. 5.

5La poesia è associata alla dulcedo da Cicerone (Tusc. II, 27; Orat. II, 58), Virgilio (Georg. II, 475–477) e da Orazio (Ars, 333 e 343). Per ulteriori esempi in merito alla dolcezza dei poeti, ThLL V, 1, 2193 ss. Per alcune osservazioni in merito a questi versi, Quadlbauer 1974, pp. 189–190; Costanza 1985, pp. 259–260, spec. n. 15.

6Su questo aspetto, Kartschoke 1975, p. 57.

7Al v. 17 l’uso del composto grandisonus, attestato unicamente in Cassiodoro, Ennodio e Sedulio, e del verbo pompare, “dire con enfasi”, alludono con sarcasmo alla poesia epica; lo stesso intento sarcastico è ravvisabile nel vocabolo boatus riferito alla poesia tragica e nel riferimento al ridiculus Geta, nome da schiavo di commedia per antonomasia. Sulle occorrenze di grandisonus, ThLL VI, 2, 2188, 41–45. Su questi aspetti, Costanza 1985, p. 261, spec. n. 17.

8Sia Giovenco che Sedulio propongono nei loro prologhi (Iuvenc. I, 15–17; Sedul., Carm. Pasch. 17–26) la tradizionale antitesi alii – ego, già ravvisabile in Virgilio, Tibullo, Ovidio e Orazio e, tra gli autori cristiani, in Prudenzio; inoltre, oggetto di discussione in entrambi è la falsità propria della poesia pagana in opposizione alla veridicità di quella cristiana (Iuvenc. I, 15–20; Sedul., Carm. Pasch. 21–25). Oltre a queste somiglianze esistenti tra i due prologhi, va rilevato che i vv. 22, 20 e 26 del Carmen Paschale riecheggiano rispettivamente i vv. 16, 20 e 19 degli Evangeliorum libri, assurti ben presto a modello da imitare. Sulla diffusione dell’antitesi alii – ego nella letteratura classica e cristiana, Costanza 1981, pp. 902–903, spec. n. 8 e Id. 1985, p. 258, n. 13 con relativa bibliografia. Sulla vicinanza strutturale tra i due prologhi, Costanza 1985, p. 258. Sui riecheggiamenti di Giovenco nel prologo di Sedulio, Donnini 1978, p. 430. Sulla scelta delle tematiche da trattare nella poesia biblica in opposizione ai mendacia degli autori classici, Stella 2003, pp. 142–143.

9Questa opposizione torna anche nel De laudibus Christi di Proba (vv. 13–17) e in Paolino di Nola (Carm. X, 33–41). Per un esame relativo alla diffusione del topos in ambito cristiano, Costanza 1985, pp. 429–430. Per un’analisi del Carmen X di Paolino di Nola, Helena Junod-Ammerbauer, Le poète chretién selon Paulin de Nole. In “Revue des Études Augustiennes” 22, 1, 1975, pp. 13–54, spec. pp. 22–26. Se si eccettua l’affermazione oraziana secondo la quale il poeta non è obbligato alla verità (Ars, vv. 338–340), sembra che questa idea non trovi espressione in alcun poeta latino di epoca classica. A riguardo, Curtius 1995, p. 229; Gompf 1973, p. 53; Giuseppe Di Stefano,Multa mentiere poetae. Le débatsur la poésie de Boccace à Nicolas de Gonesse. (Inedita & Rara 6). Montreal: Ceres, 1989, pp. 9–10; Ulrich Ernst, Lüge, integumentum und Fiktion in der antiken und mittelalterlichen Dichtungstheorie: Umrisse einer Poetik des Mendakischen. In “Das Mittelalter” 9, 2, 2004, pp. 73–100, spec. pp. 74–83.

10Su questo aspetto, Kartschoke 1975, pp. 57–58.

11Sulla diffusione del topos della falsa modestia, ben diffuso sia in contesto classico che mediolatino, Curtius 1995, pp. 97–100.

12L’associazione dell’attività poetica ad un lungo viaggio in mare presente in Sedulio trova paralleli nell’immagine del poeta epico che solca con una grossa nave il mare ed in quella del poeta lirico che si sposta con una barca su un fiume. In questo caso il nostro autore si richiama ad Sir. 33, 1: sapiens non odit mandata et iustitias, et non illidetur quasi in procella navis, adattando così il topos classico al contesto cristiano. Per alcune osservazioni su questa immagine, Curtius 1995, pp. 147–150.

13Il riferimento alla conversione dell’autore è presente per la prima volta in Proba e tornerà anche in Paolino di Nola (Carmen XX, 12). Sull’Epistula a Macedonio, Kartschoke 1975, pp. 64–68; Donnini 1978, pp. 432–435; Dennis H. Green, Latin Epics of the New Testament. Juvencus, Sedulius, Arator. Oxford: Oxford University Press, 2006, pp. 154–161.

14Su questo aspetto, Kartschoke 1975, pp. 29 e 67; Donnini 1978, p. 435; Stella 2003, p. 151; Vitali 2005, p. 464.

15Per queste osservazioni, Vitali 2005, p. 464.

16Per alcune affermazioni relative al passo isidoriano discusso, von Moos 1976, p. 107.

17Su questo aspetto, Pagani 1995, p. 123.

18Alcune osservazioni in merito alla miniatura presa in esame in Gompf 1973, p. 60 e Stella 2003, p. 139.

19Su questo aspetto, Gompf 1973, pp. 60–61; Stella 2003, p. 139.

20Per alcune osservazioni su questi versi, Anonymi Historia Troyana Daretis Frigii. Untersuchungen und kritische Ausgabe, herausgegeben von Jürgen Stohlmann. (Beihefte zum “Mittellateinischen Jahrbuch” 1). Wuppertal: Henn, 1968, pp. 140141.

21Per un commento a questi versi, Klopsch 1966, p. 21; Gompf 1973, p. 60.

22Per alcune riflessioni a riguardo, von Moos 1976, p. 120.

23A riguardo, Klopsch 1980, p. 105.

24Il testo è edito in Bernardus Silvester. Commentum quod dicitur Bernardi Silvestris super sex libros Eneidos Virgilii, edd. Julian Ward Jones and Elisabeth Frances Jones. Lincoln: University of Nebraska Press, 1977.

25Su questo passo, Klopsch 1980, p. 104.

26Si tratta del manoscritto Sankt Gallen, Stiftsbibliothek, 393. A riguardo, Stotz 1981, p. 2.

27Su questo aspetto, Stotz 1981, p. 2.

28Sui contenuti della Confutatio grammatica (Bened. I, 42), Stotz 1981, p. 4.

29Quella descritta doveva essere una prassi abbondantemente diffusa, ma di cui restano poche tracce, dal momento che i testi prodotti come esercizio scolastico non venivano conservati. Un’eccezione a questa situazione è rappresentata proprio dai componimenti giovanili di Eccherardo, dal momento che il suo autore li ha inseriti in un suo scritto successivo. Su questo aspetto, Stotz 1981, p. 3.

30Per alcune osservazioni relative ai passi del De doctrina spirituali esaminati, Stotz 1981, pp. 10–11. A diversi anni di distanza dalla composizione di quest’opera Otlone ribadisce nel successivo Liber de temptatione: Libellum primum scribere cepi metriäco scilicet stilo, quo maxime in saeculari vita positus me exercebam. Il testo di quest’opera è edito in Otloh de Sancto Emmeramo. Liber de temptatione cuiusdam monachi, Untersuchung, kritische Edition und Übersetzung von Sabine Gäbe. (Lateinische Sprache und Literatur des Mittelalters 29). Bern: Lang, 1992, p. 322.

31Su questo aspetto, Stotz 1981, p. 11.

32Per una breve analisi di questo passo, Klopsch 1980, p. 77.

33Il testo di questa composizione è edito in Eduard Winkelmann, Drei Gedichte Heinrichs von Avranches an Kaiser Friedrich II. In “Forschungen zur deutschen Geschichte” 18, 1878, pp. 484–492, spec. pp. 487–490.

34Per alcuni cenni relativi a questa composizione poetica di Enrico di Avranches, Curtius 1995, pp. 541–542 e Klopsch 1980, pp. 86–87.

35I primi 50 versi di questa grammatica corredati da commento sono stati editi in Sivo 1995, pp. 192–198. Tradito integralmente in due manoscritti e in forma non completa in un terzo, il testo è menzionato due volte dalla Glosa Admirantes al Doctrinale di Alessandro di Villadei, una volta in relazione ai verbi deponenti, un’altra in merito al verbo nubo, ed è stato certamente conosciuto da Eberardo di Béthune, che ha rifuso nei capitoli XXV e XXVI del suo Grecismus, dedicati rispettivamente alle species nominum e agli accidentes verborum, materiale contenuto nel testo di Giovanni di Beauvais. Sul contenuto dell’opera e sulla figura del suo autore, Manitius 1931, p. 737 e Sivo 1995, pp. 182–183. A questa personalità è attribuita anche un altro testo in versi dedicato alle quantità delle sillabe (Regula splendescit, Walther, Initia 16555) noto ad Alessandro di Villadei; a riguardo, Hurlbut 1933. Sulla tradizione manoscritta del Liber pauperum, Manitius 1931, p. 737 e Sivo 1995, pp. 185186. Sulla fortuna del Liber pauperum, Manitius 1931, p. 737 e Sivo, 1985, pp. 184185. Per i rapporti di questo testo con il Grecismus, idem 1995, p. 190. Il Liber pauperum è indagato anche in Sivo 1996, che non mostra modifiche sostanziali rispetto al contributo del 1995.

36Ampie sezioni dell’accessus al Liber pauperum sono pubblicate in Sivo 1995, pp. 188–189, che ripropone il testo tradito nel ms. Oxford, St. John’s College, 178, 362r.

37Il commentatore, giustapponendo più spiegazioni, attribuisce all’opera il titolo Liber pauperum, che essa condivide con altri testi di destinazione scolastica dedicati alle discipline più svariate. Per una panoramica sui Libri pauperum, con particolare riferimento a testi di carattere giuridico, Franz Josef Worstbrock, Libri pauperum. Zu Entstehung, Struktur und Gebrauch einiger mittelalterlicher Buchformen der Wissensliteratur seit dem 12. Jahrhundert. In “Der Codex im Gebrauch”, herausgegeben von Christel Meier, Dagmar Hüpper, Hagen Keller. (Münstersche MittelalterSchriften 70). München: Fink, 1997, pp. 41–60, spec. pp. 46 e 57.

38Per una dettagliata panoramica relativa agli usi di questo proverbio nella Classicità, August Otto, Die Sprichwörter und sprichwörtlichen Redensarten der Römer. Leipzig: Teubner, 1890 (Hildesheim: Olms, 1965), n. 1607.

39Per un’analisi di questa espressione nell’accessus esaminato, Sivo 1995, pp. 189190.

40Ampie sezioni di questa Glosa sono pubblicati in Thurot 1869 sulla base del testo riportato in Orléans, Bibliothèque Municipale, 252 del 1284. Per alcuni cenni relativi a questa glossa, che non è mai stata oggetto di ricerche sistematiche ed approfondite, Reichling, ed. Alexander de Villadei, p. LXII.

41Questo e il successivo passo della Glosa Admirantes sono editi in Thurot 1869, p. 102.

42Per una discussione relativa al passo dell’Admirantes menzionato, Pabst 2008, p. 154.

43Questo e i seguenti passi discussi tratti dalla Glosa Admirantes sono editi in Thurot 1869, p. 417.

44Per alcune osservazioni in merito a questo passo, Pabst 2008, pp. 153–154.

45Il testo dell’Ars versificatoria è edito in Matthaeus Vindocinensis. Opera, ed. Franco Munari, vol. II: Ars versificatoria. (Storia e Letteratura 171). Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 1988, p. 43.

46Il testo è edito in Aegidius Corboliensis, Carmina medica, ed. Ludwig Choulant. Leipzig: Voss, 1926, pp. 21–43, spec. p. 25. Per una discussione su questo passo, Haye 1997, p. 82 e Pabst 2008, p. 153 e p. 167, n. 10.

47Il testo dell’Ars versificatoria è edito in Matthaeus Vindocinensis. Opera, ed. Franco Munari, vol. II: Ars versificatoria. (Raccolta di studi e testi). Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, p. 43. Per un’ulteriore analisi sui passi a carattere metapoetico finora discussi, mi permetto di rimandare a Piccone 2013, pp. 95–100.

48A riguardo, Klopsch 1980, p. 19.

49Per un’analisi dei prologhi e delle loro caratteristiche, Haye 1997, pp. 184–191. Sull’impostazione dialogica propria del genere didascalico, ivi, pp. 111–129.

50Per alcuni cenni relativi a questo commentatore, p. 59.

51Il testo è citato secondo l’edizione approntata in Grondeux 2000, p. 492.

52I versi citati nel commento di Iupiter aprono diversi testi legati alla scuola medica salernitana e il cosiddetto Florilegium Treverense del XIV sec., pubblicato da Franz Brunhölzl, Florilegium Treverense, in “Mittellateinisches Jahrbuch” 1, 1964, pp. 65–77 e Id., Florilegium Treverense, in “Mittellateinisches Jahrbuch” 3, 1966, pp. 129–217. Su questi versi, Klopsch 1980, p. 85.

53Per un’analisi della sezione dell’accessus esaminato, Pabst 2008, p. 168, n. 16.

54Su questo aspetto, pp. 32–33.

II.Grammatica e grammatici nel Basso Medioevo

1.La grammatica nel sistema del sapere nel XIII sec.

A questo punto è nostra intenzione individuare la posizione della grammatica nel sistema del sapere del XIII sec. e ricostruire attraverso quali opere in questo periodo venivano acquisite conoscenze grammaticali. Chiariti questi aspetti, passeremo a presentare il corpus di testi, sulla cui analisi ci concentreremo nei prossimi capitoli.

Al genere didascalico è da ascrivere la Clavis compendii, composta da Giovanni di Garlandia tra il 1232 e il 1234 durante il suo soggiorno a Tolosa1. Costituita da una sezione dedicata all’esposizione della sintassi, da una parte di carattere lessicografico e dalla trattazione della terminologia medica2, l’opera si apre, come è prassi in ambito didascalico3, con un ampio prologo (vv. 1–125). In questo contesto l’autore, servendosi di allusioni a Orazio e Boezio4, si presenta in prima battuta nella sua qualità di poeta (vv. 1–7), dichiara di aver composto la Clavis su invito di un amico (vv. 8–11)5, identificabile in un certo magister David Valensis, personaggio per noi ignoto6, e, dopo aver dato giustificazione della scelta di ← 39 | 40 → scrivere in versi (vv.12–21)7 e aver invocato Cristo (vv. 22–25)8, passa a spiegare gramatice que sit rationis origo (v. 64). In questo contesto l’attenzione di Giovanni di Garlandia si rivolge in primo luogo alla filosofia, che viene distinta in ens preter opus nostrum, in filosofia speculativa, a cui pertengono la methaphisica, la mathematica e la phisica, ed in ens ex opere nostro, in filosofia pratica; in quest’ultimo ambito la voluntas produce la politica, l’echonomica e la monostica, dunque la filosofia morale, e la ratio dà luogo ai sermones. Questo si attua attraverso la grammatica, la logica e la rhetorica9.

Alla grammatica Giovanni dedica una decina di versi (vv. 99–113) e la descrive in questi termini (vv. 99–102):

Est tibi prima [grammatica] parens tria gestans ubera, quorum
primum lac pueris dat, scilicet orthographia;
mamma secunda sapit mel, quod prosodia fundit;
tertia forte merum reddit, dum sintaxis exit.

Servendosi di un linguaggio metaforico ben attestato in ambito grammaticale10 ed assimilando la grammatica alla figura materna, il poeta indica ← 40 | 41 → l’orthographia, la prosodia e la sintaxis quali parti che compongono questa disciplina. Dal momento che in quest’epoca essa veniva distinta, sulla scorta dell’Ars maior di Donato, in preceptiva (grammatica normativa), prohibitiva (vitia) e in permissiva (tropi) oppure, sulla base di Prisciano, in orthographia (concetti di suono, lettera, sillaba, parola, discorso), etymologia (morfologia), sintaxis (sintassi) e prosodia (metrica)11, sembrerebbe che la ripartizione presentata nel prologo della Clavis non corrisponda a nessuna delle distinctiones della grammatica coeve12.

Successivamente, dopo aver lamentato lo stato in cui versa l’insegnamento di questa disciplina alla sua epoca (vv. 103–104), Giovanni continua la sua esposizione (vv. 105–108):

Ex his grammaticam sic diffinire potestis
ex propriis verbis: est scripta scientia, per quam
quelibet ex septem recte cognoscitur, apte
profertur, leges discuntur, gesta sciuntur.

Riprendendo una definizione della grammatica ben diffusa nei vari secoli del Medioevo13, essa viene ritenuta lo strumento che permette di accostarsi allo studio delle altre artes liberales, configurandosi, così, come propedeutica a tutti i restanti campi dello scibile.

A pochi anni di distanza dalla stesura della Clavis, tra il 1250 e il 1260, l’anonimo compilatore del quinto prologo che nella tradizione manoscritta precede il Grecismus di Eberardo di Béthune14 definisce la grammatica scientia scientiarum, aliarum artium hostiaria, nutrix antiquissima ← 41 | 42 → (p. 262, 44–45) e suggella queste sue affermazioni con la menzione dei versi 99–102 della Clavis.

Intorno al 1300 nel primo dei prologhi traditi insieme al testo grammaticale del maestro di Béthune si sostiene che

Grammatica est ars artium, scientia scientiarum, hostiaria, nutrix antiquissima […]. Est enim magistra logice, ministra rhetorice, interpres theologie, medicine remedium totiusque quadrivii fundamentum. Dicitur enim gramatica “aliarum hostiaria”, quoniam sine illa nullus debite et proprie ad alias potest accedere facultates, illa enim portat clavem.

Successivamente il glossatore chiarisce che la grammatica è assimilabile ad una nutrice dotata di quattro seni (p. 224, 476–483), corrispondenti alle quattro parti della grammatica (orthographia, ethimologia, synthaxis e prosodia) e, citando quasi letteralmente i versi 99–102 della Clavis, rielabora in questo senso l’immagine della madre con tre seni (p. 225, 504–508).

Infine, intorno alla metà del XIV sec. nell’accessus allo Speculum grammatice di Ugo Spechtshart, opera di carattere lessicografico in quattro libri15, la grammatica viene ritenuta fidelis ministra, ductrix atque doctrix omnium facultatum, merito pre aliis scienciis est appetenda e, inoltre, essa viene definita scientia recte scribendi, recte scripta recte intelligendi, recte intellecta recte componendi, recte composita recte pronuntiandi.

Come si è visto, nel prologo alla Clavis compendii Giovanni di Garlandia presenta una divisio scientiarium, fortemente influenzata dalla filosofia aristotelica16; in questo contesto la grammatica è ritenuta una sorta di “protoscienza”17, che in quanto tale offre quelle competenze di base in grado di permettere l’accesso ad altri campi del sapere. Riflessioni relative al carattere propedeutico della grammatica sono ravvisabili in acces ← 42 | 43 → sus a varie opere grammaticali databili grosso modo tra il 1250 e il 1350 e rivelano come in questo periodo questo concetto fosse ben diffuso, circolante ed accettato in contesto didascalico18.

2.Grammatici e testi grammaticali nel Basso Medioevo

Tra i grammatici tardoantichi Donato conosce una straordinaria fortuna nei secoli del Medioevo: tra XII e XIII sec. la sua Ars minor è ritenuta il testo più adatto per acquisire i primi rudimenti di latino e, conseguentemente, essa viene abbondantemente recepita in contesto scolastico19, in cui è sottoposta a rimaneggiamenti, che avrebbero dovuto rendere il testo più accessibile, ma che in realtà finiscono per interpolarlo20. A partire dall’XI sec. quest’opera grammaticale viene abbondantemente commentata e nel XIII sec. Enrico di Avranches ne offre una versione versificata21; proprio l’esistenza di interpolazioni, commenti e versificazioni mostrano come questo scritto abbia goduto, soprattutto tra l’XI e il XIII sec., di una straordinaria fortuna.

Il suo studio viene integrato nelle scuole dalla lettura dei Disticha Catonis, dell’Ecloga di Teodulo, delle Fabulae di Aviano, delle Elegiae di Massimiano, dei Remedia amoris ovidiani, del De raptu Proserpinae di Claudiano, del Tobias di Matteo di Vendôme22, che vengono analizzati ← 43 | 44 → nel contesto delle lezioni elementari di latino nella modalità testimoniata dalle Partitiones priscianee, in cui l’incipit di ogni verso dell’Eneide è esaminato parola per parola23.

Contemporaneamente al successo dell’Ars minor a cavallo tra XI e XII sec. si assiste alla stesura di nuove opere a tema grammaticale, quali le Regulae de primis syllabis di Tebaldo di Piacenza relative alla quantità delle sillabe, il De ornamentis verborum di Marbodo di Rennes dedicato alle figure retoriche, il De preteritis et supinis di Pietro Riga, i Versus de differentiis e il De primis syllabis di Serlone di Wilton, accomunati dal fatto di esporre in versi una singola tematica afferente al campo della grammatica24.

Giovanni di Beauvais, certamente attivo intorno alla metà del XII sec., è autore di un Liber Pauperum in versi, nel cui accessus leggiamo25:

Primo de nominum declinationibus et de etheroclitis nominibus breviter se expedit. Secundo de formatione preteritorum et suppinorum et generibus verborum tractatum subiungit. Tercio de regimine partium orationis tractat. Quarto et ultimo loco diversas significationes assignat.

L’opera in questione è costituita da diverse parti, dedicate rispettivamente alla declinazione dei sostantivi e degli eterocliti, alla formazione dei preteriti, dei supini e alla coniugazione dei verbi, alla sintassi e alla lessicografia. Rispetto, dunque, ai testi grammaticali di Tebaldo di Piacenza, Marbodo di Rennes, Pietro Riga e Serlone di Wilton sopra men ← 44 | 45 → zionati convergono nel Liber pauperum più tematiche, fatto che rappresenta una novità nel panorama culturale del XII sec.26

Successivamente, all’inizio del XIII sec. Alessandro di Villadei ed Eberardo di Béthune compongono rispettivamente il Doctrinale e il Grecismus, scritti accomunati dal fatto di fornire una sistematizzazione in versi di tutti gli aspetti afferenti al campo grammaticale27. La stessa prassi si riscontra anche nella Clavis compendii e nel Compendium gramatice di Giovanni di Garlandia e nel Novus Grecismus di Corrado di Mure, databili grosso modo alla metà del XIII sec. La grammatica in versi si configura, quindi, come un prodotto tipico della temperie culturale del XII e del XIII sec., periodo in cui sembra che nessun campo del sapere sia rimasto immune da una sorta di mania versificatoria, da cui deriva un’abbondante produzione di poesia didascalica in versi.

Nello sviluppo della poesia didascalica a tema grammaticale sono dunque riconoscibili tre diverse fasi: alla prima, collocabile tra XI e XII sec., sono ascrivibili opere dedicate ad un tema specifico; il Liber pauperum di Giovanni di Beauvais, dedicato all’esame di più tematiche grammaticali, rappresenta la seconda fase di sviluppo della tipologia di testi presa in esame e prelude alla terza, sviluppatasi dall’inizio del XIII sec., a cui sono ascrivibili opere, quali il Doctrinale di Alessandro di Villadei ed il Grecismus di Eberardo di Béthune, che contengono la presentazione sistematica di tutto il sapere grammaticale28. Questa tipologia di scritti trova il suo contesto di fruizione in ambito scolastico, in cui essi vengono letti e studiati da quanti sono in possesso già dei primi rudimenti di latino, acquisiti precedentemente sull’Ars minor.

Dopo la riscoperta e la conseguente diffusione delle Institutiones avvenuta nella seconda metà del IX sec., è nel XII sec. che l’opera priscianea conosce una straordinaria fortuna soprattutto in ambito universitario, dovuta soprattutto all’interesse suscitato dalla sua sezione dedicata alla sintassi29. Come mostra la composizione tradita unicamente nel manoscritto ← 45 | 46 → Einsiedeln, Stiftsbibliothek, 300, il testo tardoantico è stato, presumibilmente all’inizio del XII sec., parzialmente versificato. Inoltre, la grammatica priscianea è oggetto di commento nelle Glosule super Priscianum maiorem, di cui non sono noti né l’autore né la data di composizione30; tradite in tre manoscritti databili tra XI e XII sec, esse ipotizzano l’esistenza di un primus inventor del linguaggio, tematica che verrà successivamente ripresa dai modisti, e distinguono i concetti di substantia ed accidens applicandoli ad ogni singola parte del discorso31. Sono proprio queste glosse insieme a quelle approntate da Guglielmo di Conches alle Institutiones ad essere tenute presenti e rielaborate grosso modo alla metà del XII sec. da Pietro Elia nella sua Summa super Priscianum, in cui le definizioni priscianee relative alle parti del discorso e alla sintassi vengono interpretate in senso speculativo32. Queste definizioni saranno oggetto di discussione nella Summa super Priscianum di Pietro Ispano, composta tra il 1150 e il 1175, che risulta fortemente influenzata dalla dialettica, da cui, tuttavia, la grammatica viene distinta33.

L’esistenza di svariati commenti alle Institutiones databili tra XI e XII sec. sono prova della straordinaria fortuna di cui ha goduto lo scritto di Prisciano in questo periodo34 e il fatto che essi sviluppino intorno al ← 46 | 47 → testo della grammatica tardoantica una riflessione relativa al funzionamento della lingua, anticipando tematiche proprie della grammatica speculativa e dei modisti, evidenzia che la conoscenza delle Categorie, del De interpretatione, degli scritti di logica di Aristotele e dei relativi commenti di Boezio ha permesso un possesso più sicuro degli strumenti della logica, che vengono, dunque, applicati alla grammatica35.

3.Testi grammaticali in versi

È nostra intenzione concentrare il nostro interesse su alcune delle grammatiche in versi precedentemente ricordate e tratteggiare le loro caratteristiche peculiari. Pertanto, oggetto di analisi saranno la versione versificata del testo priscianeo sopra ricordata (De voce), il Doctrinale di Alessandro di Villadei, il Grecismus di Eberardo di Béthune e il Novus Grecismus di Corrado di Mure.

3.1De voce

Il ms. Einsiedeln, Stiftsbibliothek, 300, databile al XII sec., riporta un testo grammaticale dell’estensione di 1009 versi (pp. 95–105; inc.: De voce primus liber est et partibus eius, Walther, Initia 4183) ripartiti in tre libri36. Dal momento che il testimone non fornisce per la composizione in questione nessun titolo, la indicheremo con il titolo convenzionale di De voce, derivato dal suo incipit. Inoltre, nessun riferimento interno all’opera né alcuna indicazione nel manoscritto permettono di ipotizzare una sua attribuzione o una sua localizzazione.

Privo di prologo, il primo libro si apre con la definizione del concetto di vox, “suono”, e delle sue diverse tipologie. Successivamente si introdu ← 47 | 48 → ce la nozione di littera, che viene debitamente definita e di cui vengono elencati gli accidentes, individuati in forma, “aspetto”; nomen, “nome” e potestas, “valore fonico”. Seguono una ripartizione delle litterae in vocales, semivocales e mutae e un esame dedicato ad alcune lettere greche (chi, theta ephi) e all’aspiratio. Un primo accenno al concetto di commutatio litterarum chiude il primo libro.

Nel secondo libro questo tema viene ripreso e vengono analizzate minuziosamente le mutationes di vocales, semivocales e mutae.

Il terzo libro è dedicato in larga parte alla syllaba, di cui viene indagata la struttura e di cui vengono illustrati gli accidentes, individuati in spiritus, “aspirazione”; accentus, “accento”; numerus litteratum, “numero delle litterae” e tempus, “quantità”. Vengono inoltre introdotti il concetto di dictio, “parola”, e quello di oratio, “discorso”, entrambi caratterizzati di significatio, di cui risultano prive sia la littera che la syllaba37.

Attenendosi fedelmente a quanto Prisciano scrive nel primo ed in parte nel secondo libro delle sue Institutiones (GL II, 5, 1–54, 4), l’anonimo compilatore del De voce offre in prima battuta una definizione del concetto generale di vox; l’unità più piccola e, dunque, indivisibile da cui essa è costuita è la littera; ogni littera è in grado di combinarsi con altre litterae, dando così luogo alla syllaba. L’unione di più syllabae genera la dictio e la giustapposizione di dictiones dà luogo ad un’oratio38. In entrambi i testi l’organizzazione si snoda, dunque, dalla componente più piccola della vox a quella più grande e di conseguenza la materia in essi trattata si organizza in maniera progressiva39. L’analisi di questi aspetti prelude nella grammatica priscianea all’esame delle partes orationis e ← 48 | 49 → della sintassi e per questo la sezione dedicata alla vox sembra fungere nelle Institutiones da introduzione alle tematiche successivamente trattate40; il De voce, invece, si interrompe bruscamente con l’esame del concetto di oratio e nessun elemento interno o esterno al testo ci permette di stabilire se quanto tradito dal manoscritto di Einsiedeln sia un’opera a sé stante o una sezione di un testo di più largo respiro. Ciononostante, rimane il fatto che questo scritto grammaticale in versi contiene l’esposizione coerente e completa di un unico tema, quello delle componenti della vox.

Riportato in un unico testimone, esso non sembra essere menzionato in testi grammaticali grosso modo coevi, mostrando così di aver avuto una diffusione estremamente limitata e inoltre, se si esclude il lapidario giudizio formulato su di esso da Max Manitius, che si limita a sottolineare il suo carattere fortemente abbreviato e a ritenerlo “außerordentlich trockne Arbeit aus der Schule”41, il nostro testo sembra essere stato sostanzialmente ignorato dalla critica moderna.

3.2Alessandro di Villadei, Doctrinale

Come lascia supporre l’indicazione di origine che completa il suo nome, Alessandro di Villadei nasce a Villedieu, città diocesana nei pressi di Avranches, presumibilmente intorno al 117042. Il manoscritto 1038 conservato alla Bibliothèque de l’Arsenal di Parigi riporta la notizia che fa risalire al suo soggiorno di studio a Parigi la composizione di una grammatica in versi, approntata con la collaborazione di due compagni di studio. La morte dell’uno e il trasferimento dell’altro in Inghilterra hanno fatto sì che Alessandro avesse a disposizione un abbozzo di un testo grammaticale in versi, che avrebbe migliorato in seguito43. Quest’episodio, forse inventato, potrebbe, tuttavia far supporre che il nostro autore si sia for ← 49 | 50 → mato all’università di Parigi44. La sua attività come maestro dei nipoti del vescovo di Dol sembra essere certa e a questa fase risale la composizione del suo Doctrinale, testo dedicato all’esposizione della grammatica latina in versi45.

Non si hanno notizie sicure relative al periodo successivo alla morte del vescovo di Dol; l’unico dato certo è il fatto che il nostro autore è morto ad Avranches, presumibilmente intorno al 125046.

Ad Alessandro, oltre al Doctrinale, vengono attribuite anche altre opere. Tra queste va ricordato l’Ecclesiale, testo dell’estensione di circa duemila versi, nel cui prologo47 viene rimproverato agli Aurelianistae di leggere gli auctores. A questo sapere pagano il nostro autore contrappone la presentazione delle feste cristiane e del loro computo, a cui vengono associate anche tematiche proprie della liturgia o del diritto canonico48.

Il computo è al centro di un’ulteriore opera di Alessandro, nota coi titoli di Computus ecclesiasticus o Massa compoti; un De sphaera e un De algoritmo sono invece dedicati all’esposizione di tematiche inerenti alla matematica49.

Il Doctrinale, databile intorno al 1199, è presumibilmente lo scritto più antico del maestro di Villadei. Esso presenta un prologo, in cui l’autore, rivolgendosi direttamente ai propri destinatari, passa in rassegna le tematiche, che verranno esposte nella sua opera. Essa si compone di circa ← 50 | 51 → 2500 versi organizzati in dodici capitoli, in cui trovano spazio la trattazione delle partes orationis (capitoli I-VII), della sintassi (capitoli VIII-IX) e della metrica (capitoli X-XI)50. Oggetto d’insegnamento è un latino a base sostanzialmente priscianea, in cui entrano anche termini connessi al Cristianesimo (presbyter, v. 1512; Pascha, vv. 453 e 1206; heremita, v. 2112; aureola, v. 1468), vocaboli di derivazione biblica (Abimelech, v. 2026; Getsemani, v. 2027; Asenech, v. 2030; levita, v. 2115) e fenomeni sintattici tipicamente bassomedievali, quale la prescrizione dello schema SVO, diffuso nelle lingue romanze, al posto di SOV, tipico del latino classico (vv. 1390–1396)51. Alessandro mira, dunque, a descrivere il latino dei dotti del suo tempo e a fissare le regole di quella che alla sua epoca era una lingua utilizzata in contesto ecclesiastico e scolastico. Inoltre, in questa grammatica è riconoscibile l’uso di una terminologia consolidatasi nell’ambito della logica, fatto che permette di avvicinare l’autore del Doctrinale alla scuola di Parigi, in cui la logica e la filosofia rivestivano notoriamente un ruolo di primo piano.

Quanto alla genesi del testo in esame, è lo stesso Alessandro ad informare i suoi lettori della sua intenzione di pluraque doctorum sociare scripta meorum (v. 2). Con quest’affermazione il maestro di Villadei non vuole evidenziare la novità dei contenuti del suo scritto, quanto mettere in evidenza che in esso sono sintetizzati gli insegnamenti dei suoi maestri sparsi in più scripta52. Nonostante oggi non sia possibile individuare con certezza tutte le opere tenute presenti dal maestro francese nella stesura della sua grammatica53, è tuttavia certo che in essa sia confluito materiale di derivazione donatiana e priscianea, imprescindibile per chiunque alla fine del XII sec. si apprestasse a comporre un testo grammaticale; inoltre, lo stesso autore ammette di attingere nella trattazione dei supini e dei preteriti ad un’opera perduta di Pietro Riga (v. 16), più noto come autore dell’ampia versificazione del testo biblico intitolata Aurora54. ← 51 | 52 →

Inoltre, ai vv. 26–28 del Doctrinale Alessandro scrive:

Post Alphabetum minus haec doctrina legetur;
inde leget maius, mea qui documenta sequetur;
iste fere totus liber est extractus ab illo.

In questi versi vengono chiamati in causa due scritti, l’Alphabetum minus e l’Alphabetum maius, opera da cui sarebbe derivato in buona parte il Doctrinale55. Quest’ultima notizia troverebbe conferma in alcuni versi attribuiti allo stesso Alessandro riportati in Paris, Bibliothèque Nationale de France, Lat. 7682 A (p. 88) e lascerebbe suppore che I’Alphabetum maius, composto dallo stesso maestro di Villadei, sia un testo di ampio respiro dedicato a svariati argomenti, tra cui quello grammaticale56. Conseguentemente, si potrebbe ipotizzare che l’Alphabetum minus sia un testo grammaticale per principianti attribuibile allo stesso Alessandro, il cui incipit, secondo quanto riportato dal glossatore del manoscritto Erfurt, Universitätsbibliothek, Amplon. Q 42, è da individuare in laicorum idioma habetur57.

Nel passo discusso sembra, quindi, che Alessandro consigli a quanti vogliono seguire i suoi insegnamenti di acquisire i primi rudimenti di lati ← 52 | 53 → no sull’Alphabetum minus, di proseguire lo studio di questa lingua con la lettura del Doctrinale e, in ultima battuta, raccomanda lo studio dell’Alphabetum maius. In questo modo, il maestro di Villadei propone ai suoi lettori una sorta di “piano di studi”, che permetterebbe un’acquisizione della lingua latina tramite lo studio di testi redatti assai probabilmente dal nostro autore, due dei quali sono andati perduti58.

Il Doctrinale nasce dunque dall’intento del suo autore di sociare in un’unica opera in versi il sapere grammaticale derivato dagli scripta di doctores a lui precedenti. Il risultato di questa operazione letteraria è un’opera di carattere compilativo, in cui si tenta di sistematizzare l’intero sapere grammaticale. Proprio per questa caratteristica questa grammatica può essere ritenuto un testo didascalico, che rappresenta una grossa novità nel panorama culturale del XII sec.59

In anni relativamente recenti sono stati individuati ben 400 testimoni60 e circa 215 edizioni a stampa databili tra il 1469 e il 158861 che riportano il ← 53 | 54 → testo del Doctrinale. In questa vastissima tradizione manoscritta e nell’alto numero di versioni a stampa è possibile riconoscere la tendenza a frammentare il testo in partes dedicate a morfologia (Capp. I-VII), sintassi (Capp. VIII-IX) e metrica (Capp. X-XII) che circolavano singolarmente, in quanto percepite probabilmente come trattazioni concluse relative ad una branca della grammatica.

Inoltre, il Doctrinale è stato nel corso dei secoli oggetto di svariati commenti, tra cui vanno segnalate la Glosa Admirantes e la Glosa Notabilis. La prima, composta tra la fine del XIII e l’inizio del XIV sec., presenta evidenti influssi della grammatica speculativa62; la seconda è stata approntata nel 1488 probabilmente dal teologo di Colonia Gerhard von Zutphen e, abbondantemente diffusa, essa si caratterizza per il forte influsso della filosofia scolastica, per l’importanza attribuita alla sintassi e per i molti termini latini tradotti nel tedesco del tempo63.

La tradizione manoscritta del Doctrinale, l’alto numero delle edizioni a stampa e dei commenti pervenuti mostrano che il nostro testo ha goduto di una fortuna straordinaria a partire dagli anni immediatamente successivi alla sua stesura fino al Cinquecento. Inoltre, l’esistenza di parodie, di centoni e di riscritture semplificate dell’opera di Alessandro è spia del fatto che alla sua grammatica fosse riconosciuto nella cultura dell’epoca un ruolo di primo piano64. ← 54 | 55 →

3.3Eberardo di Béthune, Grecismus

Sulla biografia di Eberardo di Béthune si hanno solo notizie molto scarne: sembra che egli sia nato a Béthune, nell’attuale dipartimento del Passo di Calais, sia morto intorno al 1212 e nel corso della sua vita sia stato un insegnante65.

Oltre ad essere autore di un testo grammaticale, il Grecismus, al maestro di Béthune si attribuisce anche un’Antihaeresis, databile intorno al 1210 e tradita in un unico manoscritto del XIII sec.66 Nonostante in questo scritto egli critichi l’eresia valdese, catara e si soffermi sugli ebrei, allo stato attuale delle conoscenze relative alle vicende biografiche di Eberardo è certo che egli non ha partecipato personalmente alle controversie anticatare in Linguadoca, ma si sia lasciato ispirare da questi eventi nella composizione di questa opera67.

Il Grecismus è presumibilmente successivo all’Antihaeresis e risale con ogni probabilità al 121268. L’opera è costituita da un prologo, in cui sono riconoscibili due parti69: nella prima, caratterizzata dalla veemenza del tono e a livello retorico da accumulazione di concetti, figure di suono, me ← 55 | 56 → tafore, adynata70, riecheggiamenti di autori classici71 ed ipotassi, l’autore critica gli imperiti fatuitatem exprimentes asininam, identificabili con quanti dimostrano di avere un approccio speculativo e modista alla grammatica72; nella seconda sezione dopo aver introdotto il topos della falsa modestia73, Eberardo dichiara di voler scrivere una grammatica normativa del latino, seguendo nell’organizzazione della materia l’ordo dell ’Ars maior di Donato. Ripartito in ventisette capitula, il testo si apre con l’esame delle figurae, dei barbarismi e dei solecismi (Capp. I-II), nella cui trattazione è riconoscibile materiale derivato da Donato, Pietro Elia e Cassiodoro. Successivamente vengono esposti principi di retorica (Cap. III) e di metrica (Cap. IV), ripresi rispettivamente da Marbodo di Rennes e da Isidoro di Siviglia. Dopo aver introdotto il concetto di commutatio litterarum, probabilmente di derivazione priscianea (Cap. V), il nostro autore passa ad esaminare i monosillabi, mutuando probabilmente materiale dalle Institutiones (Cap. VI), per poi introdurre l’analisi dei nomina ← 56 | 57 → musarum et gentilium e dei nomina exorti a greco, di cui non sono state individuate le fonti (Capp. VII-VIII)74.

A questa prima sezione dell’opera, costituita dai primi otto capitula, segue un’ampia parte dedicata alla trattazione delle partes orationis (Capp. IX-XXIV), in cui è riconoscibile materiale tratto dalle Artes di Donato, da Prisciano e da Pietro Elia; il testo si conclude con una breve esposizione dedicata alla sintassi (Cap. XXVII)75.

Nonostante Eberardo di Béthune dichiari apertamente nel prologo della sua grammatica di voler seguire l’ordinamento della materia ravvisabile nell’Ars maior di Donato, la panoramica relativa al contenuto del Grecismus mostra come questo intento si realizzi a partire dal nono capitolo; inoltre, l’analisi contenutistica condotta tra i primi otto capitula e il resto dell’opera ha evidenziato alcune incongruenze interne76. Sulla base di questo, si è supposto che Eberardo abbia effettivamente composto la sezione relativa alle partes orationis (Capp. IX-XXIV) ed il proemio contenente il piano dell’opera. Il fatto che non è in nostro possesso alcun testimone contenente unicamente i capitula IX-XXIV lascia ipotizzare che per motivi a noi ignoti Eberardo non abbia portato a termine la sua grammatica in versi e che conseguentemente questo nucleo originario sia stato ben presto integrato da una personalità non identificabile con i primi otto capitula e con i tre finali, in modo da fornire una descrizione della disciplina che abbracciasse tutte le sue branche77. Il Grecismus, attribuito nella sua interezza ad Eberardo, ha iniziato a circolare ben presto in questa forma e il fatto che la tradizione manoscritta indichi i primi otto capitula come prima pars, distinguendoli così dal resto dell’opera catalogata come secunda pars mostra che già in epoca medievale ed umanistica ← 57 | 58 → si avesse la percezione dell’innegabile natura composita ed eterogenea del testo del maestro di Béthune78.

Come studi recenti hanno ben evidenziato, il testo del Grecismus è restituito da 255 testimoni databili tra XIII e XV sec., più della metà dei quali corredata di commento79. Nel XIII sec. l’opera esaminata è tradita insieme a testi grammaticali e lessicografici a destinazione scolastica; nel XIV sec. essa è associata nella tradizione manoscritta ai Libri catoniani, manuale di letture morali elementari, a testi grammaticali universitari oppure ad opere derivate da Donato. Tra XIV e XV sec. il Grecismus tende ad essere diviso in partes circolanti separatamente, al fine di andare incontro alle necessità dei programmi universitari, in cui era prescritto lo studio solo di alcune sezioni dell’opera80.

Oltre a godere di un’ampia tradizione manoscritta, il Grecismus è stato oggetto di commenti, di cui sono state individuate tre diverse tradizioni81: la prima, testimoniata dal manoscritto Paris, Bibliothèque Nationale de France, Lat. 14745 ripropone, relativamente alla presentazione delle figurae, quanto affermato sull’argomento da Isidoro di Siviglia; essa presenta, inoltre, molti punti di contatto con quanto scrive su questo argomento Giovanni di Garlandia nella sua Clavis compendii e nel suo Compendium gramatice82. Sulla base di questo, si ritiene che l’intellettuale inglese sia all’origine di questa tradizione di glosse, databile intorno al ← 58 | 59 → 1235 e diffusa anche nel XIV sec., ma completamente assente nel XV sec.83

La seconda tradizione di commento, che risale assai probabilmente al 1280, presenta una trattazione speculativa delle figurae e risulta essere molto vicina alla Glosa Admirantes al Doctrinale; inoltre, nel suo accessus è ben ravvisabile la rielaborazione di teorie derivate da Ruggero Bacone e da Robert Kilwardby. Nel XIV sec. viene copiata insieme alla prima tradizione e sopravvive ancora in alcuni manoscritti del XV sec.84

Intorno al 1300 si sviluppa un’ulteriore tradizione di commento, in cui la trattazione delle figurae e del pronomen evidenzia una chiara influenza modista. Essa viene insistentemente attribuita dalla tradizione manoscritta ad un certo Iupiter identificato in Giovanni di Clacy, formatosi a Parigi intorno al 1280 e autore, oltre che di un commento al Grecismus, di una glossa al Doctrinale (inc. Antequam ulterius) e alle Metamorfosi di Ovidio85.

Il Grecismus, come il Doctrinale, offre una presentazione in versi di tutti gli aspetti del sapere grammaticale e, come prova l’alto numero dei manoscritti e delle edizioni a stampa che ci restituiscono il suo testo, esso, come l’opera di Alessandro di Villadei, ha goduto dal XIII al XV sec. di una straordinaria fortuna, soprattutto in contesto scolastico ed universitario.

Tuttavia, già intorno al 1230 Giovanni di Garlandia mostra interesse per gli scritti grammaticali di entrambi i maestri francesi ed apporta alle loro opere aggiunte, soppressioni ed inversioni. Inoltre, sembra che l’intellettuale inglese abbia approntato delle glosse marginali ed interlineari al Grecismus, di cui avrebbe ripetutamente segnalato gli errori86. A questa ← 59 | 60 → attività di revisore e commentatore Giovanni di Garlandia fa seguire intorno al 1250 la stesura di due scritti grammaticali, il Compendium gramatice e la Clavis compendii, in cui oggetto di critica non sono solo il Grecismus e il Doctrinale, ma anche quanti danno credito alle affermazioni in essi contenute; inoltre, si duole del fatto che ai suoi tempi sono proprio questi testi ad essere più letti e commentati a scapito degli auctores.

Probabilmente contemporanea alle opere del maestro inglese sopra ricordate è una composizione anonima in versi (inc. Qui maiora cernitis cernite minora) tradita nell’ultimo foglio del ms. Firenze, Biblioteca Laurenziana, Pl. 25 sin. 5, in cui vengono riproposte nei confronti del Doctrinale ed il Grecismus le stesse argomentazioni usate da Giovanni di Garlandia negli scritti sopraccitati87. È proprio sulla base di questo assunto che la paternità del testo è stata attribuita ad una personalità non identificabile, ma certamente vicina alle posizioni dell’intellettuale inglese88.

A distanza di un paio di secoli la menzione dei testi grammaticali di Alessandro di Villadei e di Eberardo di Béthune torna nei cataloghi di pessimi auctores, che Lorenzo Valla inserisce nelle Elegantiae, nell’apologia di papa Eugenio IV, nell’Antidotum I in Pogium e in una lettera a Giovanni Serra del 13 agosto 1440 (Epist. 13, 134–150), in cui sostiene che il maestro di Villadei praecepta latina a Prisciano sumens barbaris versibus enuntiavit et de suo multum erroris adiecit89.

L’umanista torna sulla questione in un suo breve scritto, le Emendationes quorumdam locorum ex Alexandro, pubblicate nel 1503, in cui vengono corrette alcune “sviste” contenute nel Doctrinale90 e a distanza ← 60 | 61 → di pochi anni inserirà le riflessioni contenute in questo breve scritto nell’Ars grammatica91. Questa avversione chiaramente espressa da Valla nei confronti di Alessandro di Villadei, di Eberardo di Béthune e dei grammatici mediolatini si basa sulla considerazione che il latino medievale, in quanto lingua infarcita di barbarismi, sia da rifiutare in favore di un ritorno al latino classico, unica lingua della cultura, che in quanto tale può essere usata dagli intellettuali di tutte le latitudini. Ciononostante, l’analisi del lessico grammaticale delle Emendationes e dell’Ars dimostra che l’umanista discute e spiega passi tratti dagli auctores92 servendosi della terminologia specialistica mediolatina, dimostrando così di non poter prescindere da essa.

3.4Corrado di Mure, Novus Grecismus

Nasce a Muri, in Argovia, nel 1210, dove assai probabilmente ottiene i primi rudimenti nella scuola locale del monastero benedettino di St. Martin. Prosegue i suoi studi a Zurigo e, successivamente, a Bologna e Parigi93. A partire dal 1244 è rector puerorum nella scuola del Großmünster zurighese, che dirigerà fino al 1271. Nel 1259 diventa canonico ed in questa veste si occupa di liturgia; inoltre, l’esistenza di alcuni autografi lascia supporre che il nostro autore abbia stilato documenti notarili e sia comparso talvolta come paciere in dispute tra chierici o tra autorità ecclestiastica e potere secolare94. Stando alla notizia riportata dal manoscritto C 56, f. 132r conservato alla Zentralbibliothek di Zurigo, il canonico muore il 30 marzo 128195. ← 61 | 62 →

A Corrado vengono attribuite una quindicina di opere, alcune delle quali perdute; in questa sede basterà ricordare il Liber ordinarius, testo in prosa composto intorno al 1260 dedicato all’esposizione delle regole relative alla celebrazione dei vari avvenimenti dell’anno liturgico nel Großmünster zurighese96.

Degno di menzione è, inoltre, il Fabularius, databile al 1273 e tradito in quattro manoscritti del XIII sec.; si tratta di un’opera di consultazione in prosa dedicata a tematiche di mitologia, geografia e storia ed è l’unico tra gli scritti di Corrado ad essere stato stampato (GW 7424)97. Tra le opere perdute vanno annoverati un Cathedrale Romanum in circa 1130 versi dedicato alla prassi notarile, un Catalogus romanorum paparum et imperatorum in 1640 versi e un Novus Physiologus in circa 4400 versi98.

Questo breve schizzo relativo alla produzione letteraria di Corrado evidenzia che il nostro autore orienta i propri interessi su mitologia, grammatica, lessicografia, retorica e su tematiche legate alla prassi liturgica, concordemente con le attività di rector puerorum e canonico da lui svolte.

Il Novus Grecismus, la cui stesura è iniziata intorno al 1244 e completata qualche anno dopo, è la prima opera di Corrado di Mure99. Costituita da circa diecimila versi, essa presenta un ampio prologo100, che si apre con la menzione delle claves sapientiae, ben diffusa tra XIII e XIV sec. in testi legati al contesto scolastico101, e che contiene aperte critiche al ← 62 | 63 → Grecismus, tacciato di presentare un ordo confusus e di riportare concetti devianti dalla verità102. A questa pars destruens segue una pars construens, in cui l’autore, secondo una prassi ben osservabile nella poesia didascalica mediolatina, si automenziona103 al fine di garantire alla propria opera una certa credibilità e una certa autorità104; successivamente egli si concentra sul proprio scritto, passando in rassegna i suoi contenuti e chiarendo il modo in cui è sua intenzione rapportarsi al testo di Eberardo.

Il Novus Grecismus è, come già preannunciato nel prologo, composto da dieci libri: il primo presenta un’ampia trattazione delle octo partes orationis, in cui confluisce materiale tratto dal Donatus metricus di Enrico di Avranches, dal Doctrinale di Alessandro di Villadei, dal Grecismus di Eberardo di Béthune, dalle Institutiones priscianee e dal relativo commento di Pietro Elia105.

Il secondo libro è di carattere lessicografico e in esso sono esposte le significationes di termini latini, greci ed ebraici. In questa sezione vengono rielaborati brani tratti dal Grecismus, integrati da quanto è leggibile a riguardo in Isidoro di Siviglia, Papias, Osberno di Gloucester, Uguccione da Pisa e Gugliemo Britone, da cui derivano le sezioni dedicate al greco e all’ebraico106.

Nel terzo libro Corrado si sofferma ad esaminare la commutatio litterarum, la metrica, i vitia e le virtutes orationis, mutuando materiale da Eberardo di Béthune, che viene integrato con quanto leggibile su questi ← 63 | 64 → temi in Donato, Prisciano, Isidoro di Siviglia, Marbodo di Rennes e Goffredo di Vinsauf107.

Immediatamente dopo la conclusione del terzo libro il canonico zurighese inserisce un secondo prologo, in cui si criticano con formulazioni che riecheggiano molto da vicino quelle del prologo del Grecismus quanti si dedicano alla grammatica speculativa108. A questo punto dell’opera si apre un’ampia sezione dedicata a cosmologia e geografia (libro IV), zoologia e botanica (libro V), anatomia, fisiologia ed etica (libri VI e VII), artes mechanicae (libro VIII), temi giuridici, mitologici e religiosi (libri IX e X), in cui è riconoscibile l’influsso di Isidoro di Siviglia, Alessandro Neckam, Giovanni di Garlandia e delle Corrogationes Prometei109.

Il Novus Grecismus è, dunque, introdotto da un prologo a cui segue un’ampia sezione (circa 6800 versi) dedicata all’esposizione del sapere grammaticale; segue un secondo prologo, che, segnando una cesura nell’economia dell’intera opera, introduce la seconda parte del testo discusso, dedicata all’esame degli argomenti più disparati relativi a natura e cultura. Proprio questa visione a tutto tondo della realtà offerta dal testo di Corrado permette di attribuire ad esso un carattere enciclopedico110. Di conseguenza il Novus Grecismus può essere ritenuto un testo didascalico di carattere enciclopedico, in cui l’esposizione di carattere compilativo del sapere grammaticale assume un rilievo particolare111.

L’opera di Corrado è tradita in quattordici manoscritti, alcuni dei quali miscellanei, databili tra il 1312 e il XV sec. e diffusi unicamente in area ← 64 | 65 → tedesca112. Inoltre, all’inizio del Quattrocento essa fu certamente oggetto di studio ad Ulm, molto rinomata all’epoca per le sue scuole. In questo contesto nasce un commento sistematico al testo, tradito nel ms. Basel, Universitätsbibliothek, F II 5, approntato dal locale rector scolarum, Conrad Bonhart113. L’opera enciclopedica di Corrado risulta aver interessato anche un altro rector scolarum, il magister Heinrich von Waldshut attivo a Wintherthur, che si occupa di glossare sistematicamente l’intero Novus Grecismus, come testimonia il ms. Basel, Universitätsbibliothek, F I 22.

Anche se di estensione diversa a seconda degli argomenti in esso trattati, un commento è riportato anche dal ms. München, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 14254, posseduto da Hermannus Poezlinger, attivo all’università di Lipsia nella prima metà del Quattrocento114. L’opera di Corrado di Mure ha, quindi, goduto unicamente in area germanica, certamente in contesto scolastico e forse anche in ambito universitario, di una discreta diffusione, realtà che, tuttavia, non ha fatto sì che questo testo fosse oggetto interamente o parzialmente di una editio princeps in periodo umanistico.

4.Caratteristiche generali del corpus

Come si è visto, la grammatica normativa viene inserita nei secoli del Basso Medioevo all’interno del sistema del sapere e ritenuta propedeutica allo studio delle altre artes. Tra XII e XIII sec. i primi rudimenti di latino vengono acquisiti con la lettura dell’Ars minor di Donato; le conoscenze linguistiche apprese in questo modo verranno approfondite con lo studio delle grammatiche in versi, prodotto tipico del periodo esaminato, ed infine perfezionate con le Institutiones di Prisciano, testo utilizzato in contesto universitario, i cui commenti rispecchiano l’evoluzione di questa disciplina nel corso del XIII sec. ← 65 | 66 →

Nell’ampia produzione grammaticale risalente ai secoli analizzati, la nostra attenzione si è concentrata su quattro testi, il De voce, il Doctrinale di Alessandro di Villadei, il Grecismus di Eberardo di Béthune e il Novus Grecismus di Corrado di Mure.

Escludendo il De voce, in quanto anonimo, ciò che accomuna gli autori del nostro corpus di opere è il fatto di essere stati attivi in area francese e germanica grosso modo tra il XII e il XIII sec. come rectores puerorum, maestri di scuola, attività a cui viene ricondotta la stesura dei loro scritti grammaticali, databili tra il 1199 e il 1245 e, pertanto, coevi; il De voce, databile su base paleografica all’inizio del XII sec., risulta, invece, ad essi precedente.

Inoltre, tutti i testi esaminati sono ascrivibili al genere didascalico e, ad esclusione del testo di Einsiedeln, in cui trova spazio unicamente la trattazione del concetto di vox e delle sue componenti, il Doctrinale, il Grecismus e, nella sua sezione grammaticale, il Novus Grecismus offrono un’esposizione del sapere grammaticale articolato in grammatica preceptiva, permissiva e prohibitiva, concordemente con la ripartizione del sapere grammaticale individuato in quest’epoca nell’Ars maior115. Tuttavia, rispetto al testo donatiano, le nostre grammatiche mediolatine non si limitano nella sezione preceptiva all’analisi delle partes orationes, ma si soffermano anche sulla metrica e sulla sintassi. Di conseguenza, esse trattano di ortographia, etymologia, prosodia e diasintastica, tematiche che coincidono con le sezioni, che in questo periodo vengono individuate nella produzione grammaticale priscianea. Pertanto, il Doctrinale ed i “Grecismi” presentano un’organizzazione generale del sapere grammaticale che ripropone quella dell’Ars maior donatiana, di cui, però, viene approfondita la sezione preceptiva, al fine di presentare in un’unica opera tutte le branche del sapere grammaticale.

Infine, mentre il De voce e il Novus Grecismus sono stati recepiti rispettivamente in maniera assai limitata e a livello regionale, la tradizione manoscritta del Doctrinale e del Grecismus evidenzia che essi hanno goduto di una straordinaria fortuna come testi scolastici e, in quanto tali, sono stati abbondantemente letti, copiati, interpolati e commentati. ← 66 | 67 →

1Sulla datazione della Clavis compendii, Marguin-Hamon, ed. Iohannes de Garlandia, Clavis, pp. XXXIX-XL.

2Sui contenuti di quest’opera, Marguin-Hamon, ed. Iohannes de Garlandia, Clavis, p. XXXVIII e XL-XLII.

3Sulle funzioni e sulla struttura del prologo nel genere didascalico, Haye 1997, pp. 184–189.

4Per un’analisi di questo passo, Haye 1994, p. 53 e Marguin-Hamon, ed. Iohannes de Garlandia, Clavis, pp. XXXVII.

5Su questo aspetto, Haye 1994, pp. 53–54.

6A riguardo, anche i vv. 16–19 e 2349 della Clavis compendii. Le glosse contenute in un testimone che riporta il testo di quest’opera (Cambridge, Gonville and Caius College Library, 136, f. 163) e quelle tradite in un manoscritto contenente il Compendium gramatice di Giovanni di Garlandia (Cambridge, Gonville and Caius College Library, 593 / 453) concordano nel riferire questa notizia. Il testo di entrambe le glosse è pubblicato in Marguin-Hamon, ed. Iohannes de Garlandia, p. XXXVIII e in Haye, ed. Iohannes de Garlandia, p. 61. Per una discussione sul loro contenuto, Marguin-Hamon, ed. Iohannes de Garlandia, Clavis, ibidem. Dal momento che allo stato attuale delle ricerche non sono state individuate notizie relative alla figura di David Valensis, è ragionevole supporre che egli fosse un allievo o un maestro di grammatica, collega di Giovanni di Garlandia. A riguardo, Marguin-Hamon, ed. Iohannes de Garlandia, Clavis, pp. XXXVIII-XXXIX.

7Su questi versi, Haye 1994, p. 54.

8Sulla presenza dell’invocatio nei prologhi dei testi didascalici, Haye 1997, pp. 97103.

9Giovanni di Garlandia propone un’ulteriore divisio scientiarum nel De triumphis ecclesiae; a riguardo, Haye 1994, pp. 60–61.

10Sulla diffusione delle metafore alimentari nella letteratura mediolatina, Curtius 1995, pp. 154–156; questo genere di metafora è, tra gli altri, utilizzata in contesto grammaticale da Lorenzo Valla nel prologo della sua Ars grammatica (v. 19), che associa la grammatica al pane. L’associazione della grammatica con la figura materna è presente sia nell’Anticlaudianus (II, vv. 392–398) sia nelle Derivationes di Osberno di Gloucester (6, 10–7, 1). Sulle personificazioni della grammatica, Gabriella Moretti, L’allegoria di Grammatica nelle Derivationes di Osberno di Gloucester. In “Studi Umanistici Piceni” 21, 2001, pp. 87–122, spec. pp. 95 e 102–103.

11Sulle ripartizioni della grammatica nei secoli del Basso Medioevo, Thurot 1869, pp. 131–135. In quest’epoca era attribuito a Prisciano un trattato di prosodia, fatto che giustifica la ripartizione quadripartita della grammatica.

12Su questo aspetto, Marguin-Hamon, ed. Iohannes de Garlandia, p. 17’, n. 32.

13La formulazione di Giovanni di Garlandia non differisce concettualmente da quella fornita da Isidoro di Siviglia (Etym. I, 5, 1: Grammatica est scientia recte scribendi et recte loquendi), che verrà ripetuta, tra gli altri, con poche variazioni in Rabano Mauro (De institutione clericorum 3, 18) e nella Summa super Priscianum 61, 6; inoltre, essa nel XIII sec. viene attribuita a Prisciano e, pertanto, gode di una straordinaria fortuna. A riguardo, Thurot 1869, p. 122.

14Su Eberardo di Béthune, sul suo Grecismus e sui commenti ad esso relativi, v. sotto. Per la datazione del quinto prologo al Grecismus, Grondeux 2000, pp. 135136; il suo testo è stato edito per la prima volta in ivi, pp. 520–527 e successivamente rimaneggiato e migliorato in Grondeux, ed. Glosa super Graecismum, pp. 261–268.

15Il testo dello Speculum gramatice è ancora oggi inedito. Tuttavia, uno studio sull’organizzazione dei suoi lemmi è stato condotto da Dorothea Klein, Wortsammlung und Versgrammatik. Das Speculum gramatice Hugo und Konrad Spechtsharts aus Reutlingen und seine Quellen. In “Schulliteratur im späten Mittelalter”, herausgegeben von Klaus Grubmüller. (Münstersche Mittelalter-Schriften 69). München: Fink, 2000, pp. 99–131. Il testo dell’accessus è quello riportato in Susanne Baumgarte, Der Kommentar zum Speculum grammaticae. Ein Beispiel für Schulkommentierung im 14. Jahrhundert, in ivi, pp. 165–241, spec. 213–221.

16Su questo aspetto, Haye 1994, pp. 51–52 con relativa bibliografia.

17Riprendo questa definizione da Haye, ed. Iohannes de Garlandia, p. 30.

18A riguardo, Haye 1994, p. 58 e Grondeux 2000c, p. 600. La stessa idea trova espressione, tra gli altri, nel De ortu scientiarum di Robert Kilwardby e in Alano di Lilla. A riguardo, Sergio Arcoleo, Filosofia ed arti nell’Anticlaudianus di Alano di Lilla. In “Arts liberaux et philosophie au Moyen Age: Actes du quatrième Congrès international de Philosophie médiévale (Université de Montréal, 27 août – 2 septembre 1967)”. Paris: Vrin, 1969, pp. 569–574, spec. pp. 569–571.

19Su questo argomento, Holtz, ed. Donatus, p. 505 e Law 1986, p. 130.

20Il primo tentativo di modificare l’Ars minor è databile al VII sec. ed è identificabile nell’Ars Asporii o Asperii, pubblicata in GL VIII, 39–61. Questa grammatica è assai probabilmente opera di un insegnante che trova l’opera donatiana inadeguata e cerca, pertanto, di migliorarla, senza seguire un metodo ben preciso. Per alcuni cenni relativi a quest’opera, Law 1986, pp. 135–136.

21Sui commenti all’Ars minor, Law 1986, p. 135. Sulla versione in versi dell’opera donatiana, p. 84.

22Su questo aspetto, Grondeux 2000c, p. 600.

23Il testo è edito in Priscianus Caesariensis, Opuscula. Edizione critica a cura di Marina Passalacqua, vol. II: Institutio de nomine, pronomine et verbo, Partitiones duodecim versuum Aeneidosprincipalium. (Sussidi Eruditi 48). Roma: Edizioni di Storia e Letteratura, 1999, pp. 45–128. Per alcuni cenni sulla tradizione manoscritta di quest’opera, Law 1986, pp. 138–139.

24Sullo sviluppo dei testi grammaticali in versi tra l’XI e la prima metà del XII sec., Law 1986; Ead. 1999, pp. 52–54; Sivo 1995, pp. 169–170; Grondeux 2000c. Le Regulae de primis syllabis, opera in versi, è conosciuta da Giovanni di Beauvais e forse indirettamente da Alessandro di Villadei. Su questo aspetto, Hurlbut 1933; Jürgen Leonhardt, Dimensio syllabarum. Studien zur lateinischen Prosodie- und Verslehre von der Spätantike bis zur frühen Renaissance. (Hypomnemata 92). Göttingen: Vandenhoeck & Ruprecht, 1989, pp. 131–137; Sivo 1996, pp. 109–121. Per un elenco dettagliato di grammatiche versificate risalenti al periodo esaminato, Law 1999, pp. 5154.

25Il testo menzionato è pubblicato in Sivo 1995, p. 180.

26Sulla posizione del Liber pauperum di Giovanni di Beauvais nell’ambito della produzione grammaticale mediolatina, Law 1999, p. 56.

27Per una presentazione relativa al contenuto e ai tratti generali delle opere menzionate, pp. 49–61.

28Su questo aspetto, Law 1999, p. 56.

29Per un’idea della diffusione delle opere priscianee e del loro contesto di ricezione, Marina Passalacqua, I codici di Prisciano. (Sussidi Eruditi 29). Roma: Edizioni di Storia e di Letteratura, 1978. Va, inoltre, segnalata un’anonima versione in prosa dei libri delle Institutiones dedicati alla morfologia nota col titolo Excerptiones de Prisciano, in cui il testo priscianeo è reso meno ridondante e più coerente. Le Excerptiones sono da considerarsi, quindi, una versione semplificata dell’opera del grammatico tardoantico, utilizzata da Ælfric nella stesura della sua grammatica. Per l’edizione del testo, Excerptiones de Prisciano. The Source for Ælfric’s Latin-Old English Grammar, edited by David W. Porter. (Anglo-Saxon Texts 4). Cambridge: Brewer, 2002. Per un esame relativo al suo contenuto e alla sua struttura, ivi, pp. 12–13.

30Sulle Glosule, Lepschy 1992, pp. 66–67; sulla loro tradizione manoscritta, Hunt 1980, pp. 2–3.

31A riguardo, Lepschy 1992, p. 67.

32Sulle Glosule di Guglielmo di Conches, Pinborg 1967, p. 24. Sulla dipendenza di Pietro Elia dal commento di Guglielmo di Conches, K. M. Fredborg, The Dependence of Petrus Helias’ Summa super Priscianum on William of Conches Glosule super Priscianum. In “Cahiers de l’Institut du Moyen Age Grec et Latin” 11, 1973, pp. 157; sulle caratteristiche della Summa, Pinborg 1967, pp. 23 e 25 e Lepschy 1992, pp. 68–70.

33Su questo commento, Lepschy 1992, pp. 73–74.

34Per un quadro relativo alla ricezione di Prisciano tra IX e XII sec., Hunt 1980; Kneepkens 1995, pp. 242–247.

35Sull’influsso di Aristotele sul pensiero grammaticale tra XI e XIII sec., Pinborg 1967, p. 25; Lepschy 1992, p. 109 e Kneepkens 1995, pp. 242–243.

36Per una descrizione del testimone di Einsiedeln, pp. 175–178. L’editio princeps corredata da traduzione del testo in questione è fornita nella seconda parte del presente volume.

37Per un esame contenutistico del De voce, Piccone 2012.

38A riguardo, Ax 1986, pp. 38–39; Gregor Vogt-Spira, Vox und littera. Der Buchstabe zwischen Mündlichkeit und Schriftlichkeit in der grammatischen Tradition. In “Poetica. Zeitschrift für Sprach- und Literaturwissenschaften” 23 (1990), pp. 295–327, spec. pp. 296–297; Martin Irvine, The Making of Textual Culture: Grammar and Literary Theory, 350–1100. (Cambridge Studies in Medieval Literature 19). Cambridge: Cambridge University Press, 1994, pp. 91–104; Biville 2007 e Piccone 2012. Per l’effettiva vicinanza del testo di Einsiedeln con i primi due libri delle Institutiones priscianee, v. Allegato 1.

39L’origine di questo schema è forse da rintracciare nel Cratilo di Platone (424e-425a), in cui il linguaggio viene esaminato prendendo le mosse dalle sue componenti più piccole; questo approccio verrà successivamente ripreso ed ampliato in ambito stoico. Su questo aspetto, Holzt, ed. Donatus, pp. 55–56 e Piccone 2012, pp. 291–292.

40Su questo aspetto, Ax 1986, p. 16.

41Manitius 1931, p. 708.

42Per alcune indicazioni relative alla vita di Alessandro di Villadei, Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. XXI-XXIV e Glei 2005, pp. 293–294.

43Su quest’aspetto, Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. XXII-XXIII e Glei 2005, pp. 293–294. Indicazioni relative al ms. menzionato sono in Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. CXXXIII-CXXXIV.

44Su quest’aspetto, Reichling, ed. Alexander de Villadei, p. XXI, n. 2.

45A riguardo, Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. XXIII-XXIV e Glei 2005, p. 294.

46Su quest’aspetto, Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. XXV-XXVI e Glei 2005, p. 294.

47Per una discussione del prologo di quest’opera, Thurot 1869, p. 98, 114–116 e Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. XXXVIII-XXXIX. Il testo è edito in Alexander de Villadei, Ecclesiale by Alexander of Villa Dei, Introduction, Notes and English Translation by Levi R. Lind. Lawrence: University of Kansas Press, 1958.

48Per una panoramica dei contenuti dell’opera discussa, Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. XXXVIII-XXXIX.

49Per alcuni cenni relativi al Computus ecclesiasticus, Reichling, ed. Alexander de Villadei, p. XLI. Il De sphaera è tradito unicamente nel ms. Erlangen, Universitätsbibliothek, 267 e non è mai stato edito criticamente. Per una presentazione di queste opere, Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. XLI-XLII e Glei 2005, p. 295.

50Per una trattazione dei contenuti del Doctrinale, Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. LXXI-LXXIV; Gutiérrez Galindo, ed. Alexander de Villadei, p. 62–63 e Glei 2005, p. 298.

51Sul latino oggetto di insegnamento nel Doctrinale, Reichling, ed. Alexander de Villadei, p. XXX.

52Su questa caratteristica del Doctrinale, Glei 2005, p. 296.

53Relativamente a questa problematica, Hurlbut 1933.

54Sulla presenza di materiale derivato dalle Artes di Donato e dalle Institutiones priscianee, Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. XXX-XXXI e Gutiérrez Galindo, ed. Alexander de Villadei, p. 66–68. È proprio richiamandosi all’autorità di Pietro Riga che il maestro di Villadei stabilisce la scansione metrica dei termini lagana (v. 1721), tinea (v. 1860) e polimita (v. 2115), menzionati nell’Aurora rispettivamente in Lev. 325; Evang. 1266; Gen. 1242. Per una breve panoramica sulle citazioni tratte da Pietro Riga nel Doctrinale, Petrus Riga, Aurora: Petri Rigae Biblia versificata: a Verse Commentary on the Bible, ed. Paul E. Beichner. Notre Dame (Indiana): University of Notre Dame Press, 1965, pp. XLI-XLII.

55Su quest’aspetto, Thurot 1869, pp. 28–29; Reichling, ed. Alexander de Villadei, p. XXXI; Gutiérrez Galindo, ed. Alexander de Villadei, pp. 62–63; Glei 2005, pp. 294–295.

56Nei versi contenuti nel ms. sopra menzionato si sostiene che quae Doctrinali sunt scripta vel Ecclesiali, / libro cuncta fere fuerant contenpta priore. / Quae de grammatica sunt visa michi magis apta, / in Doctrinali pro magna parte locavi. Il testo è edito in Thurot 1869, p. 29 e menzionato e discusso in Reichling, ed. Alexander de Villadei, p. XXXII.

57Il manoscritto sopra menzionato risale al XIII sec. e contiene il Doctrinale insieme alla Glosa Admirantes. Per alcune notazioni relative all’Alphabetum minor, Reichling, ed. Alexander de Villadei, p. XXXV e CXXIII. Sull’Alphabetum maius, Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. XXXII-XXXIII; Gutiérrez Galindo, ed. Alexander de Villadei, p. 62 e Glei 2005, p. 299.

58Menzionando i due “Alphabeta”, già le glosse databili tra XIII e XIV sec. pongono la questione se Alessandro di Villadei si riferisse a due suoi scritti o al Donatus minor e al maior volumen Prisciani, cioè ai sedici libri delle Institutiones priscianee dedicati alla morfologia. A riguardo, Reichling, ed. Alexander de Villadei, p. XXXIII constata che il grammatico cita espressamente autori e testi che confluiscono nel suo scritto, ma non fa mai alcun riferimento agli “Alphabeta”. Di conseguenza, lo studioso ritiene che il loro autore sia da ravvisare nello stesso Alessandro. In anni recenti la validità di questa tesi è stata riconosciuta da Gutiérrez Galindo, ed. Alexander de Villadei, pp. 62–63 e da Glei 2005, p. 299. Diversamente Marguin-Hamon 2009, pp. 568–569 ravvisa nei versi del Doctrinale discussi la volontà di Alessandro di “revendiquer la filiation de son livre avec l’Ars major”.

59Su questo aspetto Haye 1997, p. 363. Il Doctrinale è stato edito in Reichling, ed. Alexander de Villadei ed il testo è preceduto da un’amplissima introduzione, che è tutt’oggi fondamentale per lo studio e la comprensione di quest’opera. In anni relativamente recenti Jesus Manuel Uribe Garcia, Estudios sobre el Doctrinale de Alexander de Villa-Dei. Tesis Doctoral, Universidad de Barcelona (microfiches), 1990 ha approntato una traduzione del testo in spagnolo e un suo commento; il fatto che dal punto di vista testuale lo studioso non apporti nessuna novità di un certo rilievo alle conclusioni di Reichling e la presenza di numerosi refusi nel commento rendono questo studio poco utilizzabile. Gutiérrez Galindo, ed. Alexander de Villadei ha offerto una traduzione in spagnolo del Doctrinale, un breve commento e un’introduzione relativa alla storia della grammatica tardoantica e medievale.

60Per un elenco completo dei manoscritti del Doctrinale, Bursill Hall 1977, pp. 6–12.

61Un elenco delle versioni a stampa che riportano il testo del Doctrinale è offerto in Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. CLXXI-CCXC. Per una panoramica su diesse, Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. CCXCV-CCCIII. A riguardo anche Wolfgang Maaz, Zur Rezeption des Alexander von Villadei im 15. Jahrhundert. In “Mittellateinisches Jahrbuch” 16, 1981, pp. 276–281.

62Se si escludono le ampie sezioni di testo pubblicate in Thurot 1868, la Glosa Admirantes risulta in larga parte ancora inedita e, pertanto, sostanzialmente ignorata dalla critica.

63Cenni relativi a questa glossa in Reichling, ed. Alexander de Villadei, p. LXII. Per le caratteristiche della Glosa Notabilis e sulla sua diffusione in ambito germanico, Reichling, ivi, p. LXIV-LXV.

64In questa sede basterà ricordare il caso di una composizione parodica (inc. Scribere clericulis /paro novellis omnibus, Walther, Initia 17377), databile al 1250. Pubblicato in Paul Lehmann, Die Parodie im Mittelalter. München: Drei Masken, 1963, pp. 223–224, questo componimento poetico allude fin dal suo incipit al Doctrinale e il suo autore si propone di insegnare ai suoi clericuli quid sit feminini generis / composita figura, / quid sit casus inflectere / cum famulamus Veneris, / quid copula, coniunctio. È dal riferimento ad un testo grammaticale noto ai più e dall’uso in chiave erotica di termini grammaticali, ben attestato in epoca medievale, che deriva il carattere parodico del breve componimento. Per un suo esame, Haye 1997, p. 229 e Glei 2005, pp. 291–292. La Trivita studentium di Goswin Kempgin, databile al 1446, è un centone di non sempre facile comprensione, in cui i versi del Doctrinale sono usati per descrivere le caratteristiche della vita universitaria di Erfurt e le materie insegnate nella sua università; il testo è leggibile in Goswinus Kempgyn de Nussia, Trivita studentium. Eine Einführung in das Universitätsstudium aus dem 15. Jahrhundert, herausgegeben von Michael Bernhard. München: Arbeo Gesellschaft, 1976. Il Gramaticale di Godofredo di Utrecht, composto intorno al 1405, è un testo grammaticale scritto con l’intenzione espressamente dichiarata dall’autore di semplificare il contenuto del Doctrinale; l’opera è edita in Godefridus de Traiecto, Gramaticale. Untersuchung und kritische Ausgabe, herausgegeben von Christian Klinger. (Beihefte zum Mittellateinischen Jahrbuch 12). Ratingen: Henn, 1973.

65Per le scarse notizie biografiche relative ad Eberardo di Béthune, Grondeux 2000, p. 7 con relativa bibliografia.

66Il testo dell’Antihaeresis è tradito in Bruxelles, Bibliothèque Royale, 1558, è stato pubblicato ad Ingolstadt da Jacob Gretser nel 1614 col titolo errato di Contra Waldenses ed è stato edito criticamente da Marie-Humbert Vicaire, Contra Iudeos méridionaux au début du XIIIe siècle. Alan de Lille, Évrard de Béthune, Guillaume de Bourges. In “Cahier de Fanjeaux” 12, 1977, pp. 269–293.

67Su questo aspetto, Grondeux 2000, p. 8.

68Sulla datazione del Grecismus, Grondeux 2000, p. 7.

69Per un’analisi del prologo del Grecismus, Grondeux 2000, pp. 29–33; Ead. 2000a, pp. 333–337.

70Tra le immagini ardite presenti nella prima parte del prologo del Grecismus, basterà menzionare in questa sede le espressioni ignorantiae nubilo turpiter excaecati (1, 1), chimerinae […] statuae (1, 2–3), humano capiti […] squamas avibus apponentes (1, 6–8). Gli adynata sono menzionati in p. 1, 9–10; tra le figure di suono basterà ricordare exprimentes […] chimerinas imaginantes statuas (1, 2–3).

71La frase humano etenim capiti equinam inserentes cesariem, plumas piscibus squamas avibus apponentes sembra riecheggiare i primi tre versi dell’Ars poetica di Orazio: humano capiti cervicem pictor / iungere si velit et varias inducere plumas / undique conlatis membris […]. Su questa reminescenza oraziana nel prologo del Grecismus, Manitius 1931, p. 748; Grondeux 2000a, p. 336; Cizek, ed. Conradus de Mure, p. XXVI, n. 83.

72Le iuncturae cappa cathegorica e candidus syllogismus sembrano richiamare le espressioni oculus cathegoricus e prepositio est alba diffuse in ambito speculativo e modista e utilizzate da Pietro Elia nella Summa super Priscianum (834, 43–44 e 83, 2) al fine di fornire esempi di constructiones congruae a livello grammaticale, ma incongue dal punto di vista semantico, in un contesto in cui vengono definiti imperiti quanti se ne servono. Su questo aspetto, Grondeux 2000, pp. 30–32.

73Il topos della falsa modestia è ben attestato sia nella tarda Antichità e poi in contesto mediolatino e romanzo. Per una panoramica sulla sua diffusione, Curtius 1995, pp. 97–100. Sulla fortuna di questo tema nella poesia didascalica mediolatina, Haye 1997, p. 87 e, nello specifico, nella prefazione di testi grammaticali di epoca tardoantica e carolingia, Luigi Munzi, Il ruolo della prefazione nei testi grammaticali latini. In “AION” 14, 1992, pp. 103–126, spec. p. 118.

74Per una panoramica relativa al contenuto dei primi otto capitoli del Grecismus e per l’individuazione delle fonti di ognuno di essi, Grondeux 2000, pp. 19–21.

75Per una presentazione dettagliata degli argomenti trattati nei Capp. IX-XXVI del Grecismus, Grondeux 2000, pp. 21–25.

76È il caso, ad esempio, di VIII, 119–120, in cui viene giustamente sostenuto che il termine evangelium presenta il suffisso eu, che bonum signat; in XI, 210–213 si afferma che lo stesso vocabolo, qualora derivi da eu, significhi bonum; nel caso in cui esso sia un derivato di evan, allora vuol dire perversum. Su quest’aspetto, Karl Lohmeyer, Ebrard von Béthune. Eine Untersuchung über den Verfasser des Grecismus und Laborintus. In “Romanische Forschungen” 11, 1901, pp. 412–430, spec. p. 423 e Grondeux 2000, p. 11.

77Per un’analisi di questi aspetti si rimanda a Grondeux 2000, pp. 9–16.

78A riguardo, Grondeux 2000, pp. 25–26.

79Per un elenco dei testimoni del Grecismus, Bursill Hall 1977. Per alcune osservazioni in merito alla sua tradizione manoscritta, Grondeux 2000b, pp. 500–501. Sulla diffusione geografica dei testimoni dell’opera di Eberardo di Béthune, Ead. 2000, p. 41 ed Ead. 2000b, p. 529.

80Per una descrizione relativa al contesto di tradizione del Grecismus, Grondeux 2000b, pp. 513–514.

81Per l’analisi relativa ai commenti approntati tra XIII e XV sec. al Grecismus risulta di fondamentale importanza Grondeux 2000.

82È il caso, ad esempio, delle glosse relative ai versi dedicati alla trattazione dell’etymologia e della sineddoche offerta da Eberardo in I, 61 e in I, 99, che ripropongono senza notevoli variazioni quanto affermato da Giovanni di Garlandia nel Compendium gramatice (III, 220–226 e III, 146–147). Per una discussione dei passi menzionati, Grondeux 2000b, pp. 516–520. Le glosse ai primi tre libri del Grecismus sono edite in Glosa super Graecismum.

83Sulla diffusione di questa prima tradizione di glosse, Grondeux 2000b, p. 504.

84Sulla seconda tradizione di commento, Grondeux 2000b, pp. 504 e 522–523.

85Il fatto che il ms. Reims, Bibliothèque Municipale, 1262 riporti un commento attribuito ad un magister Iohannes dictus Iupiter ha permesso l’identificazione di Iupiter in Giovanni di Clacy. Sulle caratteristiche della terza tradizione di commento al Grecismus, Grondeux 2000b, pp. 504–505. Per l’identificazione di Giovanni di Clacy, Ead. 2000b, pp. 523–527.

86Sugli interventi di Giovanni di Garlandia sul testo del Doctrinale, Reichling, ed. Alexander de Villadei, pp. LIII-LVIII; Marvin L. Colker, New Evidence that John of Garland revised the Doctrinale of Alexander de Villa Dei. In “Scriptorium” 28, 1974, pp. 68–71. Sulle modifiche apportate da questo autore sul testo del Grecismus, Anne Grondeux, La révision du Grecismus d’Évrard de Béthune par Jean de Garlande. In “Revue d’histoire des textes” 29, 1999 e Ead.-Marguin, L’œuvre grammaticale de Jean de Garlande (ca. 1195–1272?) auteur, réviseur et glossateur. Un bilan. In “Histoire, Epistemologie, Language” 21, 1, 1999, pp. 133–163.

87Il testo della composizione tradita nel ms. fiorentino sopraccitato è edito, corredato da un breve commento, in Guerri 1911, pp. 181–189.

88Sulla paternità dell’opera, Guerri 1911, pp. 179–180.

89Il testo intero della lettera menzionata è leggibile in Laurentius Valla, Epistolae, ed. Ottavio Besomi – Mariangela Rigoliosi. (Thesaurus mundi 24). Padova, Antenore, 1984, pp. 193–209.

90Il testo è stato recentemente edito in Laurentius Valla, Emendationes quorundam locorum ex Alexandro ad Alfonsum primum Aragonum regem, a cura di Clementina Marsico. (Edizione Nazionale delle opere di Lorenzo Valla 5. Opere grammaticali 2). Firenze: Polistampa, 2009.

91Su questo aspetto, Lauretius Valla, L’arte della grammatica, a cura di Paola Casciano. (Fondazione Lorenzo Valla). Milano: Mondadori 1990, pp. XX-XXI.

92Su questo aspetto, W. Keith Percival Renaissance Grammar, Rebellion or Evolution? In “Studies in Renaissance Grammar”, ed. by W. Keith Percival. Aldershot: Ashgate, 2004, pp. 73–89, spec. pp. 78–82.

Details

Pages
304
ISBN (PDF)
9783035106978
ISBN (ePUB)
9783035199758
ISBN (MOBI)
9783035199741
ISBN (Book)
9783034310970
Language
Italian
Publication date
2014 (November)
Published
Bern, Berlin, Bruxelles, Frankfurt am Main, New York, Oxford, Wien. 2014. 304 p.

Biographical notes

Carla Piccone (Author)

Carla Piccone (1977) ha studiato Lettere Classiche presso le Università di Siena e di Freiburg im Breisgau. È stata borsista del Nationaler Forschungsschwerpunkt « Medienwandel – Medienwechsel – Medienwissen. Historische Perspektiven » presso l’Università di Zurigo, dove nel 2011 ha ottenuto il dottorato in Filologia Mediolatina. Attualmente lavora presso il Zentrum für Mittelalter- und Frühneuzeitforschung dell’Università di Göttingen.

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Title: Dalla prosa ai versi