L’euristica teologica prenicena
Il caso Novaziano
Summary
Excerpt
Table Of Contents
- Copertina
- Pagina del titolo
- Colophon
- Dedizione
- Indice Generale
- Introduzione
- I capitolo: Novaziano tra cenni biografici e ricostruzione storica
- 1. Incertezze su data e luogo di nascita
- 2. Formazione e acquisizioni di competenze
- a. L’ardita conciliazione con la cultura classica e il suo superamento
- b. Il contributo della retorica
- c. Il filosofo cristiano
- 3. L’esperienza della malattia
- 4. Relazioni e prime attività
- a. La missione della chiesa romana
- b. Aspetti e rilevanze diplomatico-istituzionali
- c. L’esercizio di una nascente diplomazia
- d. La necessità di regole superiori
- 5. Titoli e funzioni burocratico-amministrativi
- II capitolo: Novaziano tra mito e narrazione polemica
- 1. L’incontro con Novato
- 2. L’assunzione dell’episcopato
- a. Abbozzi di una teologia novazianea dell’episcopato
- b. L’episcopato illegittimo tra opportunità e svantaggi
- Conclusione
- 3. La controversia antinovaziana e il suo epilogo
- a. Cornelio e la costruzione dell’autodifesa
- b. Diffusione della contestazione e nuovi attori del fronte antinovaziano
- c. L’entrata in campo di Cipriano
- d. Condanna di Novaziano e suo allontanamento
- Conclusione
- 4. Cornelio e il nuovo corso della Chiesa romana
- a. La chiesa dei vescovi-teologi
- b. La chiesa agognata da Novaziano
- Conclusione
- III capitolo: La produzione letteraria novaziana
- 1. Il corpus degli scritti
- 2. Osservazioni sullo schema, il metodo e lo stile compositivo
- 3. Contingenze storiche, contenuti dottrinali e fini disciplinari
- Conclusione
- IV capitolo: Metodologia ed euristica teologica di Novaziano
- Introduzione
- A. Regula ueritatis e disciplina ecclesiastica
- 1. La «regula» nel mondo greco-romano: tra narrativa e ius
- 2. La «regula» nel percorso biblico-preniceno
- a. Formule e abbozzi arcaici di “regole” bibliche
- 3. Eredità biblico-parenetiche e nuovi assetti terminologici preniceni
- a. I termini propri dell’annuncio, della professione e trasmissione della fede
- a.1 Il kerygma
- a.2 La Professione di fede
- a.3 Il Simbolo
- b. I termini della retta narrazione della fede
- b.1 La Tradizione
- b.2 Il dogma
- b.3 Il «κανών» e/o la «regula»
- b.4 La regula in quanto tale
- 4. La «regula» cristiana nei suoi nessi semantici e nelle sue accezioni
- Conclusione
- B. La «regula» di Novaziano
- Introduzione
- 1. La «regula» e i suoi nessi sintattici
- 2. La «regula» e la legittimazione di nuovi enunciati correlati
- a. Ordo rationis
- b. Auctoritas fidei
- c. Fides
- c.1 Fides legitima
- c.2 Fides catholica
- d. Lex euangelica
- e. Disciplina euangelica
- f. Doctrina dominica
- 3. La Sacra Scrittura quale «regula» delle verità da credere
- 4. L’ordo rationis e l’approvazione autoritativa scritturistica
- 5. Ratio scritturistica e sviluppo teo-logico
- Conclusione generale
- Sigle e Abbreviazioni
- 1. Tabella delle abbreviazioni e sigle
- 2. Altre Abbreviazioni
- 2.1 Bibbia
- 2.2 Opere di Novaziano
- 2.3 Abbreviazioni varie
- Bibliografia
- 1. Corpus Novatianum
- A. Edizioni critiche
- B. Edizioni
- C. Traduzioni
- 2. Strumenti
- 3. Bibliografia citata nel testo
- Indice analitico delle cose notevoli
- Indice nomi antichi
- Indice nomi moderni
- Indice dei luoghi
- Indice delle cose notevoli
- Indice dei passi scritturistici
Introduzione
Le rivendicazioni sostenute da Novaziano rappresentano tuttora un confine oltre il quale pochi osano avventurarsi. Il livore che polarizzò intorno alla sua figura è un sentimento attualmente vivo e condizionante. Lo storico che si accosta al suo caso, non ha molto su cui lavorare, se non fonti parziali, trasmesse da una controparte ostile. Per di più tra coloro i quali di rado si occupano di Novaziano, si osserva un’idea antica, oseremo dire un pregiudizio originario. Per la critica di tutti i tempi i suoi scritti rivelerebbero una rielaborazione sia di temi che di contenuti testata già, e forse meglio, da altri. Di conseguenza, rispetto a quella portata avanti da autori a lui noti, la sua speculazione si presenterebbe alquanto “regredita”.
Le critiche impietose dei contemporanei, senza una messa in discussione interna delle questioni in gioco, hanno permesso che l’opera letteraria di Novaziano subisse nel tempo lo stesso ostracismo dell’autore. Trascurando le ragioni oggettive che motivarono gli scritti di Novaziano, oltreché le strategie letterarie volte a perseguirle, i critici si sono limitati ad osservare che quei pronunciamenti ebbero a frenare i progressi speculativi raggiunti. La forma della narratio, al contrario, pur riservando sorprese pressoché senza confronto, non ha mai in essi trovato un’adeguata osservazione. Lo scopo pratico perseguito da Novaziano, mostra tuttavia una originalità di “metodo” teologico-narrativo, tutt’altro che allora sperimentato. È in tale ambito che va ricercata la sua originalità.
La ricostruzione realistica della vicenda biografica di Novaziano, travolta (o stravolta) dalle risposte che diede agli interrogativi della Chiesa del suo tempo, permetterà nuove opportunità alla ricerca. Aggiungendosi ad altri percorsi, favoriranno insieme l’abbattimento dei vecchi pregiudizi e faranno emergere nuovi ambiti di studio. L’idea di trovarsi di fronte a “primitive” sperimentazioni teologiche, sarà la leva che solleverà il macigno della critica sotto il quale giace l’originalità di Novaziano. Lo studio tenterà di far emergere nuovi ambiti e sopite ragioni, entro cui Novaziano maturò ed espresse i propri obiettivi. Riconsiderare particolari tratti della sua situazione vitale, alla luce del destino della Chiesa del tempo, fugherà l’accoglienza incondizionata di antichi pregiudizi che ancora condizionano la ricerca. Novaziano adottò profeticamente percorsi letterari, quanto di vita, non del tutto comprensibili, persino alla critica moderna. Separare il Novaziano degli scritti, dal Novaziano dei polemisti, e degli stessi novaziani, consentirà una tregua in cui porre maggiore attenzione a ragioni contaminate. Saranno proprio i suoi scritti a traghettarci al di là della coltre di discredito che travolse l’autore. Essi motivano difatti l’esistenza di una volontà concretata in un progetto di difesa della fede, ben composito e di chiara efficacia. Con Clemente Alessandrino, l’euristica teologica aveva fatto enormi balzi in avanti, raggiungendo in quest’ultimo una vera e propria teorizzazione sistemica. Con Novaziano, si assisterà nondimeno al tentativo di offrire un approccio teologico “formale”. Guardando alle questioni di fede allora dibattute dall’eresia, attraverso l’applicazione di un metodo compiutamente logico-razionale, e quindi “scientifico”, Novaziano tentò di istituzionalizzare risposte sicure, di per sé senza appello. Nel De Trinitate tradurrà non solo le capacità intellettuali di cui era dotato, ma l’ufficio ecclesiale che gli fu affidato. In esso elaborò e presentò un metodo teologico “universale”, il cui “schema dialettico” derivava dalla stessa Sacra Scrittura. La ratio di quell’ordo divino, avrebbe permesso alla fede di mettere a nudo la “verità” di cui era latrice, contro le contraffazioni ereticali. La speculazione onto-teologica degli immediati predecessori non rientrava nei suoi obiettivi. Essa rappresentava un traguardo successivo, a cui non pose mai adeguata attenzione, in quanto preoccupato a dare schema logico-narrativo alla regula, come alla disciplina. Ne consegue che l’originalità di Novaziano non potrà che scorgersi in chiaro nel metodo teo-logico perseguito. Le lettere poi, alcune delle quali veri trattati, oltreché confermare l’eziogenesi dei fini della sua opera maggiore, giustificano la stessa radicalità delle sue posizioni.
Lo studio cercherà di riconsiderare la vicenda biografica di Novaziano, a partire dagli indizi stratigrafati nei suoi scritti. Le riflessioni portate avanti dall’autore verranno a tal fine riconsiderate non quali fenomeni occasionali e marginali, ma facenti parte di un più ampio disegno vitale. L’azione intentata qualche tempo prima dall’Ippolito romano, e fallita a causa della riabilitazione di questi, verrà colta e portata avanti da Novaziano. Sfociata nel dissenso, prima che pratica, la sua critica fu teorica. L’intenzionalità emergente dagli scritti di Novaziano, più che un autore connotato da un carattere sedizioso, rivela un ecclesiastico dotato di una chiara visione profetica. Munito di intelligenza non comune e mosso dal desiderio carismatico di riaffermare la verità contro ogni sua alterazione, fece il proprio celebrato ingresso nella vita della Chiesa romana da indiscusso “difensore del dogma”. Dopo un breve periodo di infaticabile attività a favore della verità dottrinale, costretto da eventi tragici per la Chiesa del tempo, fu sollecitato ad intervenire. Entrato in un vortice che tentò da subito di travolgerlo, a causa della sua improvvisa scomparsa, forse per martirio, non riuscì a liberarsi dai pregiudizi e dalle calunnie di cui fu fatto bersaglio. Né tantomeno dai raggiri perpetrati a suo danno da Novato. Le dichiarazioni di Novaziano, pronunciate dopo lo scisma, affrontano in definitiva soltanto la prima fase della polemica. Il vivo della critica maturata successivamente, a causa delle teorie sposate dalla setta novaziana, rimangono senza risposte da parte di Novaziano. Gli scritti di contro sostengono tesi alle quali rivolgere attenzioni particolari. Il ripercorrere il tracciato aperto dalla regula ueritatis, e culminato nell’invocazione dell’ordo rationis, apre nuove prospettive alla conoscenza del metodo teologico adottato dal nostro autore. Circoscritto all’interno del perimetro segnato dalle diuinae litterae, permette di cogliere il grado di elaborazione di una euristica a servizio della fede. Adottando l’ordo rationis di matrice biblica a norma per la fede, oltreché a schema entro il quale approvare una relativa religionis ratio, Novaziano motiverà la disciplina ecclesiastica, quale campo di prova della teologia in atto. Sapientemente organizzati in un sistema logico coerente, le regole e i principi adottati in teologia favoriranno una complessa euristica, posta a servizio tanto della dottrina, quanto della disciplina.
La speranza che si nutre sarà dunque quella di contribuire a far emergere da un Novaziano rivisitato, i potenziali fattori dell’opzione che egli, per capacità ed ufficio, non solo teorizzò nei suoi scritti, ma attuò in un’azione ecclesiale controcorrente. Da quella ratio, indagata ed esercitata a lungo, scaturiranno le intrinseche motivazioni che ne determinarono l’originale formulazione.
Per raggiungere lo scopo, e restare fedeli all’assunto, si cercherà di non perdere mai di vista la natura eminentemente scientifica delle questioni, di volta in volta sollevate. Innanzitutto alle fonti verrà associata una bibliografia di studi su cui confrontarsi. Di quest’ultima però, pur tenendola in debita considerazione, e rimandando ad essa ogni qualvolta se ne richiederà la necessità, si intende rimanerne liberi dal non adottarne le formule. La costante esigenza rappresentata dall’esame di tutte le fonti, si spera possa gettare nuova luce sul giudizio formulato sul nostro autore. La messa in critica sia delle questioni che delle soluzioni finora prospettate dagli studiosi, si impone come il leitmotiv di quanto si dirà di seguito. Ciò nonostante, nell’attenzione dovuta ad arginare al meglio il rischio di non ripetere cose già dette altrove, e forse meglio, non si vuol ritenere superfluo rileggere il dossier che la controparte ha tramandato. Si rimane tuttavia nella certezza che non sarà cosa facile né tantomeno fatica inutile. La speranza che il giudizio formulato finora su Novaziano possa aprirsi a dei nuovi, è parsa giustificare il lavoro.
I capitolo: Novaziano tra cenni biografici e ricostruzione storica
Al ragionamento che seguirà, si premettono alcune considerazioni riguardanti il nostro autore e il contesto vitale in cui operò. I dati raccolti nei due ambiti di ricerca, supportati dai risultati della critica più recente1, contribuiranno a meglio contestualizzare le questioni teologiche che si sollevarono in quel determinato quadro temporale ed ambientale in cui Novaziano si formò ed operò.
Le vicende biografiche di Novaziano si intrecciarono inscindibilmente con la vita travagliata della chiesa romana degli inizi del III secolo. Ciò che di Novaziano interferì con quanto quest’ultima figurava, ovvero «l’unità e insieme la carità della Chiesa cattolica»2, fu occasione di contrasto e, dopo essere stato riconosciuto estraneo al “sentire” ecclesiale, irrimediabilmente “obliterato”. La pars vincente non lasciò spazio alcuno alla perdente, assegnando alle loro vicende3, come alla figura e alle posizioni dello scismatico, una sorta di damnatio memoriae. A complicare le cose fu lo stesso Novaziano che non amò mai parlare di sé, né accennare a cose o ad eventi che potessero interferire con le verità che proclamava. Convinto com’era che l’unico fondamento di ogni suo dire, dovesse coincidere con la verità proclamata dalle diuinae litterae4, progettò la sua vita sulla verità di fede a cui fu messo a servizio. Tra i suoi scritti non si ravvisa difatti alcun indizio, né rimandi a vicende storiche determinate, tali da permettere la ricostruzione di una biografia documentata. Di conseguenza si dovranno riempire i “vuoti” biografici, non solo temporali, affidandosi a deduzioni e a calcoli logici, formulati su dati parziali e settari, trasmessi per lo più polemicamente dai contemporanei5.
1. Incertezze su data e luogo di nascita
Ecclesiastico discusso, e scrittore non meno invidiato, Novaziano ha lasciato dietro di sé, a causa della polemica che lo travolse, soltanto una scia di notizie alterate. Da protagonista della storia della comunità ecclesiale romana, apparve sulla scena molto tardi, intorno al 2506. Prima di questa data, non si ha alcuna notizia, tantomeno indizi sul luogo o sull’anno di nascita. Gli studiosi, con un calcolo approssimativo, fatto su eventi legati all’attività svolta all’interno della chiesa romana, ipotizzano che possa fissarsi intorno agli inizi dell’anno 2007. Sul luogo di nascita, si è imposto lo stesso silenzio. Lo storico Filostorgio (368–439c.) lo vorrebbe originario della Frigia8, probabilmente per il suo accostamento al rigorismo montanista, tipico di quella regione. Gli studiosi tuttavia non ne accettano incondizionatamente la testimonianza. Considerandolo di madre lingua latina e romano di formazione, ritengono piuttosto che la sua origine debba fissarsi in Roma. I suoi scritti difatti suffragherebbero tale ipotesi. Essi presentano una lingua e una dottrina tipica dell’area geografica, non facilmente ravvisabili in uno straniero9. Incerte appaiono anche le notizie riguardanti la data, il luogo e le circostanze della morte10. Lo storico Socrate (380c.–440c.) lo vuole martire sotto la persecuzione di Valeriano (257–258)11. A conferma della notizia, si invoca un’epigrafe, rinvenuta in una catacomba scoperta a Roma nel 1932. Ad opera del diacono Gaudentius12, l’epitaffio riporta il titolo di un certo Novatianus martyr13, la cui identificazione con il Novaziano scismatico, rimane tuttora discussa14. Se al contrario si dovesse riconoscere riferita all’autore, come ipotizzato da alcuni studiosi, essa potrebbe confermare supposizioni utili, non diversamente provabili.
2. Formazione e acquisizioni di competenze
Dotato di notevoli capacità intellettive, ad una vita segnata da eventi dolorosi e dal rigore per superarne gli effetti, Novaziano dovette affiancare uno studio serio e regolare. Condotto ad ampio spettro, fu tale da fargli conseguire un cursus studiorum di tutto rispetto, non certo alla portata di tutti. Per raggiungere un tale grado di erudizione, riconosciuto ed apprezzato pressoché unanimemente, Novaziano dovette attendere ad una formazione che per il tempo non fu soltanto curriculare15. La sua fu una preparazione acquisita negli anni, segnata anche dalla lettura di testi cristiani.
L’osservazione sul silenzio in cui la storia fotografò Novaziano, a partire dalla sua ordinazione sacerdotale, fino alla sua ribalta, ha indotto alcuni studiosi ad ipotizzare per lui un periodo non breve di vita condotta in forme di ascetismo16. Isolato così dal mondo ed immerso nello studio e nella meditazione, poté acquisire un bagaglio culturale rispettabile, oltreché radicalizzare particolari aspetti della sua partecipazione ecclesiale. L’ipotesi, tuttavia, rimane pura congettura, in quanto non suffragata da alcuna fonte. Il silenzio delle testimonianze per quel periodo, sebbene non appaia cosa insolita per il Novaziano successivamente ostracizzato, potrebbe al limite giustificare la particolare indole del nostro autore. Il silenzio delle fonti lo rappresenterebbe al contrario schivo e lontano da ogni protagonismo. Stà di fatto che egli tra i suoi scritti non amò mai menzionare alcunché di sé. Mantenne il medesimo profilo dimesso anche durante il periodo di esilio. La constatazione potrebbe aprire a nuove prospettive di ricerca. Le motivazioni che giustificano la particolare formazione e competenza acquisita nel tempo, non certo breve, potrebbero essere scorte nel servizio prestato all’interno della comunità ecclesiale romana. Appare chiaro che in Novaziano la sua formazione non fu semplice ricerca intellettuale o di pura erudizione, ma sforzo finalizzato ad un “servizio” sempre più qualificato. La sede episcopale romana, a cui prestò la propria attività per volere del vescovo Fabiano (236–250), necessitava competenze di alta considerazione. L’apparato burocratico imperiale funse da modello a quello ecclesiastico, a cui si stava progressivamente conformando. Il silenzio in cui menò l’esistenza durante gli anni del servizio al proprio vescovo, è da leggersi come prassi abituale per quel tipo di mansione. Con l’ufficio poi si potrebbe giustificare anche l’assorbimento di un certo tipo di coerenza istituzionale mostrata in seguito. Più che lo sbocco di una vita ascetica, esso appare l’esito naturale di un servizio burocratico, vissuto come vocazione. L’esperienza della malattia, associata a studi in cui il luogo naturale del loro compimento eroico era la vita personale e pubblica17, forgiarono profondamente il suo carattere e guidarono l’ufficio a cui dovette attendere. Con le proprie opere Novaziano raggiunse, in un’epoca non tanto prossima ai noti eventi, un alto grado di maturità letteraria, insieme ad una attiva partecipazione alla vita ecclesiale e alle questioni allora dibattute. La notorietà conseguita per la sua attiva partecipazione alla vita ecclesiale, non soltanto da erudito, gli procurò, contro seri ostacoli di natura sacramentale, la promozione all’ordine sacro. Le opere letterarie, unite alla personale coerenza di vita cristiana, precorreranno i fatti che poi lo consegneranno alla storia. Gli scritti di Novaziano si giustificano soltanto come l’esito di una lunga formazione in prospettiva “eroica” e di un’intensa attività al servizio della fede, piuttosto che come puro esercizio intellettuale di un cristiano dotto.
a. L’ardita conciliazione con la cultura classica e il suo superamento
È risaputo che nel II, come nel III secolo, diversi cristiani si erano adoperati a «conciliare la propria fede con la cultura classica»18. Nonostante la classicità risultasse pericolosa, se non addirittura incompatibile con la vita di un convertito, ci si volle ugualmente misurare con essa. La possibilità di entrare in contatto con gli dei e i valori pagani, propugnati da quegli schemi culturali, voleva dire esporre il credente ad un combattimento in cui erano protagonisti gli stessi demoni, celati in quelle sembianze e narrazioni19. La conversione di Novaziano deve essere stata una vera e propria inversione di marcia da quell’antica cultura che lo aveva espresso20. Lo scritto indirizzato contro gli spettacoli (De spectaculis), volle proprio farsi portavoce della sua personale visione del mondo pagano. I cristiani facevano ancora fatica a comprendere del tutto un divieto così radicale. Gli spettacoli, come il teatro in genere, rappresentavano non semplicemente un diletto. Essi erano un atto convenzionale civico, oltreché religioso. Il tema della proibizione, già affrontato verso la metà del II secolo da Tertulliano, e non solo nel De spectaculis21, fu accolto anche da Novaziano. Quest’ultimo, non senza originalità, riprendendone le istanze che il tema imponeva, lo ripropose non quale semplice oggetto di riflessione personale, ma come azione pastorale all’interno della porzione di popolo a cui si pose a capo22.
b. Il contributo della retorica
Così come era organizzata a Roma, la retorica contribuì a segnare di sue tipiche espressioni, tanto la vicenda biografica di Novaziano, quanto di conseguenza l’intera produzione letteraria. Più di tutte le artes, essa prestò al nostro autore lo schema entro cui organizzare il pensiero che, dopo la “conversione”, fu prettamente teologico e disciplinare. Di matrice pressoché forense, la retorica, unendosi ad una sensibilità narrativa, favorì una argomentazione logica, capace di dare organizzazione e struttura alla verità che intese comunicare. Come accadde ad altri grandi del tempo, tra cui Tertulliano23 e lo stesso Cipriano24, lo studio avvicinò Novaziano alla novità cristiana, favorendone in qualche modo la conversione25.
L’esercizio teorico della retorica rappresentava in età imperiale la quasi totalità dell’istruzione superiore26. Gli scritti di grandi autori furono assunti a modelli di eloquenza. Tra le opere letterarie di Novaziano non è raro scorgere richiami ad autori della classicità latina27. Le letture dei testi classici, oltre a formare la coscienza letteraria, sostennero un eloquio elegante e di sicura presa sugli uditori, come sui lettori del tempo. Richiamare espressioni poetiche e ricercate avrebbe favorito una migliore comunicazione. Un linguaggio familiare, ma letterario, avrebbe reso la narrativa attraente ad un pubblico dotto, spesso estraneo ai contenuti che veicolava. Novaziano mostra di aver piena avvedutezza della natura propria di una narrativa d’arte. Tratta e gestisce reminiscenze poetiche, di cui ha diretta conoscenza, per costruire una narratio efficace e di sicuro effetto. Lo studio a cui Novaziano dovette applicarsi a lungo e con profitto28, non limitato ai soli testi della classicità pagana, gli permise di riscoprire i contenuti, le tecniche e le potenzialità inerenti alla letteratura della cristianità nascente. Autori come Ireneo seppero tradurre non solo le affinate tecniche della retorica cristiana, ma le potenzialità di una comunicazione prestata all’annuncio e alla difesa della fede. La produzione letteraria di Novaziano mostra anch’essa di servirsi di un impianto argomentativo in cui gli espedienti retorici, sperimentati in precedenza, sono applicati con provata tecnica. Attraverso di essa gli assunti e gli schemi di quell’arte vengono sostenuti e finalizzati in chiave narrativo-apologetica. Rivolti ad un uditorio ancora lontano dal mondo cristianizzato, tentarono di ben predisporre alla novità di una fede esclusiva. Al contempo furono adottati allo scopo di favorire tra i credenti un più ampio consenso, sia sulle verità negate dall’eresia sia sulle inevitabili conseguenze di una loro accoglienza incoerente.
La retorica classica perseguiva lo scopo di formare l’uomo all’esercizio di alcune particolari virtù, indispensabili a formare il cittadino impegnato pubblicamente. Attraverso di esse si rafforzavano la personalità artistica e la coscienza morale di particolari soggetti, destinati a mansioni di leadership. Il ritratto dell’oratore abbozzato da Quintiliano è pressoché riconoscibile nei tratti della complessa personalità di Novaziano29. Secondo la felice definizione catoniana, il retore impersonava il «vir bonus dicendi peritus»30. L’obiettivo tuttavia non si raggiungeva soltanto con una «vis ingenii et copia dicendi»31. All’aspirante retore era richiesto il possesso di tutte le virtù proprie dell’anima32, come la «perfectio»33 e la «bonitas»34. La «seueritas disciplinae»35, accompagnata dallo studio e perfezionata nei costumi36, rendeva l’uomo capace di esprimere una vita virtuosa, degna di essere vissuta. Nel retore non potevano coesistere atteggiamenti al contempo onesti e turpi. Costui più che una parola fluente, doveva mostrare un rigore e una vita morale ineccepibili37. A detta dei suoi avversari, Novaziano espresse appieno le qualità e le virtù di cui sopra. Per lui non furono soltanto pretesto letterario, ma motivi esistenziali per cui vivere e combattere. Il luogo probabile del loro conseguimento fu il ministero pubblico a cui dovette attendere con capacità non comuni. Gli scritti del tempo, come il De Trinitate, confermerebbero da una parte il coinvolgimento di Novaziano all’interno della comunità ecclesiale romana e dall’altra le sue particolari doti intellettuali e morali.
La retorica romana dotava la persona, non soltanto di regole atte all’esercizio estetico di un eloquio attraente, o di una prosa d’arte38, ma di quei valori inscindibilmente connessi al diritto e alla religione. Esercitarsi nella retorica voleva dire conseguire uno studio superiore, sostanzialmente finalizzato all’apprendimento di regole. Esse erano dirette alla formazione di un carattere deciso, capace di dominare gli eventi e di indirizzarli all’ottenimento dello scopo prefissato39. Il retore si preparava essenzialmente ad avere parte attiva nella vita pubblica e a dirigerne le sorti40. A Roma la retorica fu sempre messa al servizio di quanti desideravano conseguire prestigiose cariche pubbliche, con importanti ruoli direttivi41. Essa orientava essenzialmente alla vita pratica, alla carriera pubblica e all’avvocatura42, esercitata tuttavia più “letterariamente” che giuridicamente43. Le peculiarità dell’insegnamento superiore, scorti tra i tratti della personalità di Novaziano, acquistano così nuove e più obiettive giustificazioni. Più che connesse all’indole, pare che gli derivassero dalla particolare istruzione ricevuta e dalle funzioni pubbliche esercitate. Essa dava più «importanza alla forma che al contenuto di ciò che (ad esempio si) leggeva»44. Lo stesso Cipriano, non esitò a riconoscere in Novaziano un uomo dotato di singolare eloquentia45 e facundia46. Pur se esternato in senso canzonatorio, Cipriano, confermando le capacità comunicative di Novaziano, ebbe a richiamare implicitamente le tecniche a cui dovette sottoporsi per conseguire un simile risultato. Il percorso di studio “severo e costante” a cui dovette attendere, permise l’assunzione di regole che, applicate in un ministero ad hoc, espressero buona parte del Novaziano che oggi conosciamo47.
Alla testimonianza resa da Cipriano si unirono quelle di altri illustri contemporanei, i quali si mostrarono concordi nel giudizio. Da esse non solo si è in grado di risalire alla formazione ricevuta da Novaziano, ma anche di rimontare all’attività che probabilmente egli dovette svolgere nella Chiesa romana. Da Cornelio, uno dei suoi più accesi rivali, sappiamo che Novaziano fu un «uomo molto brillante»48, un «personaggio di alta distinzione»49, un «dogmatizzatore»50, un «protettore della scienza ecclesiastica»51, oltreché un «vendicatore del Vangelo»52. Tanti e tali attestati di stima, anche se pronunciati per dileggio, confermano l’alto livello culturale e professionale raggiunto da Novaziano. Costui avrebbe potuto conseguirlo unicamente percorrendo un iter formativo serio e prolungato, portato a perfezione nell’esercizio di una attività pubblica. Per un ecclesiastico appartenente ad una chiesa oramai fortemente gerarchizzata, come era quella di Roma, tale ufficio non poteva che essere a supporto delle attività e mansioni del vescovo. In esso poté conseguire la lunga serie di titoli che gli verranno riconosciuti, i quali ben mostrano il percorso che lo portò a conseguirli. Rigoroso, lo abilitò a ben padroneggiare tutte le regole, derivategli non solo dallo studio, ma da un esercizio vissuto in una professione pubblica, specificatamente “attuaria”.
c. Il filosofo cristiano
Più che la filosofia, fu la retorica a formare molte eminenti personalità ecclesiali del tempo53. Al contrario della retorica, la filosofia non si limitava a garantire alla riflessione di fede una coerenza “sistemica”. Sfuggendo ad un rigido controllo, autorizzava categorie di pensiero estranee al dato rivelato. Mentre la retorica si mostrava utile alla formazione di una personalità coerente, oltreché alla formulazione di una argomentazione efficace, la filosofia, al contrario, esponeva a pericolosi approdi. Adottata acriticamente, avrebbe condotto ad affermazioni estranee alle verità di fede, e quindi all’eresia54. Tra i primi cristiani, ma anche tra coloro che si adoperarono a favore di una fattiva collaborazione con la filosofia, si colse da subito il divario esistente tra l’atteggiamento proprio di un filosofo e il pensatore cristiano. Anche se il confronto con la filosofia non poteva essere ignorato, si sottolineò sempre l’insita diversità, fino a giungere nella seconda metà del II secolo alla polemica e alla satira. La filosofia fu guardata con sospetto, in quanto ci si accorse che, oltre ad un metodo, veicolava valori estranei al dato biblico e dommatico55. Gradualmente si sostenne la necessità di distanziarsi da ermeneutiche e dottrine estranee, in quanto il dato rivelato bastava a se stesso. Il cristiano possedeva la conoscenza dell’unica vera filosofia, la più antica56. Essa era la «più elevata di ogni filosofia umana»57, oltre la quale non ne era data altra. Gli apologeti che si misurarono con la filosofia pagana, pur avvertendo la necessità di un confronto, riconobbero sempre la sua inferiorità rispetto all’Evangelo. Come Giustino, i primi cristiani credettero di «indossare l’abito del filosofo», tuttavia rimasero fedeli all’assunto di «predicare la Parola di Dio e combattere nelle proprie opere a favore della fede»58.
La disparità di giudizi formulati sulla filosofia pagana, finì per condizionare la lettura che i contemporanei ebbero su particolari aspetti della rivendicazione novaziana. Dovendo riprovare l’eresia a cui approdò quel movimento, Cipriano non esitò a richiamare polemicamente le competenze filosofiche dell’eresiarca Novaziano59. Lo stratagemma intendeva giustificare l’estraneità del pensiero di Novaziano dal sentire comune della Chiesa, oltreché tacciarlo implicitamente di eresia. Condizionati da così autorevoli giudizi, molti altri furono indotti a ritenere Novaziano un filosofo, particolarmente afferrato dalle dottrine stoiche60. Tra gli scritti di Novaziano tuttavia non si scorge altro che l’affiorare di reminiscenze classiche, proprie dell’epoca. Frutto di un comune sentire, l’atteggiamento positivo di uno scrittore di talento, non poteva che sfociare in richiami dotti. Le reminiscenze classiche, oltre che a dare eleganza espressiva, integrarono un frasario ancora insufficiente. Il tentativo di comunicare ad un pubblico poco cristianizzato contenuti degni della massima forma, come erano quelli teologici, espose gli scrittori cristiani a compromessi espressivi. Non sempre riusciti, indussero i teologi a ripensamenti che favorirono l’innalzamento di più alte barriere, e non solo linguistiche. Controllo e vigilanza che tra gli scritti di Novaziano sono marcatamente evidenti. Con l’ausilio della regula, Novaziano riuscì a mantenere un serrato esame della propria argomentazione, tale da trovare tutti concordi nel non assegnare ad essa alcun tenore eretico. Le immagini poetiche e le intuizioni filosofiche riscontrabili tra le pagine di Novaziano, furono messe al servizio della scienza teologica. Egli si mostra consapevole nell’usarle, per di più le ripresenta come da tradizione sperimentata da autori di successo, quali Tertulliano. Consapevole dei pericoli che celavano, furono intenzionalmente contenute entro la cornice delle affermazioni scritturistiche (regula credendi), e vagliate alla luce della regula ueritatis61.
Il richiamarsi ad una definita ed esclusiva religionis ratio62 di matrice biblica, permise a Novaziano di spingersi oltre il puro filosofare. La ratio di cui dispose, rispondeva piuttosto all’esigenza di dare rigore logico ad una dottrina nuova, oltreché difenderla da false interpretazioni63. La filosofia, ma ancor di più la retorica, contribuirono concordemente alla formulazione di un metodo razionale, per mezzo del quale dar voce alle richieste interne al dato di fede. Mediante una ratio formale, comunemente accettata, confidava in un approdo sicuro alla verità, e al contempo di svelare le false macchinazioni perpetrate contro di essa. Sottopose a tale processo avverativo logico la sua intera produzione letteraria. Dal senso pratico che Roma mostrò nell’elaborazione del diritto, Novaziano mutuò una particolare attenzione nell’affrontare e giudicare le questioni. Da Romano si mostrò sensibile ai problemi pratici piuttosto che teoretici. Sollecitato dallo studio delle dinamiche di convenienza sociale, così come erano rappresentati in quei tipici negotia, di per sé fonti del diritto64, affrontò i giudizi da lui attesi. Pur non eludendo l’attività noetica, diresse la propria sensibilità alla riflessione morale e giuridica65, ove lo stoicismo romano aveva già tracciato le proprie soluzioni66. La decadenza in cui versava lo spirito popolare, impose un’etica che supportasse la nuova direzione presa dall’impero. La crisi di quei valori su cui Roma aveva reso celebre la propria potenza, fu accompagnata dal progressivo abbandono del mos maiorum. Tra la crisi di una civiltà contadina e la nuova visione imperialistica, a Roma si impose lo stoicismo. Con caratteri indipendenti, la visione stoica romana, mediata da autori come Seneca, Epitteto e Marco Aurelio67, condizionò alquanto la riflessione e il clima culturale dell’epoca. La vita pratica si tradusse di per sé ad un “filosofare”. Fu messa al servizio di un agire valoriale in cui vita e pensiero concorrevano alla realizzazione del retto vivere68. Note e prospettive, passate poi come stoiche, vennero associate non sempre rettamente alla visione profetica del vivere cristiano69. Sebbene le ragioni della fede rivelata reclamassero una propria ratio, le posizioni stoiche finirono per delimitare i confini del proprium cristiano. Una filosofia sgorgante da una visione epica ed eroica della vita, nell’ottica cristiana diveniva martiriale70. In essa si scorgevano quei principi di rigore che insegnavano a ragionare bene, a vivere bene, oltreché a morire bene. Con il supporto di un’etica, di una logica e di una gnoseologia, sgorgante dalle diuinae litterae71, quel tipo di “filosofare” si poneva spontaneamente al servizio sia della verità del pensiero che dell’etica dell’azione. Se la retorica formava l’uomo, prima che l’abile oratore, la filosofia stoica dotava la riflessione di quella ratio, necessaria al raggiungimento consapevole di una personalità eroica. Per un romano lo sbocco naturale del pensiero era l’azione, utile ad affrontare positivamente questioni non puramente teoretiche. Per un pensatore cristiano, rientrante in quella medesima circoscrizione, il pensiero rafforzava e motivava gesti eroici, quali l’omologia72 e la fedeltà alla tradizione. La retorica, con l’ausilio di una filosofia particolarmente ad essa coniugabile, contribuì a dare espressione privata e carattere pubblico ad un credo che reclamava le proprie ragioni.
In Novaziano la filosofia cedette il passo alla religionis ratio. Fu quest’ultima a concedere alla narratio un ordine tale da autorizzare l’azione interna di un particolare ordo rationis di matrice scritturistica. La frammentarietà e molteplicità di informazioni che l’esperienza accumulava senza logica, reclamava la possibilità di raggiungere la consistenza di un sistema. Se nel mondo pagano tale esigenza era delegata alla filosofia, in Novaziano, come tra i preniceni, fu il Testo sacro a prestare il proprio ordo alla formulazione di un pensiero nuovo, dal quale regula e ratio traevano la propria auctoritas. Fu particolarmente quest’ultima ad autorizzare la sistemazione di un insieme di principi ed argomenti di Tradizione, garantendogli al contempo la forza di un sistema dottrinale.
Il cristianesimo indicò al mondo siffatta novità73, non tanto in ciò che additava, quanto in ciò che approvava. Attraverso l’uso di immagini popolari e immutabili, tentò una nuova ortoprassi. L’immaginazione, come il pensiero, andavano organizzati secondo una visione esistenziale esclusiva ed alternativa. Il mutare progressivo dell’uditorio richiese la cernita delle vecchie “figure”. Quelle connesse alla condizione umana, furono tollerate, anche se opportunamente contestualizzate in nuovi orizzonti espressivi. L’eloquio di un uomo virtuoso non bastò più a favorire l’accordo di un maggior numero di persone. La “filosofia”, o ciò che più vi si avvicinava, poteva dotare il retore dei necessari presupposti teoretici74. La riflessione dei pensatori cristiani, tuttavia, non si lasciò inavvertitamente cogliere in essa75. Ad inaugurare il connubio tra retorica e un certo filosofare, pare sia stato proprio il Prologo del Vangelo di Giovanni. Segnando un punto di non ritorno, la riflessione cristiana si era così data la possibilità di rimanere ancorata al senso della Sacra Scrittura, formula fatta propria dagli apologeti. L’iniziale diffidenza che nutrirono nei confronti della filosofia, fu nei fatti così superata, anche dai più tenaci detrattori76. Un messaggio, pur se ben definito, per via delle proprie implicanze noetiche, non poteva che organizzarsi in un sistema dottrinale77. La facile generalizzazione a cui molti studiosi sono pervenuti, mal intende le intenzioni di gran parte dei pensatori cristiani. Già pacifiche a partire da Paolo78, richiedono una riflessione ulteriore. A tal scopo Novaziano potrebbe risultare uno dei testimoni chiave. Per costui il pensiero cristiano non basava il proprio fondamento su arguti “ragionamenti umani”. Né ha mai contemplato l’ordo rationis in autonomia dall’auctoritas fidei79. Entrambe contribuivano a giustificare quanto era dettato dal Testo sacro e disciplinato da una interna regula credendi. Potevano legittimamente mutuarsi espressioni, concetti, contenuti e ratio ultima, propri di una dogmatica cristiana80, soltanto dalle diuinae litterae81. Ciò nonostante, lo spirito polemico che infiammò le maggiori personalità di chiesa di allora, e i pregiudizi che ancora l’accompagnano, continuano ad oscurare la genuinità e l’originalità dei contributi offerti da Novaziano alla teologia. Le sue intenzioni, equivocate da coloro che sostenevano una chiesa diffusiva e pluralista, gravata dal clima diffusamente persecutorio, vennero equivocate e riconosciute eversive82. Convinti che l’eresia di Novaziano, come le precedenti, poggiasse il proprio fondamento su filosofie estranee83, assimilarono l’intervento di Novaziano alle tante correnti rigoriste e antievangeliche.
Fu particolarmente Cipriano84, a sostenere la tesi che Novaziano più che da cristiano, pensasse da filosofo stoico. Convinto com’era che «alia est philosophorum et stoicorum ratio», per cui «omnia peccata paria esse», condannò apertamente i pronunciamenti di Novaziano. Su questa convinzione il vescovo di Cartagine poté affermare che l’idea di penitenza portata avanti dallo scismatico Novaziano, basava la propria logica più su una ratio stoica85, che sui Vangeli. Assuntone finanche l’atteggiamento stoico, per cui «uirum grauem non facile flecti oportere», a suo giudizio Novaziano interpretò alla luce di quel filtro “filosofico” la disciplina cristiana. Una tale rigidità non poteva che giustificarsi in altro modo. Convinto che «opem nostram, medellam nostram uulneratis exhibere debemus»86, Cipriano poté concludere che se «inter christianos autem et philosophorum plurimum distat», altrettanto evidente era il divario esistente tra Novaziano e la Chiesa.
Tra gli studiosi che in epoca più lontana si sono occupati del nostro autore, prevalse la medesima valutazione insinuata da Cornelio, e consegnata alla storia da Cipriano87. Il pregiudizio secondo il quale l’eretico pensasse più da filosofo che da teologo, condiziona nondimeno anche la critica contemporanea88. La conclusione a cui senza interruzione essa è approdata, poggia sull’idea che una Chiesa pura e santa (coetus sanctorum)89 non possa che essere la risultanza della ricezione di idee stoiche da parte di Novaziano90. Piuttosto che contemplarla quale fedele attestazione dovuta alla disciplina tradizionale, gli studiosi concordano nell’accogliere acriticamente la faziosa voce dei testimoni antichi91. Sul risvolto a cui portò l’inasprirsi della polemica, e sulle conseguenze delle dottrine eretiche, sostenute successivamente dalla setta novaziana, si lascia calare un altrettanto silenzio che dice di difficoltà, non solo oggettive. Sorte sul fatto che di ciò si hanno soltanto notizie indirette e confuse, non confortate neanche dagli scritti di Novaziano, esse non favoriscono la ricerca. Tra le opere di quest’ultimo difatti non si riscontrano né cenni diretti né tantomeno allusioni che suffragherebbero l’avvenuto cambiamento in senso rigorista. È indubitabile che nel nostro autore non sia mai avvenuto un cambio di rotta disciplinare92, come fatto passare dai suoi detrattori. I suoi scritti, al contrario, mostrano un pensiero coerente, in linea con il rigore proseguito poi nello scisma. Novaziano fu convinto del fatto che ogni asserzione fosse fondata biblicamente e avverata mediante una serrata argomentazione di ragione. Le citazioni classiche che egli riporta nei suoi testi, si limitarono a dare eleganza e tono lirico all’argomentazione. Le allusioni, per lo più indirette, volte a riproporre “schemi” facilmente comprensibili per il dotto contemporaneo, furono trattate quale opportunità da sottomettere alla matrice scritturistica93. L’opinione secondo la quale nella «complessità delle fonti di Novaziano» appaia ampiamente «la libertà con cui le usa, prendendo ciò che è d’accordo con la sua fede cristiana»94, è ampiamente condivisibile. Da fine oratore Novaziano sapeva come raggiungere i propri uditori, e al contempo trarli dalla propria parte. Originale in molti punti, invece associato in altri, Novaziano si lascia contemplare come chi sa percorrere “temi” insieme platonici, aristotelici e stoici. Il suo modo di procedere porta conseguentemente a concludere che «il pensiero di Novaziano non si ispira(sse) ad una sola scuola»95, tanto da essere assimilato ad un filosofo o ad un adepto di un movimento. Il modo di procedere della scrittura di Novaziano fu condizionato dai suoi lettori, e il contenuto normato sulla fonte biblica. Da persona colta, Novaziano seppe padroneggiare le tecniche dell’ars retorica, attraverso le quali fece giungere il messaggio al suo uditorio. Per tali ragioni non disdegnò di avvalersi del contributo di espressioni e di concetti usuali alla cultura del tempo. Più che pensare da filosofo, Novaziano visse ed agì da retore romano, incarnando nello spirito cristiano i tipici valori della testimonianza eroica. In un simile frangente storico, un cristiano poteva facilmente operare un confronto tra il modus vivendi richiesto ad esso e le forme esistenziali che facevano capo all’etica di ispirazione stoica. Non è difficile difatti scorgere in Novaziano quel medesimo stile. Seneca, come Quintiliano, diedero esplicite indicazioni in tal senso. Colte poi da numerose personalità del tempo, quelle stesse direttive, più che essere attuate, dai cristiani vennero riespresse in termini di “rigore” eroico, traducente l’impegno richiesto loro dall’omologesi. Lo stile e la coerenza di vita mostrati ininterrottamente da Novaziano, rivelano la stretta connessione ad una disciplina, le cui coordinate bene si evincono in numerosi altri cristiani del tempo. La ventilata “propensione” stoica di Novaziano è se mai da scorgersi più che su quanto “pensò”, su come “visse eroicamente”.
3. L’esperienza della malattia
Una grave e non ben precisata malattia, costrinse Novaziano a ricevere un battesimo amministrato in articulo mortis. Il battesimo clinico96, ricevuto in età non specificata, più di ogni altro evento, segnerà la sua esistenza. Superata provvidenzialmente la malattia, la situazione di grave infermità e la cura a cui fu sottoposto, condizioneranno radicalmente la risposta di fede di Novaziano, oltreché la sua appartenenza ecclesiale97. Il sapiente uso che fece della metafora: malattia / medico / cura / salute, testimonia la personale conoscenza della prova subìta, e al contempo la necessità dei rimedi richiesti a superarla felicemente. Pur facendo parte del catalogo di immagini retoriche maggiormente utili all’etica cristiana, la malattia vissuta da Novaziano fu l’occasione per radicarlo nell’idea di un necessario percorso di cura in vista della guarigione. Al contempo lo costrinse a misurarsi con il bisogno di predisporre allo scopo una indispensabile disciplina, perseguibile soltanto tramite una personale e ferrea determinazione98. La malattia condizionò la vita e la risposta di fede di Novaziano, radicandolo così su posizioni non comuni. Inoltre lo costrinse a fare i conti con quel battesimo clinico, ricevuto in fretta durante l’infermità e mai in seguito sanato. Un battesimo di quel tipo, rimasto nel tempo irregolare, finirà per offrire un argomento polemico agli avversari, i quali continueranno a riferirsi ad esso per contestargli la regolare appartenenza all’Ordine sacro. Concesso probabilmente da papa Fabiano99, contro il parere del collegio dei presbiteri, il suo sacerdozio fu sottoposto a giudizio dal successore Cornelio. A discrezione dei suoi avversari, abbattuta la fonte sacramentale, veniva a decadere l’autorità che da essa gli derivava. Mettere in discussione il suo sacerdozio, voleva dire aprire la questione sulla legittimità delle sue rivendicazioni.
Nella malattia Novaziano non scorse solo il manifestarsi della misericordia divina100, ma la necessità di sottoporsi a dure cure per superarla. La coscienza a cui quel male condusse, condizionò profondamente il suo processo ascetico. Contemplata in una dura lotta (certamen) per la preservazione della fede, nonché per la “salute” dell’anima101, ad essa subordinò radicalmente la risposta che formulò sui lapsi. Alla luce della fede, la dura esperienza della malattia fu assunta quale evento provvidenziale e lettura critica dell’agire cristiano. Pur consapevole di perdere la propria popolarità102, Novaziano avvertì, come ancora più doveroso, la necessità di condividere tale convincimento con quanti, come lui un tempo, necessitavano di “rimedi” per le proprie infermità spirituali. Ne è prova il fatto che tra i suoi scritti il ricorso all’immagine della “malattia” e della “cura”, a cui sottoporsi per la “guarigione”, è indicativamente frequente103. Una conferma la si riscontra in quegli autori che, chiamati a confutarne le tesi, furono costretti ad adottarne le immagini. Motivati da esigenze strettamente apologetiche, gli opporranno tesi elaborate con metafore ugualmente desunte dalla “malattia” e dalla “cura”104.
Il tentativo di Novaziano di dare un freno al lassismo e al permissivismo disciplinare, fu elaborato in quella chiave interpretativa. Considerati quali morbi minaccianti la salute del «corpus totius ecclesiae»105, essi andavano estirpati. Smascherare coloro che da «blandi sostenitori ed indulgenti signori dei vizi»106, dispensavano accomodanti assoluzioni e offrivano facili colpi di spugna107, costituiva il primo passo verso la riabilitazione. Nel duro cammino di appropriazione di sé, in cui era stata razionalizzata l’esperienza della “fragilità”, Novaziano era approdato al concetto di una fede esigente e salvifica. La coscienza dell’incapacità di superare da solo una malattia, lo aveva posto davanti ad una irrinunciabile consapevolezza. Senza l’ausilio di un buon medico, di un potente ed appropriato farmaco e di un severo regime sanitario, la salute era inconquistabile. Supportata da una ferrea volontà personale, la disciplina della salute a cui sottoporsi garantiva la guarigione. Il suo accesso nella comunità dei credenti, comportò l’obbligo di accogliere, e poi di sottomettersi alla euangelica108, come alla ecclesiastica disciplina109. Così coniugata, quest’ultime dettarono a Novaziano le coordinate dialettiche per rimanere saldi nel Vangelo110. L’indugiare nella vita cristiana irreprensibile111, dove il numerus contava poco o nulla112, era frutto di grazia e di disciplina.
La vita fisica, come quella di fede, erano da vivere eroicamente. Lette in chiave agonistica, suggerivano che l’esistenza del cristiano si esplicitava in una serie di prove da superare. La permanente ricerca della “sanità”113, garantita tenendo alta la fedeltà alla disciplina, assicurava la vittoria all’agone cristiano, lanciato contro il «male» mortifero.
4. Relazioni e prime attività
Al contributo offerto dall’accurata formazione e dalle dure prove fisiche, si associarono particolari circostanze storiche, le quali, tutte insieme, concorsero a segnare irrimediabilmente la vita di Novaziano. Vicende biografiche, pressioni storiche contingenti e peculiare contesto ecclesiale, marcarono a tal punto la visione di vita e di fede di Novaziano, da radicare in lui convincimenti esclusivi e risposte risolutive. Armato di una fede tenace, tipica di un convertito “in età di ragione”114, abbracciata sicuramente dopo aver contemplato particolari segni prodigiosi, Novaziano non riuscì a tener nascoste a lungo le sue straordinarie doti intellettuali. Perfezionate attraverso un serio percorso formativo, segnato dalla ricerca di verità fondative e da un eloquio brillante115, si trovò nella condizione di porle al servizio della Chiesa. Costretto a prendere posizione nei confronti dei nemici di quella fede a cui saldamente aveva aderito, Novaziano si segnalò non soltanto per la sua attività di scrittore.
L’acume mostrato da Novaziano nei suoi componimenti, unito alle ottime doti comunicative, lo fecero ben presto entrare nelle grazie del vescovo di allora, Fabiano116. Promosso sul campo per il valore mostrato117, sicuramente senza gravi opposizioni118, a motivo dell’autorità di chi lo favoriva119, fu ammesso prima al diaconato e di seguito al presbiterato120. In questo arco temporale, Novaziano venne sicuramente a trovarsi nelle condizioni di associare alle funzioni pastorali121, probabili mansioni di notarius, di scrinarius, come anche di scriptor122. L’ufficio che Novaziano svolgerà nella “sede vacante”, mostra difatti una professionalità pregressa che non potrebbe derivargli se non da un ruolo “amministrativo”123, esercitato in un tempo non breve. A Roma, ad imitazione delle strutture imperiali, la presenza di personale ecclesiastico impiegato nel ruolo di scrittori o di notai, come attivi nello scrinium, è dato indubitabile124. Le osservazioni stilistiche condotte primariamente sui testi delle sue missive, confermerebbero l’ipotesi. Novaziano dovette trovarsi nelle condizioni di derivare da quel particolare ufficio, la ratio con cui argomenta e giustifica asserzioni ad esso peculiari. Al pari di Tertulliano o di Cipriano, Novaziano manifesta uno stilus che a fatica può qualificarsi come il solo prodotto di una mente brillante, limata al servizio di particolari “espressioni” del sapere del tempo125. La competenza tecnica di cui si avvalse, manifesta familiarità con uno stilus che provava ad affermarsi nelle curie di allora. Per il tramite di uno stile usuale nelle cancellerie imperiali, Novaziano esplora formule, lingua e argomentazioni proprie, fino ad allora scarsamente esplorate126. La sede episcopale romana si stava dando uno stilus identificativo dei propri negotia127. Novaziano contribuirà ad esprimerlo ad un alto grado, e al contempo si lascerà da esso condizionare. L’articolato mondo della sua narratio128, oltreché le scelte “politiche” che adotterà, poggiano tutte sulle ragioni rimontanti implicitamente a quello stilus.
La discesa in campo di Novaziano, in cui ebbe occasione di rivelare la propria visione di Chiesa129, fu causata, suo malgrado, dal martirio del vescovo di Roma, Fabiano130. Scoppiata una violenta persecuzione131, in cui si ebbero lapsi, ma anche martiri, la sede episcopale romana venne così a trovarsi vacante. A causa del prestigio di cui godeva, a motivo non solo delle capacità scrittorie132, Novaziano si vide designato a portavoce del clero romano133. Favorito dalla circostanza, poté esprimersi su questioni che interpellavano direttamente le conclusioni a cui era approdato134. Nella nuova carica, prolungamento di quel particolare ufficio “censorio” di cui mostra avere piena contezza135, si attivò subito. Mirando soprattutto alla salvaguardia della disciplina ecclesiastica, nel rispetto dell’identità cristiana ereditata, formulò soluzioni che fossero il più possibilmente condivise136. In quel frangente, assai critico per la Chiesa, attraversata da un insolito clima divisivo e persecutorio, nuovo per la portata universale, Novaziano fu chiamato a nome di tutti a dettare soluzioni. Rilevando che molti dei suoi membri, rincorrendo la popolarità e gli interessi personali, «piuttosto che sottoporre la propria coscienza a Dio unico giudice, desidera[va]no che le loro azioni [fossero] approvate anche dai loro fratelli»137, si attivò contro la liquefazione della Chiesa. La situazione, così come si presentava agli occhi di Novaziano, richiedeva una particolare azione congiunta delle «censure» e della «disciplina»138. L’arbitrio di coloro che dal frangente traevano un vantaggio personale, era pressoché prassi diffusa. A rimedio di ciò, per il rispetto dovuto alla disciplina che la Chiesa custodiva, ma anche per la più alta responsabilità comunionale che garantiva, propose il ritorno a quanto tutti “univa in accordo”139. La riappropriazione della euangelica disciplina comune, non poteva che essere motivo generale di approvazione. La forza persuasiva di una prassi tradizionale, pacificamente riconosciuta come fondativa, non avrebbe tardato a mostrare i propri effetti benefici.
Mostrandosi totalmente compreso nell’ufficio a cui era stato chiamato, Novaziano non espresse la coscienza di un mandato ad tempus, ricevuto da uomini. Rivela di esercitare un ministero divino concesso dallo Spirito Santo, il quale agisce per «rendere assolutamente perfetta la chiesa del Signore in ogni campo e sotto ogni rispetto»140. I mirati interventi disciplinari e il livello di conoscenza delle censure ecclesiastiche, lasciano intendere che Novaziano abbia potuto svolgere a lungo mansioni di vigilanza. Confermando l’attività in cui si distinse particolarmente, le testimonianze dei contemporanei permettono di conoscere un Novaziano fino alla fine afferrato da tale “ufficio”. Esse consentono di coglierlo in bilico tra quanto dialetticamente gli veniva richiesto di salvaguardare e le occorrenze dei tempi. Sordo, o quasi, ai desiderata delle masse, come dell’élite, si trovò a dover esercitare una scomoda funzione amministrativa. Di per sé impopolare, l’ufficio avrebbe dovuto dettare soluzioni lungimiranti, come anche proporzionate ai contenziosi in atto. Se appariva grave la dissipazione della disciplina, ancora più stringende sarebbe dovuta apparire la reazione volta a contrastarne la liquefazione141. Trovandosi provvidenzialmente in quell’ufficio, in ottemperanza allo stilus che si era dato142, propose soluzioni bilanciate tra la «disciplina» e la crisi che minacciava la Chiesa alle radici. La situazione che venne a crearsi, lo raffigura come un personaggio totalmente incluso in quel particolare ministero, da sempre letto in chiave «carismatica»143. Egli pare avvertire il dovere di non vanificare l’azione dello Spirito, il quale imponeva «fermezza», non soltanto nel rimanere “saldi nel Vangelo”, ma anche in tutte le soluzioni che avrebbero dovuto “confermare” «la Chiesa [quale] Sposa di Cristo»144. Il dato oggettivo emerso nel contenzioso con i lapsi, rivelava l’altissima posta in gioco e urgeva soluzioni. Da subito Cipriano condivise gli esiti della responsabilità di cui l’attività di Novaziano era foriera, insieme alle preoccupazioni che l’accompagnavano. In seguito, indotto da persone ed eventi al cambiamento, modificò il proprio giudizio, riconoscendo implicitamente la funzione, ma non i principi che l’animavano145. Cipriano fu dagli eventi costretto a chiedersi: «Quisque ille est et qualiscumque est»146. Del Novaziano fuoriuscito dalla Chiesa, si dovevano perdere le tracce e lasciare che si eclissasse nella protesta. La documentazione prodotta e propagandata da costui, o da chi si trincerava dietro il suo nome, contribuì a renderlo ancora più inviso ai vescovi del tempo, preoccupati per la frattura ecclesiale in atto. Cipriano ed altri non riusciranno più a leggervi in essa l’opera di un vigile ecclesiastico a servizio della salvaguardia della verità dottrinale, ma semplicemente quella di un abile “oratore e filosofo”147, per nulla preoccupato della «Dei traditionem»148. Nonostante il peso del grave giudizio di Cipriano, sulla base di quanto sopravvive della documentazione del Novaziano “curiale”, si possono trarre tuttavia conclusioni a favore della sua attività. Emergenti soprattutto dall’epistolario, le argomentazioni che addusse in ordine ad una disciplina condivisa, sopravvissero travisate nella polemica. Rispettose di un formulario e di un linguaggio “diplomatico” ancora non consolidato149, proposero l’intento di raggiungere una unità ortopragmatica tra le chiese, mediante il rispetto di regole comuni ereditate. Rivelatrici di una disciplina diplomatica in actu, le ragioni espresse nelle lettere inviate a Cipriano, si basarono su negotia e su uno stilus propri di quella attività. Sostenuta particolarmente dalla sede episcopale romana, fu da Cornelio intercettata e, a causa del contenzioso con Novaziano, screditata. Da portavoce della chiesa di Roma, Novaziano additò obiettivi comuni da raggiungere. Proponendo il rispetto della “disciplina”150, la “cautela”151, il “non innovare nulla” senza l’autorità preposta152, l’attenzione a scorgere “l’arbitrio”, la “novità” pericolosa da evitare153, le “soluzioni di tradizione” da proporre154, stabilì una griglia di elementi propri di quello stilus che in seguito, ripreso pressoché senza variazioni, verrà ad identificare lo stilus et praxis romanae curiae. Alle formule poi associò una composizione letterariamente significativa, allo scopo di favorire al meglio le condizioni del consenso. L’insieme degli espedienti e la cura particolare della forma e dei contenuti di una argomentazione ad hoc, contribuirono alla nascita di uno stile inconfondibile. Novaziano si lascia cogliere totalmente immerso in esso, mostrando una peculiare abilità nel servirsene. Per questa sua attività, contribuì a gettare le basi di uno stilus “ecclesiastico” i cui elementi hanno attraversato i secoli. Messo a servizio del particolare ufficio prestato alla sede episcopale romana, seguiterà a scorgersi negli scritti del periodo della reggenza, come dell’apostasia. La critica, tuttavia, non sembra ancora prestare sufficiente attenzione all’aspetto. Gli studiosi si sono limitati a rilevare tra gli scritti di Novaziano la presenza di un eloquio di tono giuridico. Ciò li ha indotti ad identificarlo con un membro del foro, o con un giurista155. Novaziano al contrario fu un ecclesiastico al servizio di un organismo preposto al governo pastorale. A tale ruolo rimarrà sempre legato, e per esso lotterà, non disdegnando di assumerne addirittura uno superiore. L’episcopato sarà l’epilogo di quel servizio in cui fu sempre contemplato. Ritenuto quale espressione naturale di un ministero espletato in forma vicaria da sempre, fu ritenuto quale mezzo indispensabile ad amplificare l’efficacia dialettica della lotta e ad assicurare legittimità all’azione156. Alla scelta estrema, a suo dire, vi giunse perché indotto dalla stessa tradizione “canonico-sacramentale” del suo tempo. Egli ammetterà che la «carica che aveva assunto» per confermare i fratelli nella fede, gli era richiesta dallo «stesso ministero che gli era stato affidato»157. Consapevole di quanto aveva ricevuto, e di ciò che comportava un simile ufficio, estromesso dalla elezione di Cornelio, si trovò “costretto” dagli eventi e dalle persone, a dover assumere una autorità superiore. L’autorevolezza di cui godeva, al fine di screditare i nemici della verità e di confermare quei membri della comunità che dimostravano di «mantenersi sempre fedeli al Vangelo»158, con l’elezione di Cornelio non fu più sufficiente.
La logica emergente, impone la necessità di non poter più leggere l’epilogo, a cui la vicenda di Novaziano condusse, con il semplice ricorso al contenzioso sorto tra costui e Cornelio159. La soluzione che basa la propria giustificazione soltanto su interessi e risentimenti personali, ove i rispettivi cattivi caratteri vennero fuori, non regge del tutto160. La vicenda è complessa, al pari delle personalità e dei valori messi in gioco dal contenzioso. Più che nelle enigmatiche e maldisposte intenzioni di Novaziano, le motivazioni sono da ricercarsi altrove. Esse affondano nella stessa espressione che la Chiesa a fatica si stava allora dando161. Vanno ricercate principalmente nello sforzo di custodire integra la dottrina comune ereditata e, al contempo, di misurarla costantemente con le emergenze storiche e di costume a cui doveva far fronte con coerenza e rigore.
a. La missione della chiesa romana
I cristiani di Roma furono eredi di un sentimento che caratterizzava da generazioni lo spirito dell’uomo romano, in quanto cittadino dell’urbe162, ma anche dell’orbe. I confini entro i quali si percepivano non erano più perimetrati da quelli della sola città, ma della romanitas163. L’idea non si fondava su una soteriologia universale164 o su un cosmopolitismo filosofico di matrice stoica165, ma traeva le proprie origini dal mondo giurisprudenziale romano166. Il cittadino avvertiva di far parte di un popolo che «non è un insieme eterogeneo di esseri umani, ma una società organizzata iuris consensu et utilitatis communione sociatus, cioè su una base di diritti riconosciuti e di comuni interessi»167. Un editto emanato da Diocleziano (a. 301)168, accogliendone ampiamente l’idea, la ratificherà ufficialmente, estendendola all’impero169. I cittadini romani furono consapevoli della necessità di disposizioni normative che permettessero il rientro dei conflitti, sorti tra gli interessi individuali e quelli di ordine sociale170. Riconoscevano il bisogno di raggiungere una «giustizia capace di intervenire come arbitra»171 per la ricomposizione degli interessi comuni, oltreché per la creazione di una convivenza umana rappacificata.
La chiesa della romanitas non avvertì come estraneo al proprio spirito, ciò che motivava e sorreggeva la società degli uomini. I principi socio-giuridici della romanità, bene incarnavano lo spirito del coetus cristiano. La Chiesa, formata da una massa eterogenea di convertiti, se privata del consensus iuris e dell’utilitatis communio, sarebbe implosa, favorendo disgregazioni (scismi) e barbarie (immoralità ed eresie). Da semplice base giuridica della società, l’idea romana di coetus portò la Chiesa dell’ecumene a identificarsi nei principi che la motivavano172. Accolti in quanto non estranei all’idea cristiana di “ecclesia”, e riletti in chiave “teologico-sacramentale”173, motivarono consuetudini che nel tempo divennero de facto normative. I cristiani dell’ecumene, consapevoli di far parte di un coetus che travalicava i confini della propria chiesa particolare, furono portati a misurare periodicamente con Roma la propria fedeltà ai principi che ne sorreggevano e animavano l’appartenenza. Alla chiesa di Roma gli fu riconosciuta la responsabilità di una “più forte preminenza” (potentior principalitas)174, e di una “presidenza d’amore” (praesidens in caritate)175 sulle altre. Lo storico pagano Ammiano Marcellino (+397c.), testimonierà che, ancora al suo tempo, «i vescovi della Città eterna godevano di una più vasta autorità»176 rispetto agli altri. La chiesa romana godeva di un prestigio pressoché universale, attestato non solo da una ricca documentazione scritta177, ma anche dalla testimonianza di numerosi e faticosi viaggi compiuti nell’Urbe da vescovi e personaggi illustri della Chiesa, alcuni dei quali eresiarchi178. L’interesse non era alimentato soltanto dal desiderio di conoscere più da vicino la fama e la reputazione di cui godeva la chiesa romana. Lo scopo dei viaggiatori verso Roma andava ben oltre la curiosità. Erano sospinti dalla necessità di esporre ai capi di quella chiesa i problemi che li affliggevano, oltre che di formulare richieste di consigli ed aiuti179.
La romanità della chiesa, avvertita inizialmente in quello spirito che condivise con la società civile del tempo, animò le comunità cristiane, creando rapporti istituiti e consuetudini strutturate mediante una prassi su base teologico-giuridica. Roma continuò ad animarne lo spirito, assumendola come propria missione, profeticamente rappresentata già nel ruolo degli apostoli Pietro e Paolo180. L’esigenza della Chiesa dell’ecumene di confrontare la propria fede e la propria disciplina con quelle di Roma181, note per l’antichità e l’ortodossia, espresse la necessità di una comunione superiore. Roma avvertiva di essere stata fatta erede di un tale ufficio, ed in più destinataria di uno ius capace di animarla e sorreggerla. Preservare la comunione nell’unità dottrinaria e disciplinaria tra tutte le chiese, di fatto sempre minacciata da innovazioni eterodosse e scismatiche, mise la Chiesa romana di fronte alla propria responsabilità. L’obiettivo primario era quello di preservare la purezza della dottrina, a cui poi tutte le chiese avrebbero confrontata la propria. Novaziano non tardò a porsi al servizio di questo tipo di attività dialettica della chiesa del tempo, offrendo il proprio contributo182. La Chiesa non era un coetus qualunque, sorretto per forza di necessità da un ius frutto di convenzioni, ma un «coetus sanctorum», animato dalla lex euangelica. La Chiesa non era l’espressione di una realtà semplicemente umana, ma divina, in quanto in essa agiva lo Spirito Santo, il quale «ecclesiam Domini undique et in omnibus perfectam et consummatam facit»183.
La natura comunionale della Chiesa, e i rapporti che la stessa favoriva al suo interno, motiverà il sorgere di una vera e propria attività diplomatica, retta da regole via via sempre più codificate in chiave cristiana. Novaziano, consapevole della missione della chiesa romana ed erede di una solida tradizione184, intercetterà il bisogno della Chiesa del tempo e formulerà le soluzioni a sua discrezione necessarie. Le testimonianze dei contemporanei confermano la parte attiva che ebbe nella risoluzione della crisi. Lo sforzo diplomatico bilaterale messo in atto da Novaziano per risolvere la questione dei lapsi, traspare particolarmente tra le epistole. Ben riconoscibile nell’intenzionalità e nelle formule dell’argomentazione adottata, la via diplomatica tenterà di costruire relazioni e di stabilire principi, basati su uno ius comune185.
Da portavoce del clero romano, Novaziano si propose con un’autorità che non gli derivava dall’episcopato, ma dalla sede di Pietro186. Pare infatti che tutti sapessero che Roma avesse una propria missione indipendente da compiere, tanto da mostrarsi verso di essa in ossequio e bendisposti ai suoi interventi. D’altra parte lo stesso Novaziano, pur consapevole che dovesse essere il vescovo a moderare con autorità e intelligenza le questioni187, intrattenne relazioni e trattò questioni superiori, con interlocutori superiori, non perché di pari grado, ma perché consapevole di essere investito di un’autorità superiore188. Al contempo gli stessi interlocutori di Novaziano si mostrarono consapevoli del fatto che l’autorità da egli esercitata nel «trattare» questioni comuni e nel «negoziare» soluzioni condivise, gli derivava dal potere della sede romana che lo esprimeva.
Details
- Pages
- X, 436
- Publication Year
- 2026
- ISBN (PDF)
- 9783631935132
- ISBN (ePUB)
- 9783631935149
- ISBN (Hardcover)
- 9783631935125
- DOI
- 10.3726/b22744
- Language
- Italian
- Publication date
- 2026 (March)
- Keywords
- diplomazia ecdotica episcopato eresia euristica filosofia kerygma lassismo metodo Novaziano penitenza professione retorica rigorismo scisma simbolo stoicismo teologia patristica tradizione auctoritas doctrina dogma fides lex ordo ratio regula seueritas disciplina stilus Trinitas
- Published
- Berlin, Bruxelles, Chennai, Lausanne, New York, Oxford, 2026. x, 436 p., 2 ill. b/n.
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