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Nuovi aspetti linguistici e letterari dell’italianità

Studi per Paul van Heck

by Claudio Di Felice (Volume editor)
©2020 Edited Collection 318 Pages
Series: Moving Texts / Testi mobili, Volume 10

Summary

Negli ultimi decenni il tema identitario italiano è stato oggetto di indagini e ri_ essioni da parte di numerosi studiosi italiani e stranieri. La discussione oggi appare aver raggiunto un approdo, che tuttavia vede ampliarsi lo spettro delle risorse simboliche, sia rispetto al canone linguistico e letterarioscienti _ co sia rispetto alle varietà socioculturali interessate. Nel quadro di una letteratura che sta cedendo il passo ad altre fonti discorsive, la ri_ essione accademica sta ottemperando al ruolo che le compete di ricostruzione e di sistemazione. Nuove considerazioni arrivano da discipline giovani come la didattica della cultura e della lingua o da studi tradizionali quali la storia letteraria o culturale, e tra esse vanno segnalati gli apporti di sintesi da parte di studiosi non italiani.
A questo riguardo, la selezione di saggi in questo volume è un esempio indicativo: è frutto di un convegno tenutosi all’Università di Leiden dal 21 al 23 giugno 2018, dedicato al pensionamento degli studiosi olandesi Paul van Heck e Marie-José Heijkant, che per circa un trentennio hanno dedicato le loro energie a temi fondanti della letteratura e della cultura italiana. I campi d’indagine del volume sono la letteratura e la linguistica nelle loro diverse declinazioni, alle quali hanno contribuito accademici italiani come Lorenzo Coveri e soprattutto valenti studiosi di area olandese e belga come Bart van den Bossche, Claudio Gigante, Paul van Heck, Harald Hendrix, Costantino Maeder e Ranier Speelman.

Table Of Contents

  • Cover
  • Titelseite
  • Impressum
  • Autorenangaben
  • Über das Buch
  • Zitierfähigkeit des eBooks
  • Indice
  • Introduzione
  • Per una nuova edizione del Triregno giannoniano
  • Lettere italiane e spazi pubblici, fra politiche identitarie e cultura ricreativa
  • Dante in francese. Ultime voci
  • Uniti in Guerra. Italianità nei poemi bellici su Carlo V
  • Didimo è italiano
  • L’impresa di Fiume fra letteratura e memoria
  • Identità italiana e identità ebrea: problemi, ruolo, esiti
  • “I was bound to see the Colosseum by moonlight” – Roma, l’Italia e gli italiani in Daisy Miller (Henry James 1878), Eat, Pray, Love (Elizabeth Gilbert 2006) e In altre parole (Jhumpa Lahiri 2015)
  • Identità e mobilità transnazionali nella webserie Ritals: i luoghi comuni tra l’Italia e la Francia
  • Superamento del noir mediterraneo e influenze nordiche nella produzione seriale romanzesca e audiovisiva
  • La costruzione dell’identità italiana tra stereotipi ed etnocentrismo nelle parole dei quotidiani
  • Tra “Babbo” Alfieri e “Mamma” Italia: i Concordi e il culto dell’italianità nel Piemonte preunitario
  • Italiano e dialetto nella lingua delle donne. Per uno studio delle strategie espressive nel discorso politico e nella letteratura italiana contemporanea
  • Tu, Ella/Lei, Voi: le grammatiche dell’Ottocento e la linguistica dei corpora
  • Nuovi aspetti linguistici e identitari dell’italianità in Istria
  • “E poi ci sono tutti i bljöme”: fenomeni di contatto nella parlata dell’isola linguistica di Rimella in Italia
  • L’Italia, gli italiani e l’italiano nelle canzoni recenti
  • Misurare l’adeguatezza funzionale di produzioni scritte e orali in italiano e olandese lingua seconda e lingua prima
  • Alcune note sul futuro epistemico: congetture e conversazioni

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Introduzione1

1. Quando ci si accosta agli argomenti legati alla formazione dell’identità italiana, la storia delle origini e dello sviluppo della lingua italiana offre una prospettiva privilegiata. Essa è contrassegnata da un dibattito plurisecolare solo in apparenza concentrato su questioni di stile prima ancora che grammaticali, che è diventato molto presto un laboratorio fondamentale di temi e paradigmi identitari. Un capitolo cardine di questa storia fu scritto da Pietro Bembo, il quale attuò con le sue Prose della volgar lingua (1525) un’operazione tutta intellettuale e ideologica: egli infatti compì il primo e vero atto d’identità, fissando un sistema di comportamento linguistico, che implicava un repertorio, quello letterario trecentesco, precisi luoghi di elezione, Firenze e la Toscana, e uno specifico gruppo di riferimento, la comunità intellettuale panitaliana. Questa si andò progressivamente identificando e catalizzando attorno a quel canone, che così durò ben oltre l’unificazione dell’Italia, determinando le vicende della comunicazione scritta almeno fino ai banchi della scuola nazionale, quando divenne anche comunicazione orale, dopo un secolo circa dall’Unità e dall’attualizzazione fattane da Alessandro Manzoni. Tuttavia, la storia della lingua italiana insegna che questi tentativi di arginare le numerose forze culturali centripete si tradussero nelle consuetudini quotidiane in un plurilinguismo additivo. Esso fu il riflesso di un intreccio di tradizioni e ricerca d’identità comune, in cui, come ha ben messo in luce Pietro Trifone, la letteratura finì col divenire una sorta di “malattia nello sviluppo della nazione”, per via del suo formalismo retorico che inibì la solidarietà comunicativa nei confronti delle fasce sociali più deboli (Trifone. cur. Lingua e identità. Una storia sociale dell’ italiano, 2006, 28– 30), rimaste a margine degli interessi intellettuali fino alla nascita del Regno d’Italia. Malgrado questa debolezza intrinseca nel percorso costitutivo dell’identità italiana, allo storico della lingua Francesco Bruni appare evidente che “la nazione- società (italiana) si ←9 | 10→è affermata prima e al di fuori della dimensione politica e statale” (p. 11 nel volume qui di seguito). Nel suo corposo saggio Italia. Vita e avventure di un’ idea (2010), egli ripercorre le manifestazioni di un’Italia “multidimensionale” – preesistente all’Italia politica – attraverso paradigmi di lingua, letteratura, cultura e storia, così come si andarono costruendo a partire dall’epoca romana fino a quella risorgimentale. Sul versante socio- culturale, la peculiarità della vicenda italiana ha indotto Silvana Patriarca nel suo saggio Italianità. La costruzione del carattere nazionale (2010), attraverso lo studio di fonti non letterarie otto- novecentesche, a proporre la distinzione tra identità e carattere nazionale, entrambi contenitori di paradigmi ma rispettivamente a livello oggettivo e soggettivo, giacché gli italiani hanno scarsa consapevolezza di essere una nazione, mentre si attribuiscono un carattere nazionale, spesso negativo, che ha avuto un impatto sulla stessa storiografia (cfr. Patriarca 2010, X- XI e 274). Il tema identitario è stato non a caso affrontato in tempi anche recenti dalla storiografia letteraria, da cui emerge il ruolo essenziale della letteratura nell’aver dato forma alle rappresentazioni dell’identità italiana. A riguardo, basta ricordare che Stefano Jossa nel suo volume L’Italia letteraria (2006) ha opportunamente sintetizzato il quadro della questione sostenendo che “Il canone risorgimentale puntò soprattutto a dimostrare che l’Italia fu preesistente a qualsiasi forma di organizzazione politica e istituzionale, per natura e per cultura, cioè sia sul piano etnico che su quello storico” (ibid., 26). Del resto, se il carattere letterario della fondazione identitaria italiana è un fatto generalmente accolto dagli studiosi, tuttavia apparve chiaro a un Gramsci che questa identità costruita sulla letteratura fu non condivisa, perché appartenente a un orizzonte di casta, quello cosmopolita o nazionalista degli intellettuali (ibid., 32). Una tale frattura tra identità popolare e identità letteraria si riflesse nelle due grandi formazioni discorsive della letteratura italiana legate alla storia e all’amore, riverberandosi nel sentimento comune in una contrapposizione esistenziale tra l’impegno civile della politica e l’evasione letteraria dalla realtà. I punti di analisi possono variare, ma restituiscono un’immagine chiara: è stata la letteratura a dare forma alle rappresentazioni dell’identità italiana. Ad esempio, Erminia Irace nel suo libro Itale glorie (2003) evidenzia che nel clima romantico e risorgimentale di primo Ottocento a essa si deve il rafforzamento del nesso che saldava gli “uomini illustri” alla nazione italiana e, dopo l’Unità, la sistematizzazione del pantheon impiegato dai poteri politici per educare ai valori dello Stato nazionale (Irace 2003, 103– 105). A queste considerazioni ←10 | 11→si aggiungono quelle di Duccio Balestracci, che nel saggio Medioevo e Risorgimento. L’ invenzione dell’ identità italiana (2015) si è soffermato sul ruolo della letteratura romantica nel creare un ponte ideologico con il Medioevo e ha indicato nel Risorgimento un punto di svolta, quando i concetti di patria, nazione e identità furono rifondati attraverso non solo la letteratura, ma anche altre espressioni culturali quali il teatro, le arti e le rievocazioni storiche.

Nei fatti, le storie letterarie del Sei- Settecento di un Tiraboschi o un De Sanctis furono il terreno da cui mosse una visione nazionale degli uomini illustri nei termini di un’unità geo- culturale, una visione che entrò in crisi con l’avvento della repubblica (Irace 2003, 236– 238). Tali sistemazioni favorirono la funzione di palinsesto (definizione di Matteo Di Gesù in Una nazione di carta. Tradizione letteraria e identità italiana, 2013, 10) che la tradizione letteraria ebbe nei confronti della narrazione identitaria, di cui codificò alcune retoriche nazionali e ne venne essa stessa influenzata.

Ora, che l’identità nazionale italiana almeno dalle origini al Risorgimento si sia espressa attraverso la letteratura è stato autorevolmente ribadito da Alberto Asor Rosa nel suo volume Letteratura italiana. La storia, i classici, l’identità nazionale (2014). Tuttavia, le dinamiche sociali dell’Italia contemporanea quali la diffusa scolarizzazione e l’avvento dei mezzi di comunicazione di massa hanno moltiplicato le fonti e i canali del discorso identitario. A questo riguardo, Michele Rossi in Una sola moltitudine. Saggio sull’identità italiana (2012) ha esplorato la progressiva marginalizzazione del ruolo della letteratura nella costruzione dell’identità italiana odierna: il canone letterario oggi si allarga a forme testuali non tradizionali e sta smarrendo il suo ruolo di luogo della coscienza critica, la sua funzione di continuità con il passato e di potenziale influenza sul futuro (ibid., 302– 307). Dell’avvicinarsi di una condizione postuma della letteratura, e della necessità che essa assuma una funzione “ecologica” nel mantenere un dialogo con il passato, aveva già parlato Giulio Ferroni in Dopo la morte: la letteratura del possibile (2010). Nei fatti, la letteratura è stata superata dalla canzone popolare, dal cinema e dalla televisione, cosicché la coscienza identitaria italiana postmoderna può dirsi che sia evoluta (o involuta, se si vuole) in senso mediale, come hanno sostenuto Alberto Abruzzese e Germano Scurti nel libro L’identità mediale degli italiani. Contro la repubblica degli scrittori (2001).

Negli ultimi decenni si sono moltiplicati i tentativi di colmare le lacune di una riflessione complessiva sul tema identitario: il mondo accademico ←11 | 12→e intellettuale in generale si è impegnato a ricomporre i tasselli di un’identità nazionale che oggi appare aver raggiunto un approdo, ma che resta lungi dall’annullare le sue variabili e anzi vede ampliarsi lo spettro delle risorse simboliche sia rispetto al canone linguistico e letterario- scientifico sia rispetto alle varietà socioculturali che la compongono attualmente. Malgrado una tale complessità, la natura dell’identità italiana è stata indagata in senso storico e storicistico, anche attraverso le declinazioni della storia letteraria e culturale. Basti qui ripercorrere l’avvio dato da Fabio Cusin (Antistoria d’Italia, 1948) e da Giuseppe Prezzolini (The Legacy of Italy, 1948), i capitoli scritti da Carlo Dionisotti (Geografia e storia della letteratura italiana, 1967) e Giuliano Procacci (Storia degli italiani, 1968), per proseguire in ordine cronologico con gli studi di Giuseppe Galasso (L’Italia come problema storiografico, 1979), Giulio Bollati (L’ italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione, 1983), Silvio Lanaro (Patria. Circumnavigazione di un’ idea controversa, 1996), Alberto Asor Rosa (Genus Italicum, 1997, con saggi già apparsi nella Letteratura Italiana da lui diretta), Aldo Schiavone (Italiani senza Italia. Storia e identità, 1998), Ezio Raimondi (Letteratura e identità nazionale, 1998), Ernesto Galli della Loggia (L’ identità italiana, 1998), Giacomo Biffi (Risorgimento, Stato laico e identità nazionale, 1999), Alberto Mario Banti (La nazione del Risorgimento, 2000), Maurizio Ridolfi (Almanacco della Repubblica. Storia d’Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le simbologie repubblicane, 2003), Enrica Di Ciommo (I confini dell’ identità. Teorie e modelli di nazione in Italia, 2005), Alberto Mario Banti e Paul Ginsborg (Per una nuova storia del Risorgimento, 2007), Giovanni Aliberti (Carattere nazionale e identità italiana, 2008), Michela Nacci (Storia culturale della Repubblica, 2009), Giulio Ferroni (Prima lezione di letteratura italiana, 2009), Enrico Malato (Quale Italia. Prospettive e retrospettive, 2009), Maria Serena Sapegno (L’Italia dei poeti. Immagini e figure di una costruzione retorica, 2012), forse stimolati dal centocinquantesimo anniversario dell’Unità del 2011, per approdare a riflessioni su stereotipi recenti (ad esempio, Focardi, Il cattivo tedesco e il bravo italiano, 2014) e ad analisi della realtà contemporanea come quella di Christian Raimo (Contro l’ identità italiana, 2019) o della raccolta Cinema e identità italiana curata da Stefania Parigi, Christian Uva e Vito Zagarrio (2019).

All’interno del mondo accademico, la ricostruzione dell’identità letteraria italiana è stata affrontata da due grandi convegni organizzati dall’Associazione degli Italianisti, i cui atti si leggono in L’ identità ←12 | 13→nazionale nella cultura letteraria italiana. Atti del 3° Congresso nazionale dell’ADI (Lecce- Otranto, 20– 22 settembre 1999), a cura di Gino Rizzo (Congedo, 2001), e Il Canone e la Biblioteca. Costruzioni e decostruzioni della tradizione letteraria italiana, a cura di Amedeo Quondam (Bulzoni, 2002). La discussione è proseguita anche in sillogi quali Letteratura e identità nazionale nel Novecento, a cura di Romano Luperini e Daniela Brogi (Manni, 2004). Bisogna notare tuttavia che la necessità di porre il discorso identitario italiano in un contesto di più vaste relazioni internazionali, e in questo senso non vanno trascurati gli apporti di sintesi da parte di non italiani nella rappresentazione degli italiani. Ci limitiamo a ricordare gli atti del XVIII Congresso A.I.S.L.L.I., Identità e diversità nella lingua e nella letteratura italiana (Louvain- la- Neuve, Anversa, Bruxelles, 16– 19 luglio 2003: Cesati, 2007), che si è proposto “di richiamare il valore umano e sopranazionale della lingua italiana e della sua espressione letteraria e culturale”: rispetto ad esso la presente iniziativa, pur nella sua occasionalità, si pone idealmente in linea di continuità. Nel quadro di una letteratura che sta cedendo il passo ad altre fonti discorsive, la riflessione accademica sta ottemperando al ruolo che le compete di ricostruzione e di sistemazione, rispetto alla quale nuove considerazioni possono venire da discipline giovani come la didattica della cultura e della lingua, o da studi di più lungo corso nelle accademie straniere come la storia letteraria o culturale italiana. A questo riguardo, questa raccolta di saggi costituisce un esempio indicativo: essa è stata dedicata al pensionamento di due studiosi olandesi, che per circa un trentennio hanno dedicato i loro sforzi a temi fondanti della letteratura e della cultura italiana, e questo nonostante le difficoltà dei tempi correnti. Così, tanto per esemplificare, grazie a Paul van Heck il pensiero e le opere di Machiavelli sono note in Olanda attraverso studi di successo come “Il Principe” en andere politieke geschriften (2006), e a Maria- José Heijkant si devono le riedizioni di testi arturiani della nostra letteratura: il Tristano Riccardiano (1991) e la Tavola Ritonda (1997). In questa fase storica in cui si assiste alla progressiva aziendalizzazione accademica, e in cui gli studi umanistici subiscono continuamente tentativi di declassamento, le cui conseguenze sono state sperimentate e combattute da van Heck e Heijkant, l’esempio forse non più ripetibile di questi studiosi resta paradigmatico, giacché mostra le strade attraverso cui l’apporto di pensatori stranieri ha favorito e favorisce quel processo di sintesi critica, raggiunta tortuosamente e solo parzialmente dalla coscienza collettiva italiana.

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2. La raccolta dei contributi di questo volume è organizzata secondo i due ambiti disciplinari che hanno ispirato il titolo del convegno, quello letterario, con un criterio cronologico, e quello linguistico. Fa eccezione il saggio di Van Heck, uno dei dedicatari del convegno, che apre la silloge. Esso è dedicato al Triregno di Giannone e ripercorre la storia del manoscritto, confiscato ancora incompiuto durante l’invasione borbonica del Regno di Napoli nel 1734. La più recente edizione integrale di Alfredo Parente risale ormai al 1940 e ha i suoi limiti, visto che si basa su un solo manoscritto ed è priva di commento e di apparato critico. Van Heck illustra i problemi di una nuova edizione attendibile e debitamente commentata, che appare complessa soprattutto per la prima parte dell’opera, il Regno terreno, in quanto dovrà tener conto di tre testimoni, uno veneziano, uno napoletano e uno padovano corrispondenti a tre redazioni diverse.

I contributi di argomento letterario vengono inaugurati dalla ricerca di Hendrix, in cui la formazione identitaria italiana è osservata dalla prospettiva della fruizione sia pubblica che privata della letteratura. In particolare, lo studioso mette in rilievo il ruolo strumentale delle lettere non solo nei campi intrinsecamente legati alla loro natura di medium testuale, ma anche in ambiti meno indagati come quelli legati alla pianificazione dello spazio pubblico. La riflessione offre un quadro panoramico e analitico di questo fenomeno dal Duecento ad oggi, con una particolare attenzione ai momenti di passaggio, da situazioni dovute a politiche identitarie a contesti più aperti alle innovazioni ‘dal basso’ nella vita civile, specie nell’organizzazione anche spaziale del tempo libero.

Gigante affronta le traduzioni della Commedia di Dante in lingua francese presentando un interessante quadro riassuntivo. Egli esamina le scelte fatte dai traduttori, da Henri Longnon a Alexandre Masseron, da André Pézard a Jacqueline Risset, da François Mégroz a Didier Marc Garin, mostrando come le traduzioni recentemente siano andate evolvendo in direzione di una semplificazione, in parte dovuta alla necessità di raggiungere pubblici diversi, in parte agli effetti impliciti della traduzione stessa. Il rischio evidenziato da Gigante è che l’opera dantesca resti legata a tali versioni agevolate e che quindi anche l’italianità, così legata ad essa, ne subisca gli effetti negativi. Pertanto, resta aperta la domanda se esse siano un segno della perdurante vitalità della lingua di Dante o, magari, un triste segno dei tempi.

Il lavoro di Grootveld offre una visione d’insieme dei modi in cui si declina il concetto dell’identità italiana nei poemi narrativi ←14 | 15→cinquecenteschi, scritti da autori italiani sulle guerre internazionali a loro coeve, con lo scopo di stabilire come tali poemi reagiscono, nella definizione e descrizione di comunità italiane coinvolte nella guerra, alla graduale formazione dell’egemonia asburgica in Europa. Attraverso un campione di circa trenta opere scritte dal 1520 al 1600, la ricercatrice illustra il modo in cui esse siano diventate tra i luoghi in cui interessi, speranze, timori ed espressioni identitarie si sono articolati con maggior vigore. L’atteggiarsi di fronte all’imperialismo asburgico vi si esprime con una complessità discorsiva che risente anche di fattori letterari, dovuti a una crescente rilevanza dell’allusività intertestuale e al progressivo formarsi di un canone letterario e linguistico italiano. Per tali motivi, emergono elementi di un discorso identitario che investe i poemi epici su molteplici piani.

Cascio propone la lettura del tema identitario dal punto di vista di chi sta ‘fuori di casa’. L’esempio scelto è quello emblematico di Foscolo che, in esilio, conferma la propria identità attraverso la militanza culturale per mezzo di saggi sulla letteratura, traduzioni e conferenze pubbliche. In particolare lo studio si sofferma sulla Notizia intorno a Didimo Chierico (1812– 13) concentrando l’attenzione sul travestimento più schiettamente autobiografico del poeta; in tal modo Cascio mette in evidenza la dialettica tra Romanticismo, compreso come caratteristica culturale forestiera, e Classicità, percepita invece come elemento del carattere ‘nazionale’: un casus, questo, di sentimento identitario provato in absentia.

Van den Bossche riflette sulla produzione letteraria legata direttamente o indirettamente all’Impresa di Fiume (1919– 20), una dimensione poco vagliata rispetto a quella storico- politica di quegli eventi. Numerosi scrittori e artisti ne furono attratti, soggiornando nella città e ricordando la loro esperienza per mezzo di generi, topoi e mezzi di comunicazione vari. Van den Bossche concentra la sua attenzione su alcune opere: Gli allegri filibustieri di D’Annunzio di Tom Antongini, La notte di Ronchi di Piero Belli, Con D’Annunzio a Fiume e Trillirì di Mario Carli, Il porto dell’amore e Le mie stagioni di Giovanni Comisso, La quinta stagione di Léon Kochnitzky. Da esse emerge una memoria specificamente letteraria dell’occupazione fiumana, che si declina secondo aspetti di tipo “liricooracolare”, “linguistico”, “episodico”, “corale” e “liminare”.

Speelman ripercorre le tappe recenti del fondamentale apporto degli ebrei alla storia culturale e politica italiana. Si concentra sulle generazioni venute alla ribalta dalla Seconda guerra mondiale in poi, quando ←15 | 16→fra i “prigionieri della speranza” (Hughes) si trovarono forse i maggiori scrittori italiani del momento: Moravia, Morante, Bassani, i Levi, Ginzburg. Ma anche nella generazione seguente, Speelman ricorda la presenza di scrittori talvolta italiani di nascita (Limentani, Bianchini, Sereni, Loewenthal, Modiano), in parte immigrati dal mondo arabo (Silvera, Magiar), in parte dai paesi allora comunisti (Pressburger, Bruck, Ovadia) o più tardi dai paesi mitteleuropei (Janeczek, Springer), che hanno contribuito a rinnovare il codice narrativo. Ad essi si aggiungono scienziati e studiosi di origine ebraica, che hanno lasciato la propria autobiografia, come Luria, Segré, Levi- Montalcini e Segre.

Alla formazione discorsiva sull’italianità contribuiscono anche successi letterari stranieri e Agnoletti ne offre una lettura attraverso tre romanzi americani, uno classico e due contemporanei: Daisy Miller di Henry James, Eat, Pray, Love di Elizabeth Gilbert e In altre parole di Jhumpa Lahiri. Secondo il ricercatore, la produzione angloamericana di fiction sull’Italia, tra i numerosi stereotipi culturali, manifesta una fascinazione ambigua verso la cultura italiana, avvertita da una parte come pericolosa, perché immorale rispetto al puritanesimo americano, dall’altra come terapeutica, in quanto mediatrice fra oriente e occidente o, se si vuole, fra modernità e tradizione.

Details

Pages
318
Year
2020
ISBN (PDF)
9782807617056
ISBN (ePUB)
9782807617063
ISBN (MOBI)
9782807617070
ISBN (Softcover)
9782807617049
DOI
10.3726/b17895
Language
Italian
Publication date
2021 (April)
Published
Bruxelles, Berlin, Bern, New York, Oxford, Warszawa, Wien, 2020. 318 p., 23 ill. a colori, 2 ill. b/n, 13 tab.

Biographical notes

Claudio Di Felice (Volume editor)

Claudio Di Felice è ricercatore presso l’Università di Leiden, dove dirige il Dipartimento di Lingua e Cultura Italiana e coordina il programma Italian language and linguistics nel master Linguistics. Modern Languages. Insegna linguistica, lingua e cultura italiana.

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