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Cristo primizia dei morti e la risurrezione dei credenti

Studio su 1Cor 15

Gaetano Di Palma

Nel libro si commenta il capitolo 15 della Prima Lettera ai Corinzi. I greci ammettevano una risurrezione corporea a condizione che si trattasse di un uomo caro agli dei e con il corpo ancora incorrotto. Si spiega, pertanto, la difficoltà di alcuni tra i corinzi: essi accettavano la risurrezione di Cristo, ma non quella dei credenti alla fine dei tempi. Seguendo l’argomentazione che si sviluppa con gradualità nel capitolo 15 di 1Cor, nel saggio si cerca di far emergere con chiarezza la risposta di Paolo, il quale dimostra di non essere ignaro della cultura del proprio tempo e di servirsene per spiegare il «mistero», secondo cui non tutti i cristiani moriranno, ma tutti dovranno essere trasformati. Al termine del libro, infine, sono ripercorsi i primi secoli dell’era cristiana trattando alcuni autori che si sono dedicati a tale tema e, in particolare, hanno citato questo testo paolino.
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Introduzione

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Il 16 Nisan di un anno tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 del I secolo viene indicato da Mc 16,2, Lc 24,1 e Gv 20,1.19 con un’espressione linguistica inconsueta: th`/ de; mia`/ tw`n sabbavtwn1. Un acuto esegeta si è soffermato qualche anno fa su quest’espressione che introduce i racconti della risurrezione, non accontentandosi di rilevarne la stranezza grammaticale2. Infatti quelle parole, che normalmente vengono tradotte «il primo giorno della settimana», andrebbero rese meglio così: «il giorno “uno” della settimana», perché in greco non c’è l’aggettivo numerale ordinale, bensì quello cardinale.

Quella che, a prima vista, potrebbe sembrare un’originalità degli evangelisti ha una sua ragion d’essere, in quanto quel 16 Nisan, quando le donne si recarono al sepolcro di buon mattino, non trovarono ciò che si aspettavano, ma una tomba aperta e vuota con gli angeli che spiegarono il grande segno: la risurrezione. Quell’aggettivo numerale cardinale richiama, dunque, il modo in cui la versione dei Settanta traduce l’espressione ebraica yôm ’eḥād contenuta in Gen 1,5. Allora si trattava del “giorno uno” della prima creazione, quando la luce e la tenebra furono separate da Dio e si cominciò a porre ordine nel caos primordiale; ora, invece, in quel 16 Nisan la tenebra della morte fa posto alla luce piena di vita promanante dal Cristo, il quale apre la storia all’eschaton con la risurrezione. Ci associamo alle parole dell’esegeta Yves Simoens: «La risurrezione segna la fine del tempo nel tempo, l’escatologia...

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