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Variazioni sull'apocalisse

Un percorso nella cultura occidentale dal Novecento ai giorni nostri

by Alessandro Baldacci (Volume editor) Anna Małgorzata Brysiak (Volume editor) Tomasz Skocki (Volume editor)
Edited Collection 292 Pages

Table Of Content

  • Cover
  • Titel
  • Copyright
  • Sull’autore
  • Sul libro
  • Questa edizione in formato eBook può essere citata
  • Sommario
  • Introduzione (Alessandro Baldacci, Anna Małgorzata Brysiak, Tomasz Skocki)
  • Rozanov, Solov’ ëv e l’idea di un’apocalisse prossima ventura (Sergio Givone)
  • Il circolo apocalittico. La crisi di presenza e la presenza della crisi in de Martino e Cacciari (Ivan Dimitrijević)
  • Nietzsche, Marinetti e l’Apocalisse (Francesco Di Rosa)
  • Nightfall: il cuore delle tenebre di Isaac Asimov (Carlo Pagetti)
  • ‘Ciò che resta’ dopo ‘ciò che è stato’. Politica delle macerie e poetica del residuale nel secondo Novecento (Tommaso Gennaro)
  • La fine che non c’è più: le apocalissi al tempo del nichilismo. Personaggi ossessionati dall’Apocalisse in Beckett, Moravia, Fukunaga e Foer (Darwine Delvecchio)
  • Abitare l’apocalisse: la narrazione dell’universo concentrazionario Tadeusz Borowski (Giovanna Tomassucci)
  • “Non ci sarà altra fine del mondo”. L’apocalisse di Czesław Miłosz (Patrycja Polanowska)
  • Inventare il futuro: lo spirito utopico in Ray Bradbury (Elisa Frioni)
  • Dopo il Diluvium Ignis. Storia, mito e natura in Un cantico per Leibowitz (Tomasz Skocki)
  • L’estetizzazione della fine o la catastrofe mimetica (Andrea Mecacci)
  • Lirica e catastrofe. La ricezione di Paul Celan nella poesia di Milo De Angelis (Alessandro Baldacci)
  • Il romanzo distopico femminile di lingua inglese. Margaret Atwood, The Handmaid’s Tale e la raffigurazione del materno (Cesare Pozzuoli)
  • Swastika Night, The Handmaid’s Tale and The Children of Men: The Role of Women, the Importance of Birth Rate and All the Dystopian Elements of an Apocalyptic World (Francesco Bacci)
  • “Where are they?” Physicists, the Bomb, and the End of the World (Dominika Oramus)
  • “A heap of broken images”: Frammenti di apocalisse in The Waste Land e in Underworld (Giulia Magnetti)
  • L’istinto della fine. Apocalisse e sopravvivenza nella narrativa di Pavel Hak (Ugo Fracassa)
  • “E la morte fuggirà loro”. Post-zombie e ritornanti. Elementi formali e tematici per un’apocalittica delle serie Tv (Mirko Lino)
  • Il narratore al tempo della televisione. Riflessioni sulla fine dell’esperienza in Walter Benjamin e Antonio Scurati (Anna Małgorzata Brysiak)
  • “Un orrido cominciamento”. Il Decameron come archetipo letterario della narrativa apocalittica (Alberto Iozzia)
  • La fine al tempo dell’antropocene: 10:04 di Ben Lerner (Giuseppe Carrara)
  • The Leftovers: vivere l’Apocalisse (Sara Tongiani)
  • Panoramica delle righe

Alessandro Baldacci, Anna Małgorzata Brysiak, Tomasz Skocki

Introduzione

Questo volume nasce dal convegno internazionale dal titolo “Il futuro della fine. Narrazioni e rappresentazioni dell’apocalisse dal Novecento a oggi”, tenutosi all’Università di Varsavia dal 4 al 6 dicembre del 2017, organizzato dal Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Neofilologia in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e l’Ambasciata d’Italia in Polonia. Il convegno ha visto la partecipazione di oltre quaranta studiosi principalmente di università italiane e polacche, ma anche di altri Paesi quali Francia, Stati Uniti, Bosnia-Erzegovina e Croazia. Con il presente libro, da aggiungere al volume Il futuro della fine, pubblicato sempre presso Peter Lang,1 in cui sono stati raccolti gli interventi dedicati alla letteratura italiana, nonché al numero monografico della rivista Nuova Corrente dedicato al medesimo argomento,2 si completa la riflessione sul tema apocalittico nelle società e nelle culture contemporanee, avviatosi in occasione del fruttuosissimo incontro di Varsavia. La specificità di questo volume risiede nell’approfondimento dell’immaginario apocalittico nel quadro della cultura europea e mondiale del XX e XXI secolo, spaziando dalla poesia al romanzo, dal dibattito filosofico alle serie tv e al fumetto, proponendo in tal modo un approccio il più possibile comparatistico e interdisciplinare alla nostra tematica.

Ad aprire il volume è l’intervento di Sergio Givone dedicato al pensiero apocalittico che investe la Russia fra Otto e Novecento, in particolare in figure come Vasilij Rozanov e Vladimir Solov’ëv che fanno i conti con l’idea di un’apocalisse imminente e puntano, drammaticamente, a disvelare il mysterium iniquitatis paolino. Rozanov scrive immerso nella svolta apocalittica del proprio tempo, convinto, come sottolinea Givone, che “il cristianesimo porta la morte con sé e si realizza compiutamente nella morte”. Solov’ëv a sua volta si interroga sul male radicale, assoluto, che minaccia di deprivare di senso il mondo, di condannare ogni essere, e le fondamenta stesse della vita, alla disperazione. Contro questo terribile spettro nichilistico Solov’ëv rivendica tragicamente, sottolinea Givone, ←9 | 10→ la necessità di trascendenza, con la sua fede nella Resurrezione, unica scelta in grado di proteggere e preservare la ‘fragilità del bene’ che la morte mette a nudo.

Ivan Dimitrijević, a sua volta, parte da La fine del mondo di de Martino per riflettere sul processo di secolarizzazione che ha mutato le prospettive del politico, a partire dall’idea della sua potenza salvifica (la rivoluzione, la pace perpetua). Oggi che “l’evo cateconico, capace di fronteggiare la crisi di presenza […], viene […] soppiantato dall’evo dell’insicurezza e delle crisi permanenti”, domina l’anomia, che precede l’apocalisse. L’individuo, sostiene Dimitrijević seguendo Massimo Cacciari, non tollera di essere rappresentato (se non dall’impersonale delle norme dal quale dipende la sua vita) e la pratica politica rinuncia definitivamente alla speculazione sull’ottimo comune.

Francesco Di Rosa propone una lettura di alcuni passi dell’Apocalisse di Giovanni interpretata e analizzata attraverso elementi e categorie rinvenibili tanto nel nichilismo di Nietzsche quanto nell’avanguardia futurista. Il pensiero di Nietzsche e quello di Marinetti, pur con tutte le loro differenze, trovano terreno comune nell’idea apocalittica della fine dei tempi. Il carattere metafisico e millenaristico delle loro riflessioni riprende dunque i temi neotestamentari di distruzione del mondo e nascita di un mondo nuovo, laddove però, al posto di Dio, troviamo rispettivamente il Superuomo nietzschiano e lʼHomo mechanicus futurista. Fedelmente al modello giovanneo, la fine dei tempi e la distruzione del vecchio ordine, per il filosofo tedesco e lo scrittore italiano, portano al rinnovamento salvifico dell’umanità, passando per la medesima via che dalla demolizione del tunc conduce alla edificazione del nuovo.

Carlo Pagetti a sua volta si dedica a Nightfall di Isaac Asimov (noto in Italia come Notturno o Cade la notte), in cui l’autore anticipa l’orrore distruttivo della Shoah descrivendo la storia degli ultimi giorni dell’umanità su un pianeta alieno, sprofondando il lettore nell’oscurità apocalittica di una notte terrificante, che non concede scampo. La disperazione e la follia prendono così possesso di un’umanità disperata, spietatamente condannata a capitolare. Ciò che ne deriva, per Pagetti, è la “rappresentazione della condizione di angoscia e di follia che, a poco a poco, invade il racconto asimoviano con il diffondersi delle tenebre, prefigura l’esperienza di un’agonia che nessun testimone diretto ha mai potuto raccontare: quel momento nelle camere a gas naziste in cui lo Zyclon B comincia a diffondersi”.

Tommaso Gennaro affronta l’opera di Samuel Beckett mettendola in dialogo con quella di Paul Celan, a partire dalla riflessione di Theodor W. Adorno sul compito della letteratura dopo Auschwitz, così come nel segno della poetica del residuale che si impone nel secondo Novecento. È infatti dal 1945 in poi che questi autori hanno deciso di scrivere, partendo sempre dall’esperienza devastante ←10 | 11→ della seconda guerra mondiale. Sia Beckett che Celan hanno trascorso il resto della loro vita trasformando quello che la storia aveva rivelato apocalitticamente all’uomo in un’opera che mostrasse all’umanità ‘ciò che resta’ di essa, poiché qualcosa ancora resta, nonostante l’azzeramento provocato dai lager e dalle atomiche). Gennaro ci mostra dunque come questi due autori, pur senza mai entrare in contatto diretto fra loro, puntino, con straordinaria sintonia, a rappresentare gli effetti dell’apocalisse bellica e la condizione umana successiva alla catastrofe.

Darwine Delvecchio descrive le differenti ‘versioni’ dell’Apocalisse riconoscibili nelle opere di Samuel Beckett, Jonathan Safran Foer, Alberto Moravia e Takehiko Fukunaga a partire dall’analisi della relazione che i loro personaggi intrattengono con il proprio tempo, e in particolare con il ‘senso della fine’ delle loro esistenze e del mondo. Ciò permette a questi autori di articolare il concetto di Apocalisse in direzioni nuove rispetto a quanto fatto fino all’alba del Novecento. Si tratta, per Delvecchio, di ‘apocalissi difettose’ nelle quali si passa dalla rivelazione all’angoscia, per un senso della fine che si pone nel segno di un peculiare nichilismo (che mostra evidenti punti di contatto con il pensiero leopardiano) e denuncia la vita quale ‘punizione per una colpa dimenticata’.

Giovanna Tomassucci nel suo intervento affronta invece la narrazione dell’universo concentrazionario di Tadeusz Borowski, scrittore polacco nato nel 1922 e morto nel 1951, detenuto politico di vari campi di sterminio (Auschwitz, Natzweiler-Dautmergen, Dachau-Allach) dalla primavera 1943 al maggio 1945. I racconti da lui pubblicati a caldo, negli anni successivi alla sua liberazione, scoperchiano i meccanismi di funzionamento della società concentrazionaria, il suo aberrante ‘modello sociale’ basato sulla riduzione in schiavitù di milioni di esseri umani. Tomassucci sottolinea come l’opera concentrazionaria di Borowski rifiuti una lettura in chiave autobiografica, dato che Borowski, per descrivere l’orrore dell’apocalisse, ha puntato in primo luogo su effetti stranianti, cercando di disinnescare ogni rappresentazione patetica così come emotiva, guardando ad Auschwitz come ad una copia distopica della società capitalistica fordista, a partire dal possibile influsso di Metropolis (1927) di Fritz Lang e Brave New World (1932) di Aldous Huxley.

Patrycja Polanowska si concentra a sua volta su Non ci sarà altra fine del mondo di Czesław Miłosz in cui il tema apocalittico è inteso come fenomeno prevalentemente filosofico, esistenziale e simbolico, entro il quale la storia è presente in modo obliquo, indiretto, mediato. In questa ottica il saggio si interroga sulla rappresentazione idillico-apocalittica del testo di Miłosz, lontano da quella tradizionale, come è quella a cui l’autore dà forma in Canzone sulla fine del mondo, entrando in dialogo con il motivo degli ‘uomini vuoti’ dellʼomonimo poemetto di Thomas Stearns Eliot, tradotto dallo stesso Miłosz. Approfondendo ←11 | 12→ infine le caratteristiche dei correlativi oggettivi in Canzone sulla fine del mondo, producendo altresì uno sdoppiamento del livello storico in piano storico e piano metastorico, i quali, come scrive Tomasz Burek, “non solo s’incontrano, ma s’intrecciano nell’uomo, lacerando la sua esistenza”.

Elisa Frioni, partendo dalla duplice valenza – distopica, ma anche utopica – del finale di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, ripercorre il tema dell’utopia nelle opere e nel pensiero dell’autore statunitense, considerato non solo uno dei più grandi scrittori di science fiction di sempre ma anche un pilastro della letteratura americana del Novecento. Per indagare la necessità di immaginare un futuro positivo e la sopravvivenza dello spirito utopico, polo importante dell’intera produzione di Bradbury e afflato costante nella sua vita, Frioni fa riferimento anche ad altre opere dell’autore e, soprattutto, a saggi, articoli e interviste in cui è possibile individuare alcuni esempi di utopie ‘spaziali’ (conquista dell’universo da parte dell’uomo) e ‘terrestri’ (miglioramenti nel sistema scolastico americano e creazioni di ambienti sociali).

Il contributo di Tomasz Skocki è dedicato al romanzo di Walter M. Miller, Jr Un cantico per Leibowitz, un classico della science fiction americana del secondo Novecento nonché un’opera di notevole interesse nel contesto del rapporto tra scienza e religione. L’articolo si apre con un percorso sulla genesi, la trama e i temi principali del libro di Miller, prima di approfondire la problematica del tempo che, scrive Skocki, si articola su tre livelli: tempo storico, tempo mitico e leggendario e tempo della natura.

Andrea Mecacci approfondisce invece il tema del ‘mondo in assenza dell’uomo’ nell’arte di Andy Warhol, un paesaggio post-umano in cui il significato delle realtà è rimesso all’operatività pervasiva della tecnica. Warhol non solo rappresenta l’ingresso dell’umano in una sua fase ulteriore (“Io voglio essere una macchina”), ma documenta anche la scomparsa di questa rappresentazione, inserendosi nel grande dibattito sulla morte dell’arte. L’apocalisse è non solo una catastrofe storica, la fine del mondo, ma anche una riflessione sul senso di inutilità dell’artistico nella contemporaneità novecentesca e oltre. Il problema diventa così non tanto la scomparsa del mondo, ma della sua immagine, configurando la tecnica come questa stessa arte dello scomparire. In Warhol pop e postmoderno confluiscono in una più generale ricognizione sul senso della fine attraverso lo svuotamento dei feticci culturali dell’umano, conducendo a uno scenario di nichilismo tecnologico seriale e quotidiano, di ‘fine immanente’.

L’articolo di Alessandro Baldacci si sofferma sull’importanza della lezione di Celan, estrema voce del lirico nel XX secolo, per uno dei poeti più intensamente tragici della nostra contemporaneità, Milo De Angelis. De Angelis entra in contatto con l’opera del poeta della Bucovina a partire dalla propria familiarità con ←12 | 13→ la cultura francese, con la rivista L’Éphémère e le traduzioni di Du Bouchet. De Angelis porterà poi il magistero celaniano ad agire al fondo della sua opera sin dal suo libro d’esordio, Somiglianze, e quindi al centro della sua poesia e della sua riflessione poetica durante gli anni Ottanta, influenzando in modo decisivo la nascita della rivista Niebo, la riflessione svolta in Poesia e destino, e soprattutto la raccolta Millimetri, composta da parole ferite, da un verso frantumato e scheggiato, prossimo al silenzio e alla morte.

L’intervento di Cesare Pozzuoli è incentrato su uno dei romanzi cardine di Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella (The Handmaidʼs Tale, 1976), descrivibile come una ‘distopia post-apocalittica’. Il presupposto critico che fa da cornice è la connessione, posta in luce dalla critica di genere, tra il ruolo della donna in seno alla società patriarcale e il genere del romanzo distopico e come questa connessione abbia il merito di dar luogo ad una visione del genere distopico/post-apocalittico alternativa a quella dei ‘classici’ della tradizione distopica al maschile, ad esempio 1984 di George Orwell. L’articolo analizza vari aspetti chiave del romanzo, quali i riferimenti alla moralità e ai codici sociali dell’età vittoriana, le problematiche sociali e politiche che tratta, temi e teorie femministe, oltre a un’analisi dei diversi personaggi femminili che costellano il libro.

Alla medesima opera è dedicato il contributo di Francesco Bacci, che però interseca l’analisi del romanzo di Atwood con quella di altre due celebri distopie femminili del Novecento: Swastika Night di Katharine Burdekin (recentemente tradotto in italiano come La notte della svastica) e The Children of Men (I figli degli uomini) di P. D. James. Esplorando tre diverse società distopiche in cui i diritti umani, e in particolare quelli delle donne, sembrano non avere più alcuna rilevanza, l’articolo si concentra sui temi della maternità, della gravidanza e della fertilità, analizzando anche gli adattamenti – rispettivamente cinematografico e televisivo – dei romanzi di James e Atwood.

Dominika Oramus affronta invece il tema della bomba atomica e dei timori per la sopravvivenza dell’umanità di fronte alla prospettiva di una guerra nucleare. L’articolo prende in esame una serie di opere, sia narrative che saggistiche, dedicate al progetto Manhattan e agli scienziati che vi presero parte, tra i quali basti citare Enrico Fermi, Robert Oppenheimer o Richard Feynman. Le varie opere analizzate (Los Alamos di Joseph Kanon, Making of the Atomic Bomb di Richard Rhodes, Surely You’re Joking Mr. Feynman dello stesso Richard Feynman, Night Thoughts of a Classical Physicist di Russell McCormmach, Hopeful Monsters di Nicholas Mosley, Principles of American Nuclear Chemistry di Thomas McMahon) mostrano e approfondiscono i dubbi e i dilemmi degli uomini che presero parte alla costruzione dell’atomica, su tutti il timore che le scoperte ←13 | 14→ della fisica nel XX secolo possano aver contribuito, tragicamente, a una futura e inevitabile autodistruzione della civiltà umana.

Giulia Magnetti, a sua volta, propone un’analisi comparata di The Waste Land di T. S. Eliot (1922) e Underworld di Don DeLillo (1997), con particolare attenzione agli archetipi su cui in entrambe le opere si costruisce lo scenario della waste land, il mondo arido, caotico e dominato dai rifiuti, la cui desolazione deriva dalle immagini bibliche utilizzate dai profeti dell’Antico Testamento e nell’Apocalisse, insieme all’idea di catastrofe e rigenerazione insita nel testo giovanneo. Nel mondo moderno, segnato dalle tragedie delle guerre mondiali e dall’ossessione paranoica prodotta dalla bomba atomica, la fine è attesa con terrore ma anche con la speranza di un rinnovamento. La rinascita, però, non può avvenire in un mondo in cui gli archetipi hanno subito un rovesciamento e la percezione dell’imminenza della fine è stata sostituita da scetticismo e disincanto. Ne scaturisce una visione cupa e allucinata della storia, che esplode e si frammenta in una molteplicità di voci che hanno perduto la propria facoltà di controllo su un mondo dominato dal disordine, dalla mancanza di senso, dall’oblio e dalla cecità.

Ugo Fracassa si concentra invece sulle opere di Pavel Hak, scrittore ceco francofono. Negli scritti di Hak il genere umano fronteggia costantemente un orizzonte di estinzione, minacciato da catastrofi ambientali, tecnologie belliche o semplicemente dalla violenza costitutiva di un peculiare universo romanzesco, sempre in bilico tra narrativa di genere e conte philosophique. In Sniper (2002) un cecchino cyborg espleta con rigore la propria missione di sterminio degli ultimi viventi in un pianeta già infiltrato da esseri robotizzati; in Warax (2009) FD 21, sopravvissuto a una catastrofe planetaria le cui cause restano oscure, vaga per una terra desolata. Eppure, in un simile contesto narrativo resiste pervicacemente l’elemento umano in virtù del più elementare istinto di sopravvivenza, incarnato volta a volta da personaggi particolarmente esposti alla violenza di guerra – donne, profughi – o di Stato – mute di immigrati alla frontiera. La sovrapposizione dei piani narrativi sortisce però l’effetto deliberato di mostrare come contemporanei mondi apparentemente inconciliabili, collocati rispettivamente al di qua o al di là della soglia apocalittica.

Mirko Lino analizza l’immaginario apocalittico delle serie TV contemporanee in cui si registra una ridefinizione del rapporto tra vita e morte, rispetto alle saghe zombi che vanno dal living dead di Romero sino all’expanded fiction transmediale di The Walking Dead. Nelle serie qui prese in esame, tra cui in primo luogo quella francese intitolata Les Revenants, il ritorno in vita dei morti porta con sé un potenziale apocalittico che non si fonda esclusivamente sul ritorno del rimosso della morte. Fondamentale infatti è ora, secondo Lino, l’impossibilità ←14 | 15→ di distinguere la vita dalla morte, e viceversa, nelle dinamiche del quotidiano. Risorti, revenant e dipartiti, con loro dialettica spettrale, segnano un’evoluzione nei confronti dello zombi, sia sul piano figurativo sia narrativo, in quanto, pur presentando alcune caratteristiche tipiche dell’apocalisse zombi, riescono a collegare l’immaginario del postmortem alle logiche mediali di vaporizzazione dell’umano, così come al desiderio tecnologico d’immortalità.

Anna Małgorzata Brysiak nel suo saggio si occupa della riflessione sul tramonto dell’esperienza nell’opera di Walter Benjamin e Antonio Scurati. Brysiak sottolinea come la riflessione di Benjamin colga uno dei punti di massima trasformazione della notizia in informazione, approfondendo allo stesso tempo la crisi dell’esperienza che segna la condizione della modernità a partire dall’‘apocalisse’ della prima guerra mondiale. Con il testo di Scurati, invece, ci troviamo proiettati all’inizio del XXI secolo, nel pieno della società dell’informazione, in una condizione di inautenticità e virtualità esponenziale, a partire dalle quali viene a perdersi il significato stesso del narrare e dell’esperienza.

Alberto Iozzia collega l’immaginario contemporaneo dell’apocalisse e del post-apocalisse al Decameron di Giovanni Boccaccio. Focalizzando la sua attenzione sulla serie TV The Walking Dead, il saggio sottolinea come l’opera boccacciana rappresenti in definitiva un potentissimo archetipo della finzione post-apocalittica, capace di lasciare la sua impronta nelle rappresentazioni della catastrofe e della fine che vanno dalla tematica dei morti viventi alla fantascienza postatomica. I temi della ricostruzione sociale, della legge naturale e dell’ingegno umano che caratterizzano il Decameron rivelano così, per Iozzia, la capacità di ‘insegnare a sopravvivere’ ai personaggi della narrativa apocalittica, e soprattutto post-catastrofica, mostrando loro come “restare vivi – almeno narrativamente – anche nel mondo nuovo in cui si ritrovano dopo l’apocalisse”.

Biographical notes

Alessandro Baldacci (Volume editor) Anna Małgorzata Brysiak (Volume editor) Tomasz Skocki (Volume editor)

Alessandro Baldacci insegna presso il Dipartimento di Italianistica all’Università di Varsavia. Si occupa di poesia italiana ed europea del XX e XXI secolo. Ha scritto monografie sul tragico nella letteratura novecentesca, su Bachmann, Beckett, Manganelli, Rosselli, Caproni, Zanzotto e De Angelis. Anna Małgorzata Brysiak è ricercatrice e docente presso il Dipartimento di Italianistica all’Università di Varsavia. Ha scritto su Buzzati, Manganelli, Celati, Jaeggy e De Luca, sul quale ha anche pubblicato una monografia. Attualmente sta lavorando sul racconto e sulla forma breve nella letteratura italiana del Novecento. Tomasz Skocki è docente di Italianistica presso l’Università di Varsavia. Nelle sue ricerche si è occupato principalmente di letteratura coloniale e postcoloniale italiana e di narrativa (post-)apocalittica e ucronica. Ha scritto, tra gli altri, su Flaiano, Spina ed Eco.

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