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Dalla prosa ai versi

Forme, usi, contesti della poesia didascalica grammaticale tra XII e XIII sec. Con l'«editio princeps» del «De voce» (Einsiedeln, Stiftsbibliothek Cod. 300)

by Carla Piccone (Author)
Thesis 304 Pages

Table Of Content

  • Copertina
  • Titolo
  • Copyright
  • Sull’autore
  • Sul libro
  • Questa edizione in formato eBook può essere citata
  • Indice
  • Ringraziamenti
  • Introduzione
  • Prima Parte
  • I. Ficta, ars, memoria: le diverse concezioni della forma poetica nella letteratura mediolatina
  • 1. Prosa e versi: la poesia biblica
  • 2. Poesia e verità
  • 3. Poesia e prosa in contesto scolastico
  • 4. Metaforica della prosa e dei versi
  • 5. Prosa e versi nella poesia didascalica
  • 6. Prosa e versi: osservazioni conclusive
  • II. Grammatica e grammatici nel Basso Medioevo
  • 1. La grammatica nel sistema del sapere nel XIII sec.
  • 2. Grammatici e testi grammaticali nel Basso Medioevo
  • 3. Testi grammaticali in versi
  • 3.1 De voce
  • 3.2 Alessandro di Villadei, Doctrinale
  • 3.3 Eberardo di Béthune, Grecismus
  • 3.4 Corrado di Mure, Novus Grecismus
  • 4. Caratterisiche generali del corpus
  • III. Dalla prosa ai versi: modifiche contenutistiche e formali
  • 1. Questioni preliminari
  • 2. La commutatio litterarum
  • 2.1 Il De voce
  • 2.2 Il Priscianus metricus
  • 2.3 Il Grecismus
  • 2.4 Il Novus Grecismus
  • 2.5 Il Doctrinale
  • 2.6 Prime valutazioni
  • 3. Dall’ipotesto all’ipertesto: intermezzo teorico
  • 4. Dall’ipotesto all’ipertesto: modifiche formali
  • 4.1 Metalinguaggio
  • 4.1.1 Vox – sonus
  • 4.1.2 Littera – literula – literata – literularis
  • 4.1.3 Consonans – conresonans – consona – sonans
  • 4.1.4 Semivocalis – semisona – hemisona
  • 4.1.5 Potestas – vis
  • 4.1.6 Prolatio – pronuntiatio
  • 4.1.7 Syllaba – bannita
  • 4.1.8 Affinis – cognatus
  • 4.1.9 Osservazioni finali
  • 4.2 Esempi
  • 5. Dall’ipotesto all’ipertesto: modifiche del contenuto
  • 5.1 Citazioni
  • 5.2 Esempi
  • 5.3 Esposizione del sapere grammaticale
  • 6. Dall’ipotesto all’ipertesto: procedimenti di ampliamento
  • 6.1 Citazioni
  • 6.2 Esempi
  • 6.3 Metalinguaggio
  • 6.4 Riflessioni conclusive
  • 7. Aspirazioni estetiche ed organizzazione della materia
  • 8. Osservazioni conclusive
  • IV. Analisi dei prologhi: temi, destinatari, modalità di fruizione
  • 1. Questioni preliminari
  • 2. Prologhi: il “lettore modello”
  • 3. Dalla teoria alla prassi: brevitas, facilior acceptio, firmior memoria
  • 4. Modalità di fruizione
  • 5. Osservazioni conclusive
  • Conclusioni
  • Seconda Parte
  • Il De voce: introduzione, edizione e traduzione
  • 1. Descrizione del manoscritto Einsiedeln, Stiftsbibliothek, 300
  • 2. Analisi metrica
  • 2.1 Particolarità prosodiche
  • 2.2 Cesure
  • 2.3 Rime
  • 2.3.1 Versi con cesura pentemimere
  • 2.3.2 Versi con cesura tritemimere ed eftemimere
  • 2.3.3 Osservazioni conclusive
  • 2.4 Iati, sinalefi e aferesi
  • 2.5 Productio ob caesuram
  • 2.6 Costruzione della clausola finale del verso
  • 2.6.1 Monosillabi
  • 2.6.2 Bisillabi
  • 2.6.3 Trisillabi
  • 2.6.4 Quadrisillabi
  • 2.6.5 Termini costituiti da cinque sillabe
  • 2.6.6 Termini costituiti da sei sillabe
  • 2.6.7 Osservazioni conclusive
  • 2.7 Conclusioni
  • 3. Contesto di tradizione
  • 4. Criteri di edizione
  • Edizione e traduzione
  • Liber primus
  • Liber secundus
  • Liber tertius
  • Allegato 1
  • Allegato 2
  • Allegato 3
  • Bibliografia
  • Indici

Introduzione

Alteratio est permutatio prose in carmen vel rythmum, vel carminis et rythmi in prosam.

Con queste parole Boncompagno da Signa (1170–1250 ca.) definisce nella sua Rhetorica novissima il fenomeno dell’alteratio, che consiste nella trasposizione in versi di un testo preesistente in prosa o viceversa1.

Alterationes carminis et rythmi in prosam sono da ritenere la versione in prosa del Carmen in laudem Sanctae Mariae di Venanzio Fortunato approntata intorno al 980 da Gundacro di Reims, un Virgilius in prosa tradito in due manoscritti di area francese del XIII sec., varie rielaborazioni in prosa delle Metamorfosi ovidiane, tra cui meritano una menzione quella di Giovanni del Virgilio, databile intorno al 1320, e quella elaborata alla fine del Quattrocento da Tommaso Walsingham, storico dell’abbazia benedettina di St. Alban2. L’elemento comune ravvisabile in queste alterationes di varia epoca e provenienza è il fatto che ad essere messe in prosa sono opere di alcuni auctores, il cui contenuto viene interpretato in maniera letterale, abbreviato e reso strutturalmente più ordinato3. Di conseguenza, sembra che l’alteratio in prosa fornisca una versione semplificata del contenuto di alcuni scritti di autori di epoca classica o tardoantica, al fine di facilitare in contesto scolastico la comprensione di testo ritenuto difficile4.

Il procedimento inverso, l’alteratio prose in carmen vel rythmum, è identificabile con la prassi normalmente definita “versificazione”. Essa è osservabile già tra IX e X sec., periodo in cui testi grammaticali e com ← 11 | 12 → putistici vengono trasposti in brevi composizioni in versi5 dedicate all’esposizione di temi specifici inerenti alle due discipline o alla presentazione dei loro principi generali6. All’XI sec. si fa risalire la stesura di testi in versi a tema botanico-medico e musicale contenenti la presentazione di tutti gli aspetti relativi a questi campi del sapere e destinati ad assurgere a modello per quanti in seguito tratteranno le stesse tematiche7. Nel

XII sec. si osserva un’abbondante produzione di poesia a tema biblico, lessicografico, grammaticale, medico, giuridico, scientifico, geografico; in questo periodo la prassi versificatoria investe, dunque, ogni campo del sapere e conosce, di conseguenza, il suo periodo di massima fortuna.

Le opere derivate da alteratio prose in carmen contengono, quindi, una trattazione sistematica di un certo campo del sapere all’interno di una situazione fittizia priva di qualunque indicazione spaziale e temporale, in cui un maestro parla ad un allievo che passivamente ascolta i suoi insegnamenti8. Proprio per queste caratteristiche gli scritti in versi derivati da uno o più precedenti in prosa possono essere ascritti al genere didascalico, che trova notoriamente fruizione in contesto scolastico e, pertanto, l’aumento della produzione di questa tipologia di testi nel XII sec. è da riconnettere al contemporaneo sviluppo di scuole ed università9.

I diversi tipi di testi derivati da alteratio, oltre alla destinazione scolastica, condividono il fatto di essere opera di autori diversi rispetto ai propri precedenti, caratteristica che distingue nettamente questo fenomeno letterario dall’opus geminum, il quale “besteht […] aus zwei Teilen, einem metrischen und einem prosodischen, deren Reihenfolge ohne besondere Bedeutung ist. Beide Teile müssen von selbem Autor verfasst sein und denselben Gegenstand behandeln”10. ← 12 | 13 →

Come si può facilmente comprendere, alla base di qualunque tipo di alteratio si colloca una modifica del mezzo espressivo scelto per presentare un determinato contenuto. Quale percezione della prosa e della poesia ha portato a questo mutamento formale? È possibile ricostruire le strategie messe in atto dal singolo versificatore per creare da uno o più precedenti in prosa una nuova opera in versi? Perché e in quali contesti i nuovi prodotti letterari in versi sembrano aver goduto di una certa fortuna?

Per rispondere a queste questioni, è nostra intenzione limitarci all’analisi delle alterationes prose in carmen, quindi al fenomeno della versificazione, che sarà esaminato nella prima parte del presente lavoro. In questo contesto tenteremo innanzitutto di chiarire se nelle fonti letterarie mediolatine siano ravvisabili eventuali riflessioni di carattere metapoetico su prosa e versi. A questo aspetto sarà dedicato il primo capitolo, in cui l’esame di vari testi di diversa datazione e afferenti ai generi letterari più disparati dovrebbe offrire una panoramica sulle riflessioni relative alla natura di questi mezzi espressivi.

Data l’ampiezza del fenomeno della versificazione, è necessario limitare il nostro ambito di interesse ad uno specifico campo del sapere ed enucleare un corpus di testi, che saranno al centro della nostra ricerca. A chiarire questi aspetti sarà il secondo capitolo, in cui verrà tracciata una panoramica sugli sviluppi della grammatica nei secoli del Basso Medioevo e in cui fisseremo il catalogo di testi su cui ci concentreremo. Esso risulta costituito da una versificazione inedita dei primi due libri delle Institutiones di Prisciano (inc.: De voce primus liber est et partibus eius, Walther, Initia 4183), databile all’inizio del XII sec.; dal Doctrinale di Alessandro di Villadei, scritto nel 1199; dal Grecismus di Eberardo di Béthune, databile al 1212; dal Novus Grecismus di Corrado di Mure, la cui composizione risale alla metà del XIII sec. Le opere prese in esame sono certamente accomunate dal tema trattato, sono state scritte dell’arco di un secolo, tra XII e XIII sec., risultando così sostanzialmente coeve; tuttavia, mentre il Doctrinale ed il Grecismus hanno goduto di una ← 13 | 14 → straordinaria fortuna, il De voce e il Novus Grecismus hanno avuto una diffusione estremamente limitata o regionale.

Chiariti questi aspetti, nel terzo capitolo si passerà ad una dettagliata analisi delle grammatiche in versi sopra menzionate. Il confronto tra la sezione dei testi mediolatini dedicati alla commutatio litterarum con quella relativa allo stesso tema delle Institutiones priscianee avrà il fine di mostrare se esse derivino da uno o più ipotesti. Successivamente, la nostra attenzione si concentrerà unicamente sul De voce, che, data la vicinanza strutturale e contenutistica con la grammatica priscianea, ci permetterà di individuare le eventuali modifiche contenustiche e formali a cui il testo tardoantico è stato sottoposto nella sua trasposizione in versi.

Perché versificare testi grammaticali? La scelta della forma in versi è forse da mettere in relazione con i destinatari di queste opere, con il loro contesto di ricezione e con la loro modalità di fruizione? Su questi interrogativi può gettare luce l’analisi del paratesto, a cui è dedicato il quarto capitolo. In esso saranno esaminati i prologhi delle nostre grammatiche, che, sebbene presentino tematiche topiche, menzionano i loro destinatari e presentano riferimenti, che permettono di ricostruire il loro contesto di ricezione e le loro modalità di fruizione.

La seconda parte del presente lavoro contiene l’editio princeps corredata di traduzione del De voce, preceduta dalla descrizione dell’unico testimone che ne riporta il testo, dall’esame del suo contesto di tradizione e dalla sua analisi metrica. ← 14 | 15 →

1Il testo di Boncompagno è riportato e discusso in Schmidt 1987, p. 38 e in Monique Goullet, Écriture et réécriture hagiographique. Essai sur les réécritures de Vies de saints dans l’Occident latin médiéval. (Hagiologia 4). Turnhout: Brepols, 2005, p. 151.

2Su quest’aspetto, Schmidt 1987, pp. 39–40. Per ulteriori menzioni di alterationes in prosam, Schmidt 1987, pp. 42–43.

3Su questo argomento, Schmidt 1987, pp. 40–41.

4A riguardo, Schmidt 1987, p. 42.

5Tra le trasposizioni in versi di questo periodo, meritano una menzione il De laude metrice artis di Alcuno, il De cultura ortorum di Vandalberto di Prüm, forse autore anche di un testo sul calendario. Ulteriori menzioni di trasposizioni in versi databili al IX e al XI sec. in Haye 1997, p. 361.

6Su quest’aspetto, Haye 1997, pp. 361–362.

7Tra i testi didascascalici di questo periodo basterà ricordare il Macer floridus di Odone di Meung e le Regulae rhytmicae di Guido d’Arezzo. Sulle caratteristiche delle alterationes databili all’XI sec., Haye 1997, p. 363.

8Per una definizione delle caratteristiche del genere didascalico, Haye 1997, p. 38 e pp. 359–360.

9Su quest’aspetto, Haye 1997, p. 363.

10Walter Ernst, Opus geminum. Untersuchung zu einem Formtyp in der mittellateinischen Literatur. Diss. Erlangen, 1973, p. 2. Su questo argomento, Klopsch 1966, p. 18. Per un esame relativo alla concezione dell’opus geminum in Sedulio, Prospero di Aquitania e Adelmo di Malmesbury, Michele C. Ferrari, Opus geminum. In “Dichten als Stoff-Vermittlung. Formen, Ziele, Wirkungen. Beiträge zur Praxis der Versifikation lateinischer Texte im Mittelalter”, herausgegeben von Peter Stotz. (Medienwandel – Medienwechsel – Medienwissen 5). Zürich: Chronos, 2008, pp. 247–264, spec. pp. 252–259. Alcune osservazioni in merito alle differenze ravvisabili tra opus geminum e alterationes in Schmidt 1987, p. 39.

PRIMA PARTE

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I.Ficta, ars, memoria: le diverse concezioni della forma poetica nella letteratura mediolatina

1.Prosa e versi: la poesia biblica

È possibile individuare nella letteratura mediolatina affermazioni metapoetiche che permettono di ricostruire quelle che all’epoca erano le idee correnti relative alla prosa e ai versi? Al fine di gettare luce su questa questione è nostra intenzione passare in rassegna alcuni testi di varia datazione e provenienza al fine di verificare se sia possibile ricostruire tramite la loro analisi una qualche riflessione di carattere metapoetico1.

Inizieremo il nostro esame concentrandoci sulla poesia a tema biblico più antica e in modo particolare sugli Evangeliorum libri di Giovenco, opera che ripropone il racconto evangelico in versi, e sul Carmen paschale di Sedulio, testo dedicato alla narrazione dei miracoli di Cristo2. Oggetto di interesse saranno le dichiarazioni metapoetiche contenute in questi scritti, al fine di verificare se essi presentino delle tematiche comuni ← 17 | 18 → che possano in qualche modo gettare luce sulla percezione della forma poetica nei due autori in questione.

Giovenco premette alla sua esposizione in quattro libri dei Vangeli un proemio di una trentina di versi, in cui, dopo aver ricordato la caducità di ogni cosa terrena (vv. 1–5), dichiara (vv. 6–12)3:

Sed tamen innumeros homines sublimia facta
et virtutis honos in tempora longa frequentant,
adcumulant quorum famam laudesque poetae.
Hos celsi cantus, Smyrnae de fonte fluentes,
illos Minciadae celebrat dulcedo Maronis.
Nec minor ipsorum discurrit gloria vatum,
quae manet aeternae similis, dum saecla volabunt.

In questi versi il nostro poeta sostiene che la poesia sia in grado di garantire fama immortale a quanti sono celebrati da essa, riproponendo così un’idea abbondantemente diffusa nella poesia antica, sia greca che latina, e poi passata al mondo medievale occidentale4. Inoltre, ai vv. 9–10, che sembrano contenere un’allusione ad Orazio (Carm. IV, 9, 5), Omero, indicato attraverso l’antonomasia Smyrnae fons, e Virgilio, associato alla dulcedo propria della poesia, vengono ritenuti “dispensatori di fama”5. Questa idea si chiarisce ulteriormente, quando Giovenco sottolinea che gli eroi celebrati nei testi poetici ottengono per questa via una fama longa, ← 18 | 19 → acquisita, per converso, anche dai poeti attraverso le loro composizioni dedicate alle gesta eroiche di grandi personaggi. In questo modo l’autore cristiano sostiene che la poesia sia in grado di fornire una gloria imperitura sia al poeta che canta le gesta degli eroi, sia agli eroi oggetto del canto poetico. L’idea topica della poesia eternatrice viene, dunque, sfruttata in due diverse direzioni dal nostro poeta cristiano6.

Il prologo degli Evangeliorum libri di Giovenco continua in questi termini (vv. 15–20):

Quod si tam longam meruerunt carmina famam,
quae veterum gestis hominum mendacia nectunt,
nobis certa fides aeternae in saecula laudis
inmortale decus tribuet meritumque rependet.
Nam mihi carmen erit Christi vitalia gesta,
divinum populis falsi sine crimine donum.

Inoltre, Sedulio nella sezione iniziale del suo Carmen Paschale scrive (I, 16–25, CSEL X, pp. 16–17)7:

Details

Pages
304
ISBN (PDF)
9783035106978
ISBN (ePUB)
9783035199758
ISBN (MOBI)
9783035199741
ISBN (Book)
9783034310970
Language
Italian
Publication date
2014 (November)
Published
Bern, Berlin, Bruxelles, Frankfurt am Main, New York, Oxford, Wien. 2014. 304 p.

Biographical notes

Carla Piccone (Author)

Carla Piccone (1977) ha studiato Lettere Classiche presso le Università di Siena e di Freiburg im Breisgau. È stata borsista del Nationaler Forschungsschwerpunkt «Medienwandel – Medienwechsel – Medienwissen. Historische Perspektiven» presso l’Università di Zurigo, dove nel 2011 ha ottenuto il dottorato in Filologia Mediolatina. Attualmente lavora presso il Zentrum für Mittelalter- und Frühneuzeitforschung dell’Università di Göttingen.

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