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«Mutazione delle cose» e «pensieri nuovi»

Saggi su Francesco Guicciardini

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Matteo Palumbo

I saggi qui raccolti riguardano, nel loro insieme, un solo argomento: l’opera di Francesco Guicciardini, osservata da prospettive volta per volta diverse e, insieme, convergenti. Il senso del libro è racchiuso nel titolo: «mutazione delle cose» e «pensieri nuovi». Guicciardini usa, non a caso, per sé e per i suoi contemporanei, l’immagine delle «tenebre», in cui tutti si muovono. Il giudizio degli uomini si fonda unicamente sulla capacità di osservare mille dettagli, prevedere il loro possibile sviluppo, scegliere tra le soluzioni immanenti e incerte la più adeguata, congetturando i molteplici effetti che accompagnano qualunque decisione. Questa smisurata tensione conoscitiva e, insieme, pratica prende in Guicciardini il nome vecchio e nuovo di «discrezione». Il mondo che Guicciardini ha davanti, da qualunque lato lo si osservi, deve essere scrutato fino ai minimi motivi. E per raccontarlo occorrono procedimenti, pensieri e «nomi nuovi».

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12. Storia e cronistoria della battaglia di Benevento

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Il titolo Devo prima di tutto qualche spiegazione sul mio titolo. La battaglia di Benevento è un’indicazione sommaria, perfino imprecisa, che si riferisce a una serie di «fatti d’arme» (per riprendere il lessico che è più volte utilizzato nei testi) e riguarda un insieme di operazioni militari, nate, nel maggio/giugno del 1496, dallo scontro continuato tra gli eserciti francesi e spagnoli dopo la partenza di Carlo VIII dall’Italia. Si tratta di conflitti mai risolutivi, senza grandi e decisivi scontri, in una zona d’Italia in cui pure si era ridotta – come scrive Guicciardini − «la somma della guerra». Nel capitolo V del III libro della Storia d’Italia, egli annota che «procedevano le cose con varia fortuna; perché l’uno e l’altro esercito, distribuitosi per l’asprezza del tempo per le terre, né alcuno in una sola, per la incapacità d’esse, ma in più, attendeva con correrie e cavalcate grosse a predare i bestiami, usando più tosto industria e celerità che virtù d’arme»1. Venuta meno per i francesi la possibilità di esigere le rendite del Tavoliere di Puglia, essi avevano saccheggiato alcuni territori, e successivamente si erano diretti a Campobasso; da qui, erano entrati nella piana di Morcone, con un triplice piano: impadronirsi di Circello, dove era accampata parte degli aiuti Aragonesi per chiudere i fianchi all’avversario, liberare Fragneto Monforte dall’assedio messo da Ferdinando in persona, aprirsi un passaggio verso Napoli, se la vittoria avesse premiato, come era quasi sempre accaduto fino ad allora, le loro armi. Disputandosi pezzo per pezzo vettovaglie e bestie, in un...

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