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Nessuna città d’Italia è più crepuscolare di Roma

Le relazioni fra il cenacolo romano di Sergio Corazzini e i simbolisti belgi

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Daniele Comberiati

Nessuna città d’Italia è più crepuscolare di Roma. Le relazioni fra il cenacolo romano di Sergio Corazzini e i simbolisti belgi propone un’analisi comparata (dal punto di vista semantico, lessicale, tematico e stilistico) fra i quattro principali animatori del cenacolo corazziniano (Corazzini, Martini, Marrone e Tarchiani) e i simbolisti belgi, in particolare Maeterlinck e Rodenbach, senza dimenticare Verhaeren, Gilkin, Elskamp e Van Lerberghe. Risulta esplicito, nella riflessione culturale dei principali esponenti della cerchia corazziniana, come sia necessario diventare «allievi» di una tradizione europea e come, nella ricerca di «maestri» che fornissero dignità e statuto letterario al gruppo, i simbolisti belgi, per affi nità di pensiero, atmosfere e linguaggio poetico, fossero stati individuati quali riferimenti principali. È attraverso la lettura delle loro opere che i membri del gruppo corazziniano maturano una visione «alternativa» di Roma, che se in parte risente anche delle descrizioni di altri scrittori italiani coevi, di fondo evidenzia una distanza dalle immagini classiche della capitale. Roma diviene così una città dell’anima, irreale ma al tempo stesso concreta, con le sue chiese di campagna, le sue vie che ne mostrano i lati non urbani, le visioni notturne di conventi che la fanno assomigliare alle città nordiche cantate dai simbolisti.
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CAPITOLO II. Il legame con gli altri simbolisti belgi: Verhaeren, Gilkin, Van Lerberghe, Elskamp

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Émile Verhaeren è un nome che ricorre spesso nelle riflessioni del gruppo crepuscolare romano. In effetti le opere pubblicate negli anni Novanta dell’Ottocento da parte del poeta belga mostrano diverse affinità con le tematiche che verranno affrontate dal cenacolo pochi anni più tardi e, anche se risultano alieni alla compagnia di Corazzini l’avvicinamento al socialismo e l’apologia della modernità urbana (tema che invece sarà caro ai futuristi)1, la cosiddetta “trilogie noire”, costituita da Les soirs, Les débâcles e Les flambeaux noirs non poteva non essere presa in considerazione dai giovani poeti romani2.

Il legame con Corazzini può sembrare accentuato dal tema costante della malattia, elemento biografico comune a entrambi i poeti, che però nel caso del belga non si tramuta affatto in una semplice trasposizione dell’esperienza del dolore nella poesia. Certo, la malattia (associata a tematiche ad essa prossime quali il patimento, la donna malata, il colore ← 145 | 146 → bianco o in generale pallido, la sofferenza sentimentale) porta con sé un pessimismo di fondo che avvicina Verhaeren in primo luogo a Rodenbach e Laforgue, anche se, andando a ritroso nella ricerca delle fonti, non va dimenticata la lezione fondamentale di Baudelaire. Tale pessimismo però viene oltrepassato per giungere ad un approfondimento e ad un’analisi del sentimento del dolore: pur essendo stato in vita realmente molto malato, in Verhaeren si ritrova costantemente una costruzione sapiente del tema della malattia, che non è da intendere solo come elemento autobiografico; è anche attraverso tale analisi “razionale” della malattia e del dolore...

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