Tradurre, ritradurre, adattare tra Francia e Italia
Summary
Excerpt
Table Of Contents
- Copertina
- Pagina del titolo
- Pagina del copyright
- Indice
- Dal CEFI al SIFI. Storia e prospettive di un centro di studi franco-italiani (Luca Badini Confalonieri)
- Del tradurre e del ritradurre: riflessioni e teoria (Laura Rescia)
- Della traduzione considerata come una delle forme dell’autobiografia (Gabriella Bosco)
- La réception française du Dialogo di Madalena e Giulia (Anouk Delpedro)
- Le recueil des Elzevier (1660) et la fortune du Dialogo
- Le Dialogo en France
- L’Hédonisme domestique
- La Culture du plaisir
- L’Écriture pornographique
- Annexe – Les traductions françaises du Dialogo:
- Rappresentare Corneille sulle scene italiane secentesche: il caso singolare degli adattamenti del comico Giovanni Andrea Zanotti (Monica Pavesio)
- Il successo italiano del teatro tragico francese
- Le scelte degli adattatori italiani secenteschi del teatro francese
- Giovanni Andrea Zanotti, comico dell’arte
- Gli adattamenti di Zanotti
- Gli ipotesti
- Il lavoro traduttivo di Zanotti
- La riduzione in tre atti
- Il passaggio da una lingua ad un’altra e la trasformazione del verso in prosa
- Conclusione
- Un ambizioso «travail d’écolier». Sulla traduzione del Misogallo di Samuel Marc Jaquin (Enrico Ricceri)
- Sulle traduzioni francesi di Manzoni e, in particolare, sulla traduzione Martinelli (1877) dei Promessi sposi (Luca Badini Confalonieri)
- 1877 e 2022. Concordanza delle date, discordanza delle ritraduzioni dei Promessi sposi (Aurélie Gendrat-Claudel)
- 1877 – M&M’s: Montgrand e Martinelli
- 2022: Un breve confronto transatlantico
- Traduzioni di profilo: la presenza del traduttore nel divenire testuale de La Peste di A. Camus (Giulio Sanseverino)
- Dal confronto tra testi al divenire testuale
- Profilo del traduttore: Beniamino Dal Fabbro
- Una gestazione controversa
- Sulle traduzioni italiane di Violette Leduc: una ricognizione storica (1965–2021) (Luana Doni)
- Storia di una scrittrice oltraggiosa
- Le edizioni La Rosa
- Le traduzioni di Thérèse et Isabelle
- Questioni interpretative
- Questioni lessicali
- Indice dei nomi
Dal CEFI al SIFI. Storia e prospettive di un centro di studi franco-italiani
L’attuale SIFI (Studi Internazionali Franco-Italiani), nato in seno al Dipartimento di Lingue e Letterature straniere e Culture moderne dell’Università degli Studi di Torino nel 20221, riprende e amplia una tradizione di studi franco-italiani iniziata nell’ateneo torinese da Franco Simone (1913–1976) e da Giovanni Getto (1913–2002), e poi sviluppata con la fondazione, nel 1977, del Centre d’Études Franco-Italiennes (CEFI) ad opera del torinese Lionello Sozzi (1930–2014) e del savoiardo Louis Terreaux (1921–2015). Le attività del Centro, diretto fino al 1999, per la parte italiana, da Sozzi e poi da Daniela Dalla Valle e, per la parte francese, a partire dalla metà degli anni Ottanta, da Pierre Blanc, seguito da Marie-Thérèse Bouquet-Boyer, e infine, a partire dal 1999, da chi scrive, si sono tradotte in seminari e convegni scientifici, in collane di libri (da Slatkine-Champion e poi, a partire dal 2005, da Peter Lang), in riviste (tra le quali Franco-Italica, su cui torneremo), in tesi di dottorato in co-tutela, e anche nell’avvio, a partire dal 1982, in parallelo alla ricerca scientifica, di un percorso di studi franco-italiano, in assoluto la prima formazione universitaria bi-nazionale tra Italia e Francia2. Al culmine della sua attività, nel corso degli anni Novanta, il centro è stato anche costituito, dal lato francese, come Unità mista di ricerca del CNRS.
A distanza di quasi cinquant’anni dalla fondazione del CEFI, il SIFI ne vuole ora riprendere, continuare e sviluppare le attività. Non è senza significato che gli atti di questo nostro primo incontro di ricerca escano oggi come tredicesimo volume della collana «Franco-Italica» di Peter Lang, da me diretta insieme a Daniela Dalla Valle. Quanto alla formazione universitaria, essa si è ormai ampliata in diversi percorsi bi-nazionali (triennali e magistrali) tra l’Université Savoie Mont Blanc, da una parte, e i Dipartimenti di Studi Umanistici e di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Torino, e anche di Studi Umanistici dell’Università del Piemonte Orientale, dall’altra. E non è un caso che molti attuali colleghi universitari, in Francia e in Italia, siano stati studenti della formazione bi-nazionale (per non nominarne che alcuni, ricordiamo Paolo Tortonese e Antonella Amatuzzi, Barbara Meazzi e Claire Lesage, Elisabetta Barale e Maurizio Busca). Ma ogni ripresa deve essere anche un rilancio e un ampliamento. Accanto al rapporto tra l’Università di Torino e quella di Chambéry (Savoie Mont Blanc), che permane ed è anzi accresciuto dalla comune partecipazione al réseau europeo Universitas Montium (UNITA), il SIFI amplia la sua struttura portante con un rapporto istituzionale forte con l’Università di Nantes, in Francia, e l’Università di Friburgo, in Svizzera, sempre nei campi dell’italianistica, della francesistica e della comparatistica.
La giornata di studi odierna che vede, accanto a studiose e studiosi sperimentati, giovani ma valenti promesse dell’Università a venire, è organizzata non come un vero e proprio convegno ma come un più agile seminario, con una spazio maggiore dato allo scambio e al confronto sui differenti interventi, sulla scia, anche in questo caso, dei seminari di ricerca che hanno a lungo animato il CEFI, nella formula itinerante dei «séminaires tournants» tra Torino, Chambéry e Friburgo (ricordo in particolare quelli sulla pastorale tra Francia e Italia, organizzati da Daniela Dalla Valle) o nelle conferenze-dibattito organizzate regolarmente, con sei-sette incontri annuali presso la sede di Chambéry, a partire dal 20003.
Una menzione a parte, come avevo accennato, spetta alla rivista Franco-Italica (con lo stesso nome, dunque, della più recente collana di Peter Lang), edita dal 1992 per le Edizioni dell’Orso, con la direzione di Daniela Dalla Valle e Dario Cecchetti in Italia e di Pierre Blanc a Chambéry, fino alla fine degli anni Novanta. La stessa rivista ha poi ripreso a uscire come «Nuova serie», con la mia direzione dal lato francese, a partire dal 1999, fino a raggiungere il numero 33–34 (2008) dopo il quale, con il pensionamento di Daniela Dalla Valle e di Dario Cecchetti e poi con il mio trasferimento a Torino, le uscite sono state sospese. Il SIFI vedrà se, quando e come far ripartire una rivista di questo tipo.
Ma è ora di lasciare lo spazio alle comunicazioni previste per questo incontro, che anche agli studi sulle traduzioni spesso affidati alle pagine di Franco-Italica idealmente si riallacciano.
Del tradurre e del ritradurre: riflessioni e teoria
La ritraduzione è un fenomeno su cui si comincia a ragionare in maniera sistematica in campo traduttologico soprattutto a partire dal XXI secolo, che qualcuno ha ribattezzato «l’âge de la retraduction»1: in particolare il primo convegno di una qualche rilevanza dedicato a questa problematica risale al 2009, si è svolto all’Université d’Alsace a Mulhouse, con pubblicazione nel 20112. Notoriamente, è alla riflessione traduttologica francofona che occorre guardare per individuare il primato dell’interesse su questa particolare forma di traduzione: è come noto di Antoine Berman l’articolo fondativo sulla teoria della ritraduzione, pubblicato nella rivista Palimpsestes nel 19903.
Berman parte dall’assunto della pluralità intrinseca del fatto traduttivo, e introduce il problema dell’invecchiamento linguistico, a suo avviso il motivo principale delle ritraduzioni. Per poi aprire a una visione teleologica della ritraduzione, come percorso di sempre maggior avvicinamento alla perfezione del lavoro traduttivo, volto a colmare «l’inaccompli», le «défaillances» che inevitabilmente caratterizzano tutte le prime traduzioni. A questo principio farebbero eccezione quelle che lui battezza come «grandes traductions», delle opere che rimarrebbero esenti dal problema dell’invecchiamento linguistico, in virtù della loro esemplarità. Tale eccelsa qualità dipenderebbe in primo luogo dall’essere frutto del kaìros, ovvero il momento favorevole in cui il traduttore si trova a lavorare. Berman sottolinea inoltre che le grandi traduzioni non sarebbero mai delle prime traduzioni, a sostegno della sua visione organicista dell’atto traduttivo.
Questa sua impostazione viene di fatto ripresa in tutti i successivi dibattiti, anche se superata e modificata nel tempo. Sempre facendo riferimento alla traduttologia francofona, è Yves Gambier che nel 19944 riprende l’ipotesi bermaniana, cominciando con il criticarne l’impostazione logocentrica, nell’intento di spostare l’attenzione critica dal testo al contesto. Gambier sostiene infatti che se l’invecchiamento linguistico è un elemento indiscutibile tra i motivi della ritraduzione, occorre prendere in esame altri elementi contestuali, altri parametri su cui ragionare per sviluppare con maggiore profondità e precisione il fenomeno in questione. In primo luogo, rimette in discussione l’idea di testo di partenza, inteso come entità cristallizzata e immutabile rispetto alla quale esercitare la fedeltà assoluta. Gambier porta a sostegno di tale necessario cambiamento paradigmatico la convinzione, che anche la filologia più tradizionale ha ormai integrato, che l’evoluzione degli strumenti di analisi testuale, o eventuali ritrovamenti di diversi testimoni del testo di partenza, possano costituire ragione sufficiente a determinare la necessità di ritradurre. Ma sono soprattutto i cambiamenti culturali dello spazio di ricezione, l’evoluzione del campo della cultura ricevente (e qui il riferimento a Bourdieu5 è evidente) a rendersi favorevoli o meno ad accettare al proprio interno un elemento straniero e straniante: sarebbe dunque da individuarsi all’interno delle dinamiche della cultura ricevente la spinta propulsiva determinante la ritraduzione. Altri elementi indicati da Gambier sono l’influenza delle dinamiche editoriali, intese sia come tendenza ideologica delle case editrici, o del progetto editoriale che le contraddistingue, più precisamente le collane o le serie che si aprono alle ritraduzioni, ma altresì come tensioni di carattere economico che possono rivelarsi determinanti nella decisione di ritradurre un testo. Non ultima, viene evocata la figura del traduttore, la sua formazione, lo status di cui gode, che consente minore o maggiore libertà: una libertà che, in questo specifico fenomeno, non manca mai di dover risolvere il problema degli antecedenti, e quindi di incidere inevitabilmente sulla postura di chi per ultimo ritraduce - foss’anche il rifiuto di leggere o considerare le traduzioni precedenti. Tutti questi elementi entreranno nel tempo nel dibattito traduttologico, arricchendo quella che è stata chiamata in seguito a Retranslation Hypothesis6, ovvero l’impostazione bermaniana che prevede un fondamentale miglioramento del rapporto tra testo di partenza e di arrivo nella successione delle sequenze traduttive. Tuttavia, come è stato dimostrato, se è vero che molte ritraduzioni su un asse cronologico sono destinate a migliorare la resa traduttiva, portando il testo tradotto più vicino al testo di partenza, in una dinamica dunque sourcière7, sono verificabili casi contrari, in cui è il progetto traduttivo, la postura del traduttore, la tensione verso il destinatario della lettura ad emergere e influenzare l’atto traduttivo, in una postura cibliste, a scapito, talvolta, dell’onnipresente e fantasmatico concetto di fedeltà.
Details
- Pages
- VI, 128
- Publication Year
- 2025
- ISBN (PDF)
- 9783034361019
- ISBN (ePUB)
- 9783034361026
- ISBN (Softcover)
- 9783034361002
- DOI
- 10.3726/b23606
- Language
- Italian
- Publication date
- 2025 (April)
- Keywords
- Letteratura francese Letteratura italiana relazioni culturali franco-italiane teoria e pratica della traduzione letteraria pseudo-Aretino Pierre Corneille Vittorio Alfieri Alessandro Manzoni Albert Camus Violette Leduc
- Published
- Bruxelles, Berlin, Chennai, Lausanne, New York, Oxford, 2026. vi, 128 p., 3 ill. b/n, 16 tab.
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