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La Bisanzio dei Lumi

L’Impero bizantino nella cultura francese e italiana da Luigi XIV alla Rivoluzione

by Elisa Bianco (Author)
©2015 Monographs 374 Pages

Summary

«Un tissu de révoltes, de séditions et de perfidies». È forse questa l’immagine dell’Impero bizantino che, uscita dalla penna di Montesquieu nel 1734, in quella riflessione sulla caducità degli imperi – quello romano soprattutto – pubblicata col titolo di Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence, ha avuto maggior seguito presso i posteri. Emblema delle posizioni illuministiche in materia bizantina essa è stata estesa a tutto il Settecento che, di conseguenza, è diventato il secolo «anti-bizantino» per eccellenza. E dopo Montesquieu Voltaire che, nel 1768, ne Le pyrrhonisme de l’histoire, definì la storia bizantina «l’opprobre de l’esprit humain, comme l’empire grec était l’opprobre de la terre», o ancora, a fine secolo, Edward Gibbon che dalle pagine del Decline and Fall la dichiarava un «tedious and uniform tale of weakness and misery». Ma è veramente tutta l’età dei Lumi un unico attacco compatto a Bisanzio, alle sue manifestazioni politiche, religiose, intellettuali? Come questo volume desidera evidenziare, il panorama appare più complesso e articolato presentando sfumature che smentiscono un quadro omogeneo e uniforme.

Table Of Contents

  • Copertina
  • Titolo
  • Copyright
  • Sul libro
  • Sull’autore
  • Questa edizione in formato eBook può essere citata
  • Indice
  • Ringraziamenti
  • Introduzione
  • Nota al testo
  • Parte I Bisanzio svelata
  • Premesse
  • 1. Venezia “Nuova Bisanzio”
  • 2. Il Corpus Historiae Byzantinae di Hieronymus Wolf (1516–1580)
  • Capitolo I I primi secoli di Bisanzio nelle Storie della Chiesa e dei Santi Padri
  • 1. Gli studi patristici: Gesuiti e Maurini
  • 2. Le Histoires di Le Nain de Tillemont (1637–1698)
  • Capitolo II Gli studi eruditi: la riscoperta di Bisanzio
  • 1. Bisanzio alla corte del Re Sole
  • 2. Du Cange (1610–1688) e il corpus del Louvre
  • 3. Venezia, Filippo V, e Bisanzio
  • Capitolo III Le perfide figure bizantine di Louis Maimbourg (1610–1686)
  • 1. La Bisanzio “pour les femmes”
  • 2. Le crociate, ovvero Bisanzio contro l’Occidente
  • 3. Bisanzio infedele: conquista come castigo
  • Parte II Bisanzio illuminata
  • Capitolo I Gallicanesimo e mondo bizantino
  • 1. Bisanzio nell’Histoire ecclésiastique di Claude Fleury (1640–1723)
  • 2. La Bisanzo di Louis Ellies Du Pin (1657–1719)
  • 3. L’Histoire des révolutions de l’Empire de Constantinople di Jean Lévesque de Burigny (1692–1785)
  • Capitolo II Considerazioni bizantine in Montesquieu
  • 1. Montesquieu, Paruta e altri
  • 2. Montesquieu e il “paradosso Bisanzio”
  • Capitolo III Voltaire e Bisanzio
  • 1. Esordi bizantini
  • 2. Di imperatori eroi e “non indegni di regnare”
  • 3. Gli ultimi secoli di Bisanzio
  • Capitolo IV L’Histoire du Bas-Empire di Le Beau (1701–1778)
  • 1. Genesi e (s)fortuna di un’opera dimenticata
  • 2. Triboniano, ovvero della degenerazione
  • 3. Bisanzio: storia di un impero decadente?
  • Capitolo V Bisanzio in Italia tra erudizione e pubblicistica
  • 1. L’“Imperio greco” nell’Italia di Muratori
  • 2. L’Impero bizantino di Francesco Becattini (1743–1813)
  • Epilogo L’eredità illuministica: Edward Gibbon e il Decline and Fall (1776–1788)
  • Conclusioni Bisanzio, Proteo d’Oriente
  • Bibliografia
  • Indice dei nomi
  • Volumi pubblicati nella collana

Ringraziamenti

Il prodotto di ogni ricerca non è mai frutto individuale, ma è necessariamente sempre il risultato del concorso di più persone che vi hanno in maniera diversa contribuito.

Così è anche questo volume che licenzio dopo aver accumulato nel corso del tempo numerosi debiti di riconoscenza.

Primo tra tutti desidero ringraziare il Prof. Paolo Luca Bernardini (Università dell’Insubria, Como; Maimonides Center for Advanced Studies-Jewish Scepticism, Hamburg), maestro e mentore, la cui generosità umana e intellettuale mi ha aperto mondi del sapere prima solamente intuiti, che mi ha indirizzato e incoraggiato durante tutta la gestazione di questo lavoro.

Ringrazio la Prof.ssa Laura Orsi (Franklin University Switzerland) per aver condiviso con me il suo entusiasmo per il Rinascimento veneziano e per aver reso con la sua sensibilità linguistica, e non solo, queste pagine più godibili.

Sono grata al Prof. Danilo Zardin (Università Cattolica, Milano) per le preziose indicazioni in merito a ordini religiosi e movimenti teologici. Al Prof. Diego Lucci (American University in Bulgaria) sono debitrice per le riflessioni sulla formazione di una “identità bizantina”. Al Prof. Luigi Robuschi (University of Witwatersrand, Johannesburg) devo alcune illuminanti lezioni di storia della Serenissima.

Numerosi suggerimenti mi sono stati offerti dalla Prof.ssa Rossella Cancila (Università di Palermo) e dal Prof. Rolando Minuti (Università di Firenze), che qui desidero ringraziare.

Ringrazio inoltre la Prof.ssa Paola Viviani Schlein e la Prof.ssa Laura Castelvetri (Università dell’Insubria, Como) per l’incoraggiamento e il sostegno sempre dimostratimi, e il Prof. Giuliano Pisani per i preziosi suggerimenti nelle fasi conclusive del lavoro. ← 13 | 14 →

Nell’ultima fase di stesura del testo ho beneficiato della vicinanza e dell’affetto dei miei colleghi Dott.ssa Silvia Marino e Dott. Lino Panzeri. Sono stata inoltre fortunata nell’avere in Benjamin Fröhlich di Peter Lang un editor fiducioso e sempre gentile.

Il presente lavoro si è giovato di un finanziamento per un soggiorno di ricerca all’estero messo a disposizione dall’Università dell’Insubria, che qui ringrazio. Ringrazio altresì la Georgia State University di Atlanta per avermi accolta e per avermi dato la possibilità di avvalermi del suo patrimonio librario.

Un caro ricordo va alla memoria del Prof. Giuseppe Giarrizzo, scomparso proprio mentre stavo congedando per le stampe questo testo. Dal suo straordinario volume Edward Gibbon e la cultura europea del Settecento (Napoli, 1954) ha preso le mosse questa ricerca. A lui è rivolta la mia umile gratitudine.

Questo libro non esisterebbe se non avessi potuto consultaregli straordinari tesori custoditi presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia. Ai suoi gentili e sempre affidabili custodi va la mia riconoscenza per aver reso proficua e gradevole ogni ora trascorsa tra le sue antiche mura.

Venezia, dicembre 2015
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Introduzione

“Un tissu de révoltes, de séditions et de perfidies”. È forse questa l’immagine dell’Impero bizantino che, uscita dalla penna di Montesquieu nel 1734, in quella riflessione sulla caducità degli imperi – quello romano soprattutto – pubblicata col titolo di Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence, ha avuto maggior seguito presso i posteri. Emblema delle posizioni illuministiche in materia bizantina essa è stata estesa a tutto il Settecento che, di conseguenza, è diventato il secolo “anti-bizantino” per eccellenza.

E dopo Montesquieu Voltaire che, nel 1768, ne Le pyrrhonisme de l’histoire, definì la storia bizantina “l’opprobre de l’esprit humain, comme l’empire grec était l’opprobre de la terre”, o ancora, a fine secolo, Edward Gibbon che dalle pagine del Decline and Fall la dichiarava un “tedious and uniform tale of weakness and misery”.

Ma è veramente tutta l’età dei Lumi un unico attacco compatto a Bisanzio, alle sue manifestazioni politiche, religiose, intellettuali?

Come questo volume desidera evidenziare, il panorama appare più complesso e articolato presentando sfumature che smentiscono un quadro omogeneo e uniforme. Le Beau, nella sua Histoire du Bas-Empire, offre esempi bizantini di valore politico e militare, e lo stesso Voltaire nell’Essai spende parole positive per alcuni imperatori bizantini, e in particolare quando si tratta di crociate e di iconoclasmo il favore per i sovrani orientali è del tutto palese.

Questi sono tra i principali temi che stimolano la riflessione sull’Impero bizantino non solo nel Settecento ma anche nel secolo precedente, che prepara il terreno all’età dei Lumi e costituisce il punto di partenza del presente lavoro. ← 15 | 16 →

Il Seicento, e il Seicento francese soprattutto, che è tappa centrale di quel percorso di appropriazione del mondo bizantino che dal Bosforo, attraverso il Mediterraneo, approda in Occidente, sulle coste adriatiche, dove ad accoglierlo vi è, prima tra tutti, Venezia.

La Serenissima, che condivide con Bisanzio la stessa duplice anima, occidentale e orientale, così simile nell’aspetto alla Nuova Roma da creare l’illusione di un’altra Costantinopoli, è il principale centro in cui convergono e da cui si irradiano uomini e saperi provenienti da Oriente: Crisolora, Lascaris, Bessarione, Musuro, e con essi un numero straordinario di codici, che raccolti e trascritti viaggiano in tutta Europa per trovare riparo in preziose biblioteche.

Ed è a nord, nella biblioteca dei Fugger che a metà Cinquecento giunge, questa volta non da Venezia ma direttamente da Costantinopoli, il codice che conserva i testi degli storici bizantini Zonara e Niceta Coniate, che saranno alla base del primo progetto di un corpus di storici tutto bizantino: andranno a costituire infatti il primo di una serie di volumi che vedranno la luce a partire dal 1557, curati e tradotti in latino dall’umanista Hieronymus Wolf.

I primi contatti dell’Occidente con gli storici di Bisanzio rivelano sin dall’inizio delle costanti che si ritroveranno nel secolo successivo nella Francia di Luigi XIV, che raccoglierà l’eredità tedesca, e che si possono sintetizzare ne “il turbante e la corona”: il primo, turco, da combattere, la seconda, bizantina, da conquistare, o meglio, da ri-conquistare.

La minaccia ottomana che incombe sull’Europa per tutto il Cinque-Seicento fa dell’Impero bizantino un memento mori alla pari di teschi e clessidre che popolano pitture e sculture dell’età barocca: di qui la necessità non solo di non incorrere negli stessi errori di Bisanzio, ma anche di intraprendere una crociata risolutiva contro il Turco.

Si trattava da un lato della sopravvivenza dell’Occidente cristiano, dall’altro di prendere possesso dei territori del defunto Impero bizantino che sia Absburgo sia Francia rivendicavano, gli uni ← 16 | 17 → in virtù della translatio imperii, l’altra della conquista di Costantinopoli nel 1204.

A costruire un ponte tra Parigi e Costantinopoli il “corpus del Louvre”, monumentale impresa editoriale nata sotto l’egida di Colbert, che consegnava gli storici bizantini a preziose edizioni in folio uscite dai torchi regali. Progetto di pubblicazione organico e sistematico protrattosi sino ad inizio Settecento, il corpus rivelava la propria natura non solo culturale ma anche politica, come del resto traspare dalla sua seconda edizione pubblicata a Venezia nel 1729 e dedicata a Filippo V.

Ne avevano predisposto le basi i Maurini di Saint-Germaindes-Prés e i Gesuiti del Collège de Clermont con figure del calibro di Fronton du Duc, Mabillon e Montfaucon nel loro lavoro di studio e edizione dei Padri della Chiesa, a cui avevano contribuito, per quanto più limitatamente, i giansenisti di Port-Royal, alle cui Petites Écoles si era formato Tillemont, autore di un’erudita storia della Chiesa e dell’Impero nei primi sei secoli dell’era cristiana.

Il binomio Bisanzio-religione informerà tutto il Sei-Settecento focalizzandosi principalmente su tre aspetti: lo scisma d’Oriente, l’iconoclasmo e le crociate, che in relazione all’Impero bizantino assumeranno, a seconda delle occasioni e dei tempi, interpretazioni differenti.

A partire dal gesuita Louis Maimbourg, che nell’ultimo quarto del XVII secolo realizzava una summa della storia bizantina letta in chiave teologica e provvidenziale tutta a favore della monarchia francese, e in cui prendeva forma quell’immagine di Bisanzio decadente e corrotta che avrà fortuna, seppur per ragioni diverse, nei secoli a venire. Una Bisanzio colpevole di essersi allontanata dalla Chiesa romana, custode della vera fede, e che diventa, pertanto, precorritrice dell’Europa riformata.

Ma non solo. Bisanzio entra nelle discussioni che infiammano la Chiesa francese dell’età moderna volta a ritagliarsi maggiori autonomie dal pontefice e da Roma. Fleury metteva in discussione l’autorità del papa riconoscendo nella Chiesa greca l’ultima deposi ← 17 | 18 → taria dei principi del Cristianesimo delle origini, mentre Burigny vi vedeva un alter ego della Chiesa romana e nei suoi patriarchi dei papi in salsa orientale. Dall’una e dall’altra Du Pin prendeva le distanze elevando la Chiesa francese a mediatrice tra Oriente e Occidente.

È questa la Bisanzio che si affaccia al Settecento, una Bisanzio exemplum di debolezza e vulnerabilità, una Bisanzio eretica che persevera nello scisma, una Bisanzio “protestante” nella sua lotta alle immagini e tracotante nelle pretese della propria Chiesa; ma anche una Bisanzio custode dei valori della prima cristianità, ricca nelle sue espressioni culturali, sfolgorante nelle manifestazioni del potere, alla quale l’Europa tutta guarda e tutta ambisce.

Le diverse sfaccettature di cui si tinge l’Impero bizantino nella Francia del Re Sole vengono accolte dall’età dei Lumi e reinterpretate alla luce dei nuovi “progressi” del pensiero.

Inevitabile che un impero come quello bizantino non potesse risultare gradito al “secolo della ragione”: si trattava di un impero cristiano che evocava il dispotismo orientale in un momento in cui a trionfare era il dispotismo illuminato; avvezzo a pene corporali quali mutilazioni e accecamenti; alieno dalle virtù antiche dei Romani, ritenute prerogativa in special modo del periodo repubblicano.

Di qui naturale la generale stigmatizzazione di Bisanzio che percorre tutto il Settecento, magistralmente raccolta a fine secolo da Edward Gibbon, con il cui Decline and Fall, pubblicato a ridosso della Rivoluzione francese, si conclude la nostra riflessione, e nella quale affiora il grande paradosso a cui neppure Montesquieu saprà dare una risposta convincente: la durata millenaria di un impero inesorabilmente in declino.

Tuttavia, come si è già accennato, anche l’età dei Lumi si è professata talvolta favorevole a Bisanzio, presentandone un’immagine meno manichea, soprattutto nell’ambito delle aspre critiche rivolte dall’Illuminismo a superstizione e religione. ← 18 | 19 →

Il tema delle crociate che nel corso del Seicento era stato alimentato dall’incombere dell’Impero ottomano e in cui l’Impero bizantino era portato come exemplum vitandum, è ora inserito nell’orizzonte più ampio del fanatismo religioso, del quale viene accusato l’Occidente a tutto vantaggio di Bisanzio, che appare, generalmente, vittima tanto degli eserciti latini quanto delle brame pontifice. Analogamente il movimento iconoclasta, condannato nel secolo precedente e assurto a precursore dell’iconoclasmo protestante – non a caso Gibbon lo guarderà con una certa simpatia –, assume il ruolo positivo di argine all’abuso della pratica dell’adorazione delle immagini sacre.

Così Voltaire che a condanna delle crociate si spinge fino a giustificare l’alleanza bizantina col Saladino, a celebrare la figura di Alessio I Comneno, e a proclamare legittima la riconquista dell’Impero nel 1261; o, per quanto più moderatamente, Le Beau che denuncerà nella Histoire du Bas-Empire, opera monumentale ad oggi del tutto ignorata, o quasi, la partigianeria degli storici iconoduli e definirà le crociate “le dernier effort de la foiblesse humaine”.

La penisola italiana, che tanto aveva contribuito tra Umanesimo e Rinascimento alla scoperta di Bisanzio, tra Sei e Settecento, al contrario, non sembra arricchire la riflessione sull’Impero bizantino di apporti originali e significativi. Forse era anche un riflesso della situazione politica che aveva visto la penisola trasformarsi da un complesso di ricchi piccoli stati indipendenti a una penisola sottomessa di fatto all’aquila imperiale, e dove Venezia, pur mantenendo la propria indipendenza, aveva progressivamente perduto gran parte dei propri domini d’oltremare.

Da un lato negli Annali e nelle Dissertazioni Muratori attaccava l’iconoclasmo e la disobbedienza della Chiesa greca e denunciava il malgoverno dei territori italiani da parte di Bisanzio contrapponendolo al buongoverno longobardo e, prima, goto, a tal punto da rammaricarsi della riconquista bizantina della penisola; dall’altro Francesco Becattini, autore per il vasto pubblico, dedicava a Bisan ← 19 | 20 → zio pagine fitte di rimandi al Montesquieu e al Voltaire più taglienti.

Il pensiero francese, varcate le Alpi, aveva dunque attecchito nell’opinione comune. ← 20 | 21 →

Nota al testo

Le citazioni presenti nel testo sono state riportate seguendo fedelmente la grafia utilizzata nelle edizioni dell’epoca senza alcun intervento di modernizzazione.

Sarà quindi possibile incontrare per quanto riguarda la lingua francese grafie e forme arcaiche (mesme per même, avoient per avaient), parole prive di accento (misere per misère) o con accento diverso rispetto a quello codificato (siécle per siècle). ← 21 | 22 → ← 22 | 23 →

PARTE I

Bisanzio svelata

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PREMESSE

1. Venezia “Nuova Bisanzio”

Teatro della fioritura degli studi bizantini tra la seconda metà del Seicento e gli inizi del Settecento fu, come è ben noto, la Francia del lungo regno (quasi tre generazioni, dal 1643 al 1715) di Luigi XIV. La corte del Re Sole rappresenta, tuttavia, solamente una tappa, per quanto fondamentale, di un processo ad oggi, forse, non ancora concluso, che ha portato nel tempo a prendere coscienza dell’originalità e della complessità dell’Impero bizantino, insieme romano, greco e cristiano, e allo stesso tempo, per la sua configurazione geografica, inevitabilmente “orientale”.

Nato da una costola di Roma, l’Impero bizantino anche dopo la sua caduta nel 1453 non cessò di esercitare la propria influenza sull’Occidente, anzi è proprio a partire da questo momento che esso fece sentire più che mai la propria presenza. L’intrecciarsi di alcuni fattori tra XIV e XV secolo contribuirono certamente a stimolare l’interesse verso Bisanzio e la storia bizantina, soprattutto negli stati italiani e tedeschi, che sperimentavano allora un rinnovamento generale delle lettere: da un lato, il pericolo turco, onnipresente, spada di Damocle sul capo dell’Europa occidentale tutta – Lepanto era ancora lontana da venire1 –, resa ancor più vulnera ← 25 | 26 → bile dalle dispute religiose che la dilaniavano all’interno; dall’altro, lo svilupparsi degli studi umanistici, che trassero alimento dalla caduta di Costantinopoli2, dies horribilis per la cristianità tutta, almeno per quella colta ed erudita, se Enea Silvio Piccolomini, paventando la conseguente distruzione di parte del patrimonio artistico e letterario, se ne doleva invocandola quale “seconda morte di Omero”3.

Ma a torto, ché di Omero fu, invece, quasi paradossalmente, la rinascita.

La presa di Costantinopoli andò a rinsaldare legami intellettuali già stretti tra Oriente greco e Occidente grazie alla diffusione della conoscenza del greco e dei testi greci e latini “classici”, che circolarono in forma manoscritta prima, poi a stampa attraverso, tra le altre, le splendide edizioni veneziane del Manuzio4. Tuttavia gli autori bizantini, a dispetto dei vari Cicerone, Teocrito e Sofocle, non parteciparono dell’ardore tipografico dei tempi: per vedersi finalmente pubblicati con una certa regolarità, o almeno assurgere al rango di fonte al pari dei “classici”, dovettero attendere sino alla metà del Cinquecento, se si esclude, di un secolo prima, il pioniere Lorenzo de Monacis (ca. 1351–1428), letterato veneziano, nonché ← 26 | 27 → notaio e cancelliere di Creta, il quale nel suo Chronicon de rebus Venetis impiegava fonti bizantine, indispensabili per una storia di Venezia le cui vicende si intrecciano indissolubilmente, e inesorabilmente, con quelle di Costantinopoli5. Vi si trovano così a supporto della narrazione Niceta Coniate (ca. 1155–1217), Giorgio Acropolite (1217/1220–1282) e Giorgio Pachimere (1241–ca. 1310), fondamentali al de Monacis per mettere a fuoco gli avvenimenti precedenti il XIV secolo6. Ma di rara avis si tratta se ad inizio Cinque ← 27 | 28 → cento, e precisamente nel 1516, l’umanista bolognese Angelo Cospo nella sua traduzione latina della vita di Alessandro Magno di Giovanni Zonara sentiva la necessità di esortare allo studio, e alla traduzione, degli storici bizantini, ritenuti fonte inestimabile di informazioni sia per quanto riguarda la sfera politica sia quella religiosa7. ← 28 | 29 →

Il fascino che il mondo greco antico esercita sull’Occidente, per quanto originariamente colpevole della trascuratezza verso i testi bizantini, è fattore imprescindibile per l’avvicinamento ad essi: a partire dalla seconda metà del Trecento le lettere greche penetrano progressivamente in Europa, punto di svolta il primo ciclo di insegnamento della lingua greca affidato nel 1360 dallo Studio fiorentino, auspici Petrarca e Boccaccio, al calabro Leonzio Pilato, che Petrarca aveva conosciuto a Padova l’anno precedente. Nel 1397 sarebbe stata la volta di Manuele Crisolora, che insegnò presso lo Studio di Firenze per ben tre anni prima di ritornare al servizio dell’imperatore Manuele II giunto in Occidente alla ricerca di alleanze anti-ottomane8.

La sete di conoscenza del greco tra la fine del Trecento e gli inizi del Quattrocento è “bidirezionale” e si muove non solo da est a ovest ma anche nella direzione opposta, trovando soddisfazione nella stessa Costantinopoli dove erano attive diverse scuole di greco, che si servivano della nuova grammatica ideata dal Crisolora, gli Erotemata9, e sui cui “banchi” si formarono intellettuali del calibro di Giovanni Filelfo, Giovanni Aurispa e Guarino Veronese, ← 29 | 30 → allievo a Costantinopoli del Crisolora e suo successore alla cattedra di greco a Firenze per poi trasferirsi in territorio serenissimo e finalmente al servizio degli Este10.

Details

Pages
374
Year
2015
ISBN (PDF)
9783035109337
ISBN (ePUB)
9783035199550
ISBN (MOBI)
9783035199543
ISBN (Softcover)
9783034311717
Language
Italian
Publication date
2016 (April)
Tags
Impero Bizantino Illuminismo Luigi XIV crociate conquista di Costantinopoli
Published
Bern, Berlin, Bruxelles, Frankfurt am Main, New York, Oxford, Wien, 2015. 374 p.

Biographical notes

Elisa Bianco (Author)

Elisa Bianco (Venezia 1979) è ricercatrice in Storia moderna presso l’Università dell’Insubria. Nel 2015 ha vinto il John «Bud» Velde Award presso la University of Illinois Urbana-Champaign. Ha curato i volumi A. Gentile Galiani, «Lettere filosofiche» (1780) (2012) e P. Forsskål, «Pensieri sulla libertà civile (1759)» (2012).

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