Esplorare Pier Paolo Pasolini
A cent'anni dalla nascita
Summary
Excerpt
Table Of Contents
- Copertina
- Pagina del mezzo titolo
- Pagina del titolo
- Pagina del diritto d'autore
- Indice
- Pier Paolo Pasolini: un arcipelago di parole, immagini e gesti
- Testimonianza e memoria. Perché ricordare oggi Pier Paolo Pasolini
- I. Isole concettuali
- Le Benevole: emergenze del sacro nell’opera di Pasolini
- Leggere il genocidio nei corpi. Pasolini e la ‘degradazione antropologica’
- Pasolini, l’Italia linguistica, i corpi. Dagli anni Sessanta a oggi
- Madri, madonne, sante e puttane. Le donne nell’immaginario cinematografico di Pasolini
- II. Esplorazioni
- Riscrittura e risemantizzazione nella serie dei David: verso il sacrificio rituale
- La conversione a ritroso di Medea: tracce del pensiero di Mircea Eliade in Pasolini
- Calderón en Pasolini a través de Lorca
- Per una lettura in parallelo di Pier Paolo Pasolini e Michel Houellebecq
- Considerazioni metodologiche di uno storico sulla venerazione di Pasolini e della sua opera
- Note sugli autori
- Indice dei nomi
Pier Paolo Pasolini: un arcipelago di parole, immagini e gesti
Chiara Cappuccio, Marco Pioli
Pier Paolo Pasolini (Bologna, 1922 – Ostia, 1975) è stato un poeta che ha attraversato l’ampio spazio linguistico italiano, dai dialetti allo standard, spingendosi fino ai linguaggi non verbali e figurativi; è stato un romanziere che ha rappresentato in forme diverse Roma, i paesaggi dell’Italia, i volti e i corpi del sottoproletariato; è stato un regista che ha inventato un nuovo modo di esprimere le realtà dei tanti mondi amati, dal Sud dell’Italia al Sud del mondo; ed è stato il ‘saggista corsaro’ che ha denunciato la corruzione del potere borghese e la deriva della società dei consumi attraverso immagini-allegorie – il Palazzo, le lucciole, i capelli lunghi, i jeans Jesus, il genocidio – vivide ancora oggi.
In questa varietà e complessità prova a inoltrarsi il presente volume, nel quale abbiamo raccolto i risultati scientifici del convegno internazionale Arcipelago Pasolini: una mappa concettuale ai confini delle opere, tenutosi presso l’Università Complutense di Madrid il 27 e il 28 aprile 2022 in occasione del centenario della nascita dello scrittore.
Come suggerisce il titolo, l’obiettivo del libro è quello di esplorare l’opera pasoliniana non attraverso un argomento generale declinato in forme diverse ma concependo questa produzione come ‘un grande arcipelago’, un sistema rizomatico articolato in forme e linguaggi espressivi eterogenei, e per questo capace di modificare contemporaneamente anche l’immagine dello stesso autore.
Dato che la forza della parola di Pasolini non si è indebolita dopo la tragica morte, ma anzi è cresciuta per la sua capacità di guardare oltre il presente, introduciamo il nostro percorso con le riflessioni di Elisa Martínez Garrido, professoressa ordinaria di Filologia italiana presso l’università ospitante che – con la sua partecipazione, tanto ai lavori del convegno come alla loro pubblicazione – ha voluto riaffermare lo straordinario valore che l’opera di Pasolini ha avuto e continua ad avere nella cultura spagnola. Il contributo di Martínez Garrido svolge una funzione incipitaria, introduttoria rispetto agli altri saggi contenuti nel volume, così come la sua conferenza, dal respiro ampio e appassionato, ha segnato l’inizio del congresso. In tale contributo si pone l’accento sull’importanza di continuare a ricordare oggi ‘il sogno poetico, l’utopia e l’impegno’ come principi assoluti dell’opera pasoliniana. L’autore de Le ceneri di Gramsci (1957) rappresentò in Spagna la libertà d’espressione artistica e politica negata dalla dittatura franchista. Rivendicarne la straordinaria contemporaneità costituisce pertanto uno dei punti centrali di questo contributo. Pier Paolo Pasolini non rappresenta, però, solo la memoria di una generazione legata alle lotte antifranchiste che riconosceva nella cultura letteraria, politica e cinematografica italiana una frontiera da raggiungere. Egli testimonia, sottolinea la studiosa, il valore della ricerca della verità e del coraggio dell’aporia ideologica come principi ideali da trasmettere alla nostra contemporaneità.
Dopo queste premesse, i primi capitoli del volume procedono a esplorare, secondo le prospettive e i metodi degli autori che hanno aderito alla nostra iniziativa, alcune ‘isole pasoliniane’, analizzano cioè alcuni dei nodi concettuali ricorrenti nelle opere dello scrittore, viste nel loro insieme di grande sistema plurimediale di parole, immagini e gesti. Dato che l’idea di un’impalcatura concettuale trasversale alle opere pasoliniane è stata ribadita da Marco Antonio Bazzocchi nel recente Alfabeto Pasolini (2022: 4–8), ci è sembrato doveroso iniziare l’indagine sotto il segno del suo contributo.
Concretamente, Bazzocchi evidenzia come la presenza del ‘sacro’ attraversi tutta l’opera di Pasolini. Tale presenza viene analizzata su tre versanti: quello poetico, quello cinematografico e quello della rappresentazione dell’eros, soprattutto nella produzione ultima dell’autore. Il ‘sacro’ viene considerato da Bazzocchi come condizione primordiale della scrittura poetica, dalle Ceneri a Trasumanar e organizzar (1971), come processo di emergenza di determinate ‘porzioni di realtà’ nel cinema e, infine, come fatto erotico o genericamente sessuale, nella fase che inizia col libro-film Teorema (1968) per concludersi con Petrolio (1992). Speciale attenzione viene dedicata alla trilogia cinematografica sul mito costituita dall’Edipo re (1967), da Medea (1969) e dall’Orestiade africana (1970). Per Bazzocchi sia Oreste ed Edipo che Medea sono rappresentati come personaggi liminali tra il mondo reale e quello sacro; la loro tragedia viene messa in moto dall’attraversamento di tale impalpabile confine. Nell’ultima produzione di Pasolini, invece, la sacralità dell’eros e del sesso si scontrano con una metamorfosi ai limiti dell’autolesionismo, diventando l’espressione più dolorosamente degradata del potere ed assumendo la maschera della distruzione in Salò (1975) e del grottesco in Petrolio. Bazzocchi conclude sottolineando la funzione sacra dell’atto creativo dello scrittore e del regista che transita dal territorio del reale a quello dell’anomia. In questa frontiera, sulla ‘linea del fuoco’, Pasolini scrisse e diresse le sue ultime opere in cui si esprime un’inconciliabilità ormai evidente con la storia senza però mostrare, si badi bene, nessun cedimento verso le tentazioni dell’autodistruzione come gesto creativo ultimo.
L’intensa ed erudita ricognizione di Bazzocchi sul corpo e sulle sue degradazioni ci trasporta verso un’altra tappa dell’esplorazione pasoliniana ad essa così strettamente relazionata da apparirne come una naturale continuazione. Si tratta del contributo di Davide Luglio, che riflette su uno dei termini centrali dell’alfabeto pasoliniano: il genocidio. Lo studioso collega il discorso di Pasolini sulla degradazione fisica presente nell’ultima produzione all’uso del termine e del concetto di genocidio. La società dei consumi ha distrutto quei valori in cui si riconoscevano ‘larghe zone della società’ italiana operando un genocidio culturale che ben presto lo scrittore definirà come antropologico. Il vero fascismo, spiega Pasolini nell’articolo ‘Fascista’ – che in Scritti corsari (1975) segue a ‘Il genocidio’ – non è quello incarnato da determinati personaggi politici ma quello rappresentato dalla società dei consumi nel suo insieme. Da qui la caratterizzazione dei giovani – principali vittime di tale genocidio – come ‘mostri criminaloidi’ ormai tutti uguali di fronte ai nuovi desideri imposti dalla società dei consumi e tutti apostrofati in più luoghi degli Scritti corsari e delle Lettere luterane (1976) come ‘ripugnanti, criminali e sadici’. Luglio sottolinea come la critica non abbia posto la dovuta attenzione all’accentuato disamore che prova Pasolini nell’ultima fase della sua vita per i giovani italiani. Partendo dalla lettura di ‘Giovani infelici’, il testo di apertura di Lettere luterane, lo studioso ricorda il discorso sulle colpe dei padri che ricadono sui figli nel teatro classico greco. I padri dei giovani italiani sono dunque colpevoli di aver creduto a quelle che Dante definiva sul finire del canto XXX del Purgatorio come ‘false immagini di ben’ (Alighieri 2021: 474), diffuse, per Pasolini, dalla cultura borghese dominante. I figli, eredi di quella colpa, sono ormai ridotti al ruolo di marionette nelle mani del nuovo potere culturale e mediatico. Da qui l’‘Abiura della Trilogia della vita’ e della rappresentazione vitalistica dei corpi e del sesso come ‘ultimo baluardo della realtà, della sacralità e dell’innocenza’. Se il cinema è per Pasolini uno strumento per leggere criticamente la realtà, Salò traduce in immagini ciò che possiamo leggere in Petrolio e in Lettere luterane: il sadismo che unisce vecchi e giovani, padri e figli, antropologicamente degradati e uniti in un esercizio della sessualità ormai intesa come meccanizzazione indotta dall’edonismo consumista. A tutto ciò Pasolini oppone un rifiuto culturalmente titanico lasciando ai suoi ormai odiati giovani italiani l’eredità più preziosa ed amorevole per la loro salvezza.
Con Stefano Gensini si passa a esaminare la questione linguistica in Pasolini, ‘isola’ i cui confini spaziano dalla dicotomia lingua-dialetto alla menzionata banalizzazione dei moduli espressivi e comportamentali causata dalla deriva consumistica della società borghese. Pur segnalando la precoce presenza di riflessioni linguistiche nella produzione pasoliniana, l’analisi di Gensini non può non partire dall’articolo ‘Nuove questioni linguistiche’, apparso sulla rivista culturale del Pci, Rinascita, nel 1964 (Pasolini 1999a: II 1245–1270). In esso Pasolini affrontava la questione della lingua in termini ‘gramsciani’, come questione politica, denunciando l’appiattimento a cui era soggetto l’eterogeneo spazio linguistico italiano sotto la spinta egemonica del linguaggio tecnocratico del Nord industrializzato. Com’è noto, l’articolo sollevò accese polemiche, e se gli addetti ai lavori ne denunciarono, oltre all’eccessivo catastrofismo, le imprecisioni tecniche, rispetto ai detrattori Pasolini dimostrò la capacità di leggere i fenomeni linguistici in relazione ai contesti sociali, secondo un approccio che in quegli stessi anni veniva seguito dal giovane Tullio De Mauro. Sicuramente, le indagini degli anni Settanta sulle abitudini linguistiche degli italiani hanno continuato a confermare una certa resistenza dei dialetti e la validità per l’Italia del modello della diglossia; tuttavia, nel lungo periodo, le previsioni pasoliniane sulle nefaste conseguenze dell’omologazione culturale sono state ampiamente confermate, tanto che Gensini arriva alla conclusione che ‘la verità profonda delle “Nuove questioni linguistiche” si intende più oggi, a quasi cinquant’anni dalla morte di Pasolini, che al tempo in cui esse vennero scritte e dibattute’.
Stefania Rimini, invece, ci conduce nei territori del femminile, evidenziando innanzitutto quanto l’analisi della rappresentazione di genere sia ancora poco frequentata dalla critica pasoliniana nonostante il macrotesto dell’autore sia letteralmente ‘invaso da declinazioni diverse dell’essere donna’. Per questo la studiosa segnala il volume Caro Pasolini di Dacia Maraini (2022) e il documentario Le donne di Pasolini (2023), girato da Eugenio Cappuccio per la Rai, lavori usciti in occasione del centenario che confermano, al di là di certe semplificazioni aneddotiche, la centralità del materno e del femminile in Pasolini. Rimini passa poi a illustrare gli strumenti teorici che hanno guidato la sua ricerca. In particolare, si focalizza sul saggio Sex, the Self and the Sacred: Women in the Cinema of Pier Paolo Pasolini (2007), primo studio organico sul tema in analisi, con cui l’autrice, Collen Ryan-Scheutz, ha individuato cinque diverse declinazioni del femminile nel cinema pasoliniano: le madri, le prostitute, le figlie, le sante e le peccatrici. Rimini, dunque, verifica queste categorie nei film Mamma Roma (1962), La ricotta (1963) ed Edipo Re (1967), concentrandosi sulle soluzioni di regia e sui movimenti del corpo, dei gesti e della voce di Anna Magnani, Alida Valli, Silvana Mangano e Laura Betti. In particolare, la studiosa sottolinea il lavoro di ‘risemantizzazione’ dei segni performativi perpetrato dal regista sulle sue attrici, le quali erano dive dalle recitazioni già fortemente connotate. L’analisi, perciò, conferma la ‘consistenza archetipica’ di ogni discorso sul materno, il ‘transfer emotivo’ operato da Pasolini sulle figure femminili, e suggerisce di adottare con cautela una tassonomia fissa per le personagge pasoliniane poiché le messe in scena del regista-scrittore sono dominate dalla ‘transitorietà dei ruoli, dall’instabilità dei codici’, e spingono a superare ogni facile visione stereotipica.
A questo punto la seconda parte del volume passa a esplorare alcune articolazioni dell’ampio ‘arcipelago pasoliniano’ e affronta questioni più circoscritte, che traducono molti dei nodi concettuali precedentemente analizzati, permettendo così al discorso di aprirsi anche a indagini comparative e sociologiche che ribadiscono l’indiscussa attualità dello scrittore. È il caso del saggio di Miguel Ángel Cuevas, il quale si inoltra nel frastagliato sistema poetico di Pasolini proponendo un’elegante analisi comparativa tra le diverse versioni della lirica ‘Per il “David” di Manzù’, breve componimento in friulano appartenente a Poesie a Casarsa (1942), il cui titolo rimanda a una piccola statua bronzea del 1938 di Giacomo Manzù. Le due terzine che lo compongono sono state ripubblicate con delle varianti, e sotto il titolo semplificato ‘David’, nella raccolta La meglio gioventù (1954), per poi essere riproposte, in quattro diverse versioni, ne La nuova gioventù (1975), l’ultimo libro pubblicato da Pasolini prima della morte, in cui il poeta realizza una palinodia, una negazione del mondo ritratto nella precedente silloge. Per completare questo palinsesto testuale, alla serie dei sei componimenti in friulano andrebbero aggiunte le rispettive traduzioni in italiano poste da Pasolini in calce. Per Cuevas, tutte queste declinazioni del ‘David’ creano un ‘intertesto autotestuale’ di grande significato. Innanzitutto, perché con esso è possibile incorniciare l’intero percorso letterario dell’autore, dagli inizi fino alle prove finali; inoltre, tale intertesto intercetta una delle tematiche pasoliniane più pregnanti, ossia il valore semantico del topos mortuario. Dunque, l’indagine di Cuevas arriva a confermare il valore sacrale assunto dall’esperienza della morte nel nostro scrittore: ‘Nei David di Pier Paolo Pasolini la tematica funerea, cimentandosi sì sui topoi decadentistici, finisce col connotare una concezione della morte rituale come azione risemantizzante, varco necessario verso ogni rinascita’.
Di sacrifici rituali e rurali, così come di emergenze del sacro al confine tra l’elemento ancestrale e il principio di realtà, si continua a parlare nel contributo di Cristina Coriasso, dedicato all’analisi della figura e della tragedia di Medea, tra mito classico, rilettura cinematografica e sceneggiatura, quest’ultima trasmessa in Visioni di Medea. L’incontro/scontro tra mito e logos, sacralità e realtà è rappresentato, specifica Coriasso, dalla coppia Medea/Giasone. La prima è una principessa di un mondo in cui tutto è ierofanico, e a tale mondo ritornerà dopo l’abbandono di Giasone. Il personaggio maschile è, invece, rappresentato come il suo contrario: un umano, educato da un Centauro, che rappresenta il funambolismo e lo scetticismo delle visioni ottimistiche e progressive della storia. Sappiamo che dagli anni ’60 in poi Pasolini – così come, un secolo prima, Giacomo Leopardi – giunge a una critica totale della modernità, considerandola come inesorabilmente e linearmente diretta verso il concetto attentamente analizzato da Davide Luglio, cioè il genocidio di un’intera civiltà. Il contrasto tra i due personaggi conduce alla tragedia di Medea, rappresentata nella seconda parte del film. Il personaggio femminile incarna la sopravvivenza del sostrato del pensiero mitico e sacro che, nella prima parte della pellicola, viene delineato nella sua complementarità con il personaggio maschile. Coriasso sottolinea come il rapporto tra i due si cominci ad alterare in seguito alla conquista da parte di Giasone del Vello d’oro. Da questo momento in poi il capo della spedizione degli Argonauti non ha più bisogno delle arti magiche di Medea, rivelando col suo comportamento opportunista l’utilitarismo e la futilità del mondo moderno. L’educazione del Centauro ha trasportato Giasone dal mito al logos e tale passaggio condiziona sia la sostanziale inconciliabilità della coppia che il prevedibile fallimento della stessa. La formazione di Giasone equivale ad un processo di desacralizzazione, di allontanamento dal mondo antico, poetico e favoloso, finalizzato alla massificazione dell’individuo. Medea, invece, rappresenta l’elemento irriducibile del mito della natura e della sua parte barbara: tra le due condizioni non può esserci superamento ma convivenza, come evocato nella poesia ‘Callas’, posta in appendice di Trasumanar. La lettura pasoliniana di Mircea Eliade, anche se a tratti fortemente critica, fornisce allo scrittore, sostiene Coriasso, la conoscenza del mondo barbaro e ierofanico grazie al quale la sua Medea non rappresenta solo il mondo antico e antitetico a quello moderno ma incarna anche la possibilità di interpretare la realtà con gli strumenti messi a disposizione da tale universo concettuale.
Details
- Pages
- 176
- Publication Year
- 2025
- ISBN (PDF)
- 9783631895191
- ISBN (ePUB)
- 9783631895207
- ISBN (Hardcover)
- 9783631893616
- DOI
- 10.3726/b22560
- Language
- Italian
- Publication date
- 2026 (February)
- Keywords
- Pier Paolo Pasolini Italian contemporary literature Italian cinema Italian history Anthropological mutation
- Published
- Berlin, Bruxelles, Chennai, Lausanne, New York, Oxford, 2025. 176 p.
- Product Safety
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