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Nessuna città d’Italia è più crepuscolare di Roma

Le relazioni fra il cenacolo romano di Sergio Corazzini e i simbolisti belgi

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Daniele Comberiati

Nessuna città d’Italia è più crepuscolare di Roma. Le relazioni fra il cenacolo romano di Sergio Corazzini e i simbolisti belgi propone un’analisi comparata (dal punto di vista semantico, lessicale, tematico e stilistico) fra i quattro principali animatori del cenacolo corazziniano (Corazzini, Martini, Marrone e Tarchiani) e i simbolisti belgi, in particolare Maeterlinck e Rodenbach, senza dimenticare Verhaeren, Gilkin, Elskamp e Van Lerberghe. Risulta esplicito, nella riflessione culturale dei principali esponenti della cerchia corazziniana, come sia necessario diventare «allievi» di una tradizione europea e come, nella ricerca di «maestri» che fornissero dignità e statuto letterario al gruppo, i simbolisti belgi, per affi nità di pensiero, atmosfere e linguaggio poetico, fossero stati individuati quali riferimenti principali. È attraverso la lettura delle loro opere che i membri del gruppo corazziniano maturano una visione «alternativa» di Roma, che se in parte risente anche delle descrizioni di altri scrittori italiani coevi, di fondo evidenzia una distanza dalle immagini classiche della capitale. Roma diviene così una città dell’anima, irreale ma al tempo stesso concreta, con le sue chiese di campagna, le sue vie che ne mostrano i lati non urbani, le visioni notturne di conventi che la fanno assomigliare alle città nordiche cantate dai simbolisti.
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CAPITOLO III. La capitale crepuscolare: una visione “nuova” della città di Roma

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Roma diviene, insieme a Torino e Firenze, una delle capitali del “movimento” crepuscolare, il quale, non identificandosi in un manifesto né in un’avanguardia organizzata alla stregua del futurismo, tende a mostrarsi come una nebulosa senza centro, oppure, più precisamente, con diversi centri che rendono difficile tracciarne una geografia dei rapporti di potere. Per i crepuscolari il centro si sgretola in un triangolo letterario di cui Roma è il punto più basso e, contestualmente, il meno incisivo. Mancando un’organizzazione rigida nonché precisi intenti programmatici, gli incontri nei caffè fra autori e in generale letterati si propongono come il più importante elemento di coesione; i cenacoli si costituiscono come riunioni poetico-letterarie che delineano le relazioni interne e esterne, poiché, proprio in quanto luoghi “aperti” ai quali scrittori e poeti potevano partecipare saltuariamente senza sentirsi membri, il passaggio fra i vari gruppi ne delinea anche le relazioni di potere. Si possono notare almeno tre tipologie di movimento: un primo movimento centripeto, che tende a costituire i primi piccoli nuclei di giovani poeti con affinità e letture simili; un secondo movimento interno ai gruppi meno noti, attraverso il quale diversi poeti passano da un gruppo all’altro e da una città all’altra, anche in maniera sporadica e saltuaria, rendendo il confronto più fervido; infine un movimento centrifugo, per il quale alcuni autori, oltre al gruppo crepuscolare, divengono frequentatori di altri cenacoli più importanti (è ad esempio il caso già citato di Tito Marrone, legato ai corazziniani, ma “tendente” verso il ben più ambito centro di discussione pirandelliano)...

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