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Dalla tragedia al giallo

Comico fuori posto e comico volontario

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Edited By Costantino C.M. Maeder, Gian Paolo Giudicetti and Amandine Mélan

I saggi riuniti in questo libro sono dedicati alla comicità nella letteratura, nella saggistica e nell’opera italiane, in particolare alla comicità fuori posto in opere di Campanile, Guicciardini, Dumas, Ariosto, Gadda, Flaiano, Wolf-Ferrari, Camilleri, Lakhous, Wolf-Ferrari, Verdi, Eco, Svevo e altri. Il comico è in un certo senso sempre fuori posto, un contrasto tra un evento, una frase, una scena inappropriata e un contesto che di per sé non si presta a quell’evento, quella frase, quella scena. Proprio per riflettere su questo contrasto, il libro si sofferma su quei contesti che ancor meno di altri son predisposti ad accogliere il comico e a suscitare una risata: la tragedia del Cinquecento, il genere epistolare, l’opera seria, la saggistica seriosa, il tutto attraverso l’accostamento di approcci diversi: dalla filologia alla semiotica, all’analisi testuale, agli studi culturali. Sorgerà forse al lettore la domanda: sono questi approcci troppo seri per affrontare il tema della comicità, tanto da essere a loro volta fuori posto?

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Il riso amaro della tragedia - Valentina Gallo

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69 Il riso amaro della tragedia Valentina GALLO Università di Padova Confesso che quando mi è stato chiesto di indagare sulla presenza del comico nella tragedia del Cinquecento ho abbozzato un sorriso di incredulità: mi era davvero arduo pensare alla produzione coturnata del XVI secolo come possibile terreno di coltura del comico. A mia discolpa potrei invocare la blasonata categoria storiografica di classicismo, all’interno della quale si colloca la maggior parte della drammaturgia a fine luttuoso; categoria che per il genere e per l’arco cronologico in questione si traduce nella ricezione della Poetica aristotelica e nella lettura ricreativa dei tragici greci e latini. E già qui le cose mi sarebbero dovute apparire meno scontate, giacché riguardo al comico la lezione aristotelica semplifica o meglio cancella le paradossali compresenze e aperture al riso della drammaturgia greca. Non solo, ma quella classicista non è l’unica forma tragica del Cinquecento: accanto ai Trissino, ai Rucellai, ai Giraldi, ai Pazzi de’ Medici esiste un sottobosco rado, ma oltremodo interessante, di autori tragici che scrivono i loro testi non per le corti principesche, ma per le feste di ricchi borghesi o della cittadinanza. Man mano che la ricerca progrediva dunque, il corpus inizialmente monolitico della tragedia classicista si è rivelato meno compatto e nient’affatto totalizzante, e parallelamente la nozione di comico è divenuta progressivamente più problematica e poliforme. Di fronte a una realtà così sfuggente è stato necessario delimitare il campo d’indagine assumendo la nozione di genere (tragedia) come criterio principe: ho dunque preso in considerazione solo quei testi drammatici...

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